Bogartz - Iseo (BS), 31-05-2003 Intervista

10/12/2003 di Federica Gozio

Il loro album è contraddistinto da sonorità ed atmosfere cupe e noir, mentre i testi sono microstorie di gente che sta ‘a metà’, di ossessioni, vendette e misteri; con piacere incontro invece quattro ragazzi divertenti e spigliati, per un’interessante chiacchierata nel corso della quale ho cercato di fare emergere le loro spinte motivazionali e l’origine della loro creatività.

Ci tengono molto a sottolineare l’aspetto collettivo del loro lavoro, dimostrando un’invidiabile affiatamento che li tiene uniti da cinque anni, non sempre facili, nel corso dei quali hanno dato vita a numerosi lavori ottenendo finalmente il meritato successo con il recente “Honeymoons in the desert”.



Parliamo un po’ di quando e come vi siete formati…
Andrea: Ci siamo formati nel 1998. Lorenzo (batteria, ndr), e Matteo (chitarra, ndr) suonavano già insieme in un gruppo che faceva un altro genere... ma non diciamo quale (ride, ndr)!

Beh... diciamolo che magari può essere utile per capire come è stato influenzato il vostro attuale modo di suonare...
Andrea: Mah un grunge-stoner… no, non è vero, era un po’ metal. Sta di fatto che loro hanno iniziato prestissimo, quando avevano solo 13 anni: il loro gruppo si era più o meno sciolto, erano rimasti loro due con un cantante e cercavano un bassista. Tramite un amico comune sono arrivato io - che tra l’altro a mala pena suonavo la chitarra, però l’ho trovata una buona occasione. In seguito il cantante ha iniziato a non venire più alle prove, e siccome nessuno voleva cantare hanno costretto me che sono diventato per forza di cose anche il cantante.

La prima volta che abbiamo avuto modo di suonare davanti ad un pubblico è stato ad una festa paesana, per la quale ci avevano chiesto di fare tre canzoni e avevamo pensato a delle cover; per farle abbiamo chiamato anche Stefano e ci siamo presentati con questa strana formazione dal nome Alison.

Il primo vero concerto è stato ad un raduno di bikers in campagna, dove abbiamo suonato in apertura di uno spogliarello lesbo (ridiamo, ndr), sempre col nome di Alison; però allora avevamo già due canzoni originali che sarebbero poi finite sul nostro primo demo inciso nell’agosto del 1998 su un 4 piste in un garage.

Il nome è stato poi cambiato in Bogartz: com’è nato?
Matteo: Lo racconto io che ne ho un vago ricordo. Era estate ed eravamo seduti a chiacchierare fuori da una birreria all’ora di chiusura…

Premessa indispensabile per giustificare l’esito del confronto?
Matteo: Sì (ride, ndr)… stavamo parlando dei ‘duri’ del cinema - quei ‘duri’ dai lineamenti molto scavati ma in fondo dal cuore tenero. I personaggi che ci sono subito venuti in mente sono stati Humphrey Bogart e Lee Van Cleef, che faceva il cattivo ne “Il buono, il brutto e il cattivo”; quindi, non so per quale motivo, ci siamo detti: “Perché non chiamarci Bogart?. No, Bogart non va bene… aggiungiamoci la ‘s’.” Ma poi con la ‘s’ saremmo sembrati i Ramones e allora abbiamo aggiunto la ‘z’. Inizialmente ci entusiasmava, in seguito un po’ meno… ma ormai ce lo siamo cuciti addosso.

Siete stati fortemente associati ai Morphine ma è stato specificato che avete un modo di suonare molto personale. Come, secondo voi, avete dato un tocco di personalità al vostro lavoro distinguendovi da chi vi ha ispirati?
Matteo: L’influenza dei Morphine senz’altro c’è, ma è anche un’associazione che serve agli ‘addetti ai lavori’ per individuare il lavoro che facciamo - e in questo senso ci può stare bene. Il fatto è che ultimamente tendono un po’ troppo a paragonarci ai Morphine, addirittura definendoci i Morphine ‘italiani’, cosa che troviamo decisamente lusinghiera ma un po’ restrittiva.

Per personalizzare il nostro stile abbiamo cercato sin dall’inizio di usare il sax in modo diverso rispetto al solito, non ‘consono’, inserendolo in maniera tale che si senta la sua presenza ma senza che sia preponderante.

Stefano: Credo che all’interno del gruppo le influenze siano varie: ognuno ascolta musica diversa e ci mette un po’ del suo. Per quanto riguarda me, ho iniziato a suonare nel gruppo cercando di ascoltare quello che suonavano loro, per poi inserirmi - un po’ istintivamente, un po’ aiutato - ma senza voler riprodurre qualcosa in particolare. Non sento quindi di essere associabile al modo di suonare il sax dei Morphine anche perché se sento un loro pezzo mi dico: “Cazzo quanto è bravo!”; quando invece mi riascolto penso: “Porca miseria come faccio schifo” (ride, ndr).

Sono certo di avere uno stile personale nel suonare il sax che è comunque un modo molto diverso dal solito. Chi non è esperto e sente le canzoni mi dice che il sax non si sente e questo perché il suono viene associato a quello più classico, squillante e vibrato, mentre nei nostri pezzi il suono è più sporco.

Lorenzo: Solitamente il sax è usato come strumento di solo o accompagnamento, mentre invce noi cerchiamo di usarlo come un qualsiasi altro strumento - tant’è che a volte, ad esempio, sostituisce lui col sax la ritmica della chitarra.

Andrea: C’è un’idea di Morphine in quello che facciamo ma ci avviciniamo loro più a livello di sonorità e atmosfera che non di note o arrangiamenti. Penso che il nostro modo di lavorare sia diverso e personale laddove è molto incentrato sulla ritmica, di assoli ce ne sono ben pochi. Io ho sempre creduto che lo strumento del rock fossero le percussioni, nel senso che batteria e voce per me sono sufficienti per fare del rock’n’roll, senza batteria è qualsiasi altra cosa ma non rock. Ho sempre avuto la convinzione che ci fosse questa componente “di stomaco” fondamentale nel rock e quindi per fare del vero rock che si debba lavorare molto in funzione della ritmica.

Com’è nata l’idea di introdurre uno strumento inusuale come può essere il sax?
Lorenzo: Io e Matteo improvvisavamo con Stefano e parallelamente provavamo con Andrea però senza Stefano, quindi abbiamo semplicemente pensato di unire le due cose, tutto qui.

Dunque parlatemi un po’ di “Honeymoons in the desert”, primo lavoro che ha avuto il supporto della neonata etichetta MooRec.
Andrea: Dopo l’Ep che noi chiamiamo “messicano” del 2001, nel giro di sei / sette mesi abbiamo fatto le canzoni raccolte poi in “Honeymoons”.

Il salto di qualità è stato notevole. Prima di tutto per il lavoro in studio che invece di togliere fascino al suono, ripulendolo, è riuscito a mantenere quelle caratteristiche di sporcizia che secondo me giovano a quello che noi vogliamo fare, aggiungendo ovviamente una qualità sonora ed una potenza d’impatto che prima non c’era. In gran parte è stato registrato live e lavorare in questo modo ha fatto uscire quelle che per me sono le nostre caratteristiche migliori.

Lorenzo: Gli altri li abbiamo sempre registrati col metodo classico, con gli strumenti separati, ma ci accorgevamo che in quel modo i pezzi perdevano l’impatto che ci contraddistingue. Mentre registrando in presa diretta abbiamo ottenuto il risultato che ci sembra rispecchi di più anche quello che siamo dal vivo.

Un album accolto con entusiasmo dalla critica. Secondo voi perché?
Matteo: Si sono sbagliati probabilmente.

Andrea: Probabilmente si. Oppure io credo che sia perché facciamo qualcosa di diverso dal solito, inoltre sono canzoni nate in poco tempo ma su cui abbiamo lavorato molto, e sono comunque il risultato di cinque anni di convivenza musicale. Credo abbiano un loro spessore, ma non in termini di valore migliore o peggiore rispetto ad altro, credo che sia un’espressione sincera e vera di certe tematiche che si vogliono portare avanti. Che poi questo sia riuscito o meno non spetta a me dirlo, perché credo si possa fare molto molto più di così, ma forse è stata capita una certa sincerità d’intenti in quello che stiamo facendo. Anche perché se gli obiettivi fossero stati solo quelli di raggiungere chissà cosa avremmo già smesso dato che in cinque anni non abbiamo avuto nessun riscontro ed è questo il primo.

Rispetto ai vostri primi lavori cos’è cambiato e in cosa siete maturati?
Andrea: Il nostro primo demo, secondo me, era molto buono per essere fatto da gente che suonava insieme da soli due mesi, e soprattutto da persone come me che non avevano mai avuto occasione di suonare e cantare. Già lì c’erano alcune delle coordinate del nostro suono, caratterizzato da toni piuttosto scuri e duri, alternati alle atmosfere del sax e legati a tematiche noir. Nei due lavori successivi, sempre in forma di demo, abbiamo un po’ perso la strada e l’impostazione, facevamo cose più pop che però alla fine non ci convincevano più di tanto. Prima di incidere questo disco siamo tornati ad un’incisione in bassissima fedeltà e abbiamo fatto un Ep di 4 canzoni di ispirazione vagamente “mariachi”, dal titolo “Seafood and Tequila”. E’ stato molto bello perché eravamo solo noi in stanza a registrarlo, proprio come divertissement e in questo modo abbiamo recuperato una prospettiva delle cose su cui volevamo lavorare, tornando ad atmosfere più oscure e rivedendo la stesura dei testi per trattare argomenti che in altre canzoni non riuscivamo ad affrontare, infatti alla fine il contenuto degli altri dischi si limitava alle solite cose come la ragazza…, insomma la dimensione era un po’ quella.

Lorenzo: Credo che “Seafood and Tequila” ci abbia dato una sorta di spinta d’entusiasmo creativo per tornare a scrivere canzoni dopo un periodo non proprio bellissimo, e la dimostrazione è data anche dal fatto che le 12 canzoni di “Honeymoons in the desert” sono nate in poco tempo.

Come sono nati e come nascono i vostri pezzi, a cosa si ispirano, visto e considerato che numerosi brani hanno come titolo nomi di donne. Chi sono questi personaggi?
Andrea: Le canzoni nascono da uno sforzo di gruppo e ci teniamo molto a dare questa immagine di collettivo.

Infatti sono firmati andrealorenzomatteostefano in rigoroso ordine alfabetico.
Andrea: Si, è una cosa fatta proprio per sottolineare il lavoro di tutti e quattro senza qualcuno che predomini. Ovviamente ognuno ha dei ruoli diversi, per forza di cose, per lo strumento che suona, per la propria indole, però puntiamo molto sull’immagine d’insieme.

Per quanto riguarda gli argomenti dei testi, salvo eccezioni, nelle canzoni portanti c’è un tentativo di ricreare delle microstorie dando loro una valenza di microromanzi noir, con dei personaggi ben definiti che hanno proprie caratteristiche, che fanno e dicono cose con una propria cosmologia particolare.

Senza ovviamente la pretesa di fare alcuna letteratura in musica la tendenza è di proporre delle strutture quasi da romanzo, però ovviamente condensate. Quindi i personaggi svolgono delle funzioni specifiche e sono quasi sempre dei personaggi che stanno lì a metà, vittime degli eventi, non direi al bivio perché non mi piace, diciamo proprio a metà. Poi magari i personaggi del prossimo disco saranno più decisi.

La figura femminile effettivamente è ricorrente ed è quasi sempre lo stereotipo della noir lady, che catalizza l’attenzione, che resta vagamente indecifrabile, com’è ad esempio nel caso di “Jennifer”, però in altri casi è l’uomo che tiene in mano la situazione.

Come in “Lizard” dove l’uomo prova piacere a vedere la donna in ginocchio a supplicarlo. C’è un po’ di vostro maschilismo in quest’immagine?
Andrea: No, gli argomenti prescindono da temi di maschilismo o femminismo, si tratta solo di relazioni tra persone diverse, come possono esserlo l’uomo e la donna, e si basano per lo più su un rapporto di azione/reazione, ed i protagonisti non si comportano mai molto bene tra di loro.

Matteo: Infatti in “Do you no harm” la situazione è assolutamente ribaltata ed è la donna armata di pistola che tiene l’uomo legato minacciandolo.

Sono ispirati solo a vostre letture o esprimete anche vostre esperienze e sensazioni?
Andrea: Chiaro che quando ti esprimi attraverso un’arte ci butti dentro qualcosa di tuo, tuttavia lo facciamo senza riferimenti precisi ricollegandoci più ad un immaginario collettivo o ad argomenti che troviamo interessanti, poi magari vengono inseriti elementi autobiografici però in maniera molto relativa anche perché nel nostro caso, visto il contenuto delle canzoni, saremmo tutti dei pazzi assassini e non è il caso.

Bene, volevo esserne certa! Mi hanno colpito molto alcuni pezzi, come “Jennifer” che trovo estremamente accattivante, e in particolare Eyewitness. A cosa si ispira questo pezzo?
Andrea: Preferisco non spiegarla troppo comunque è ispirata ad uno dei primi libri, forse anche il meno riuscito, dell’americano James Ellroy. Parla dell’ossessione, che può essere verso una persona, o verso una cosa, o nella ricerca della verità o la comprensione del perché esista o meno il male nelle persone. La cosa che abbiamo trovato interessante è la concezione che comunque nelle persone ci sia una componente di male, più o meno manifesta, e che sia da ricercare e far uscire. A volte ci si lascia ossessionare da queste cose e sebbene ci si renda conto di essere vittime di un’ossessione comunque è difficile liberarsene. Credo che l’ossessione riesca a tirar fuori gli aspetti più oscuri e peggiori di una persona ma per questo aiuti anche a conoscersi meglio.

Curioso anche il pezzo “Zachary Taylor” che ha un cantato molto particolare
Andrea: La canzone ci è stata commissionata da un nostro amico giornalista e musicista americano, che ha un’associazione finalizzata a riscoprire la musica folk americana e dell’Africa occidentale. Ci è stata chiesta per un tributo Web, da inserire in una compilation con argomento i presidenti americani, ogni gruppo doveva fare una canzone su un presidente e noi abbiamo scelto Zachary Taylor che è rimasto in carica solo un paio di mesi per poi morire in circostanze misteriose. Era un personaggio oscuro, un tremendo reazionario, rappresentato nei dipinti come molto austero e spettrale, una figura angosciante quasi fuori dal tempo. La canzone racconta di un suo incontro nel bosco con il diavolo, recuperando tematiche tradizionali degli schiavi neri che avevano la concezione del demone all’interno della foresta; è strutturata come un blues e certe frasi sono cantate in inglese arcaico, quello parlato dai padri pellegrini. E’una canzone american gothic.

E come definite la vostra musica in generale?
Andrea: Noirsaxlowrock‘n’roll.

Avete in progetto di scrivere qualcosa in italiano?
No!

Matteo: Ci sono vari motivi ed il primo è perché noi facciamo rock‘n’roll… e fare del r‘n’r in italiano per me stona un po’ essendo un genere nato con la lingua inglese. Inoltre penso che per scrivere in italiano bisogna fare testi con i contro… ed essere praticamente dei poeti; mentre in inglese si lavora più per immagini, sicché si possono rendere molto meglio dei concetti senza troppa preoccupazione per la forma o per la grammatica.

Andrea: Confermo: il rock è nato con la lingua inglese, in particolare quello che parlavano gli immigrati e che ha fatto nascere il blues, e credo che difficilmente possa sfuggire dalle dinamiche di questa lingua.

A proposito di confronti con altre realtà culturali, secondo voi cosa manca in Italia rispetto ad altri paesi in cui la realtà dei gruppi emergenti è diversa, ai quali forse è lasciato più spazio.
Andrea: Ti posso dire che per me qui c’è una evidente frattura tra cultura “alta” e cultura popolare che non credo esista ad esempio nei paesi anglosassoni o nordici. Mi spiego: in Italia è stata sviluppata una cultura classica e tradizionale per cui anche in ambiente accademici si fa più fatica a riconoscere e dare valore a delle arti che nascono dal basso come può essere la musica rock. Diversamente accade negli Stati Uniti che non hanno una lunga tradizione alle spalle ed in mancanza di riferimenti “alti”, non potendoli proprio avere per come è nata la nazione, la tradizione se la sono creata dal basso, si pensi alla figura del cantante folk ed al suo ruolo.

In ogni caso anche negli altri paesi europei c’è un modo diverso di concepire e vivere una certa cultura “bassa”, che non viene considerata come un semplice intrattenimento. Al contrario qui la cultura “bassa” non riesce ad emergere con un proprio valore e si limita ad avere funzione di intrattenimento senza la pretesa di essere qualcosa di più.

Dunque una realtà come questa quali sono le motivazioni che possono spingere un gruppo a proseguire?
Matteo: La passione senz’altro. Sarà un discorso banale e retorico ma la musica è talmente forte che non puoi tirati indietro è come un compito che devi assolvere, che devi fare assolutamente altrimenti stai male.

Andrea: Per me ci sono soddisfazioni immediate nel momento in cui finisci una cosa, prima ancora che qualcuno ascolti il tuo lavoro. Di “Seafood and Tequila” ne avremo fatte 10 o 20 copie, non è mai uscito e quasi nessuno ce l’ha eppure noi l’abbiamo ascoltato tantissime volte e con soddisfazione.

Lorenzo: Il piacere lo troviamo appena nasce una canzone. Magari è solo un giro di basso e batteria, ma se senti che c’è feeling è già lì la soddisfazione. Gli applausi del pubblico e le buone recensioni sono cose in più, che vengono successivamente. Il bello della musica è che puoi farla anche da solo e alla fine lo facciamo esclusivamente per passione. Magari farlo come lavoro, ma qui è un po’ dura!

Non pensate quindi di farne una professione?
Matteo: No, anche perché dovremmo comunque scendere a dei compromessi e non ci và.

Andrea: Può essere e restare un sogno ma realisticamente parlando non credo sia proprio possibile.

Considerata l’ottima musica che offrite, qualunque siano i vostri obiettivi c’è da augurarsi che la vostra spinta motivazionale non venga mai meno. In bocca al lupo!

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