Italia Music Export lancia il primo supporto per suonare all'estero: ecco tutto quello che c'è da sapere Intervista

24/01/2018 di

Qualche mese fa è stato inaugurato l'Italia Music Export, uno sportello dedicato a mettere in comunicazione gli artisti italiani con il mercato internazionale, fornendo informazioni ma anche finanziamenti. Abbiamo intervistato Nur Al Habash, responsabile dell'Italia Music Export powered by SIAE, per farci raccontare come funziona questa nuovo e importante strumento (e ci ha svelato qualche consiglio per incominciare bene una carriera internazionale). 

Come prima cosa ci spieghi che cos'è un ufficio di export musicale?
Gli uffici di music export mettono in collegamento l’industria musicale di un paese con il resto del mondo, per facilitare gli scambi sia a livello di comunicazione che a livello commerciale. Agisce sia da PR e ufficio stampa per tutta la musica del proprio paese, sia da facilitatore. Per esempio, mette a disposizione dei fondi per supportare economicamente gli artisti e gli operatori che vogliono suonare e lavorare all’estero, o ancora organizza momenti d’incontro e di meeting b2b tra gli operatori locali e quelli stranieri. Gli export office, compreso il nostro, forniscono anche altri tipi di supporto legati all’informazione: organizzano dei corsi per capire da dove si inizia per suonare all’estero, per avere spazio sulla stampa straniera e così via. È utile da una parte a potenziare l’industria musicale del paese e dall’altra a metterla in relazione con quella internazionale.

Perché SIAE ha deciso di aprire l'Italia Music Export?
L'Italia Music Export è un ufficio SIAE nato proprio per coprire questa mancanza sul nostro territorio, un tipo di mancanza di cui erano coscienti moltissimi professionisti dell’industria musicale italiana e di cui ero cosciente anche io. Partecipando a festival, conferenze, fiere della musica, notavo la presenza dei vari music export da tutto il mondo: Francia, Svizzera, Germania, Svezia, Danimarca, Portogallo... insomma, tutti promuovevano la musica dei loro paesi a vari livelli. L'Italia non aveva ancora un proprio ufficio di music export, se non per alcuni esperimenti virtuosi come Puglia Sounds, che però per esempio si occupa solo di musica pugliese. Da qui è nata l’idea che ha trovato subito terreno fertile in SIAE, semplicemente perché è una società fatta dagli artisti, dagli autori e dagli editori, cioè da tutti coloro i quali lavorano nella musica e beneficiano direttamente di questo servizio. Sono stati subito entusiasti all'idea e nel giro di pochi mesi ci siamo messi al lavoro per far partire l'ufficio.



All’estero da chi sono supportati economicamente gli uffici di music export? Se ne occupano corporazioni simili a SIAE?
Ci sono tanti casi diversi. Ad esempio, dando un'occhiata al network EMEE (European Music Export Exchange), che comprende gli export office di tutta Europa, si capisce che le modalità organizzative sono molteplici. C’è chi, come nel caso italiano, è supportato dalla collecting maggiore del proprio paese; c’è chi è supportato dal Ministero della Cultura o da quello dell’Economia; altri invece da un consorzio fatto da varie associazioni di settore. Ognuno ha trovato un modo diverso di creare e sostenere quest’ufficio, ognuno con equilibri diversi. Il budget è messo a disposizione dai vari attori oppure molto spesso si fa leva sulla rete degli istituti di commercio estero, degli istituti di cultura, delle ambasciate. Ogni music export costruisce le proprie attività attraverso la collaborazione di diverse realtà.

Nel caso specifico dell'Italia, i fondi da dove arrivano?
Sono fondi interni a SIAE, ed è un servizio fornito agli iscritti: è un servizio che serve per supportare la diffusione all'estero delle canzoni e dei dischi italiani depositati in SIAE.

Cosa può fare Italia Music Export per una band o un musicista che voglia farsi conoscere all'estero?
Forniamo un servizio di consulenza su misura, artista per artista. L'ufficio serve per aiutare sia chi già ha un percorso avviato all'estero (con finanziamenti, contatti, agevolazioni) sia chi non ha niente in mano e sta iniziando da zero: in quel caso possiamo aiutare a capire qual è il percorso giusto, a quale porta bussare, quale strategia è possibile mettere sul tavolo. Però è importante che l'artista, o il professionista che lo affianca, abbia una progettualità di qualche tipo. 

Questo mi sembra un aspetto importante, avere degli obiettivi realistici e giusti per il proprio progetto.
Infatti noi supportiamo non solo i musicisti ma anche gli operatori che vogliano partecipare a festival e conferenze all'estero. Proprio perché l'obiettivo numero uno è spronare gli italiani a mettere il naso fuori dai nostri confini per vedere in prima persona come funziona negli altri paesi, per conoscere altri professionisti e iniziare a farsi dei contatti utili all'estero.
Faccio un esempio concreto: se lavori in un'etichetta, per un editore, ufficio stampa, booking etc e vuoi partecipare a degli eventi internazionali, conferenze, showcase festival puoi chiedere all'Italia Music Export un rimborso delle spese di viaggio e alloggio. In più dalla prossima primavera organizzeremo dei corsi gratuiti rivolti sia agli operatori che agli artisti per spiegare l'abc dell'export musicale, dal punto di vista dei live, della promo, della distribuzione e tanto altro ancora. Anche perché non esiste la formula magica e non c’è un percorso uguale che vada bene per tutti. Ci sono delle strategie o anche solo delle informazioni che vanno acquisite prima di intraprendere un proprio percorso. In ogni caso siamo a disposizione tutti i giorni per dare informazioni, anche al di là dei corsi.

Ci spieghi la differenza tra festival normali e showcase festival?
I festival normali sono quelli come lo Sziget, il MI AMI, il Coachella e tanti altri in cui l'artista suona davanti a un pubblico generalista, pagante o meno. Gli showcase festival invece sono quelli in cui l’artista suona principalmente davanti a un pubblico selezionato di addetti ai lavori, e per questo l'esperienza non finisce sopra il palco. Anzi, si può ottenere il massimo da questi eventi parlando e confrontandosi con gli operatori dell'industria musicale internazionale, anche partecipando per esempio alle conferenze che spesso corredano gli showcase. È importante per un artista esserci, perché lì si concentra tutta l’industria musicale e si possono chiudere ad esempio delle date per dei festival estivi, o conoscere delle agenzie di booking che organizzino dei tour, o ancora trovare qualcuno che distribuisca la tua musica fuori dai confini nazionali.

Entrando un po' nel vivo: mettiamo il caso che io ho una band che ha avuto una certa attenzione da delle riviste di settore estere, e mi sembra il momento giusto per provare ad organizzare un tour all'estero e partecipare a degli showcase festival per farmi conoscere dagli operatori stranieri. Cosa può fare Italia Music Export per aiutarmi, sia a livello finanziario che organizzativo?
Due volte l'anno ci saranno delle call, ovvero delle opportunità di finanziamento che andranno a coprire sia i tour estivi che quelli invernali, con connessa promozione. Proprio in questi giorni invece abbiamo lanciato la prima call relativa agli Showcase Festival come ad esempio l'Eurosonic: gli artisti che sono stati selezionati a suonare al festival (Giorgio Poi, Han, Bruno Belissimo, e tanti altri) hanno potuto contare sul nostro rimborso spese.
In questi avvisi spiegheremo quali sono le regole per accedere ai finanziamenti.

Vorrei chiederti qualche consiglio per le band che vogliano proporsi all'estero, da dove si comincia? Quali sono gli errori da evitare?
Uno dei consigli che posso dare è di non mandare email a caso. Quando si inizia a lavorare sull’estero ovviamente è necessaria una fase di ricerca. Molto spesso questa ricerca si limita ad arraffare indirizzi vari trovati online o col passaparola senza preoccuparsi se l'agenzia o il locale a cui si sta scrivendo sia adatto per quello che si vuol fare. Bisogna accertarsi che quei professionisti trattino il tuo stesso genere musicale e che accettino proposte di questo tipo, ovvero che sia una cosa fattibile. Insomma, la fase di ricerca iniziale è la più importante: innanzitutto bisogna individuare un paese o un'area target sulla quale si vuole lavorare (è ovvio che suonare in Polonia è diverso che suonare in Irlanda!), e iniziare a studiare bene come funziona da quelle parti lì. Capire quali sono i professionisti più validi che lavorano in quel paese, quali sono i locali e i festival di riferimento, e infine individuare uno showcase o conference festival a cui poter partecipare per poterli conoscere di persona e instaurare un contatto.
Infine ovviamente ci sono consigli più banali ma altrettanto importanti, come ad esempio ricontrollare che le email inviate siano scritte in un inglese decente, controllare che il nome nell'intestazione sia giusto, etc.

Qualche consiglio su come scrivere correttamente un'email di presentazione?
La cosa fondamentale è arrivare subito al punto, tenere queste email abbastanza brevi e che facciano capire subito all’operatore chi sei, cosa fai e cosa stai chiedendo. È bene allegare subito un link per ascoltare la musica che fai, non dopo trenta righe di bio, ma queste come anche a Rockit saprete, sono indicazioni valide anche quando si scrive ad operatori italiani. 
So che i musicisti sono di solito molto restii a darsi un'etichetta, però è utile descrivere in poche parole che tipo di musica si fa e che cosa si sta chiedendo. Un altro aspetto importante è quello dei social network. Spesso gli artisti scrivono su Facebook solo in italiano, compresa la bio e le altre informazioni. Ma è fondamentale preparare una bio in inglese, anche breve. Non c’è bisogno di scrivere cose lunghissime, basta un piccolo paragrafo che faccia capire chi sei e ogni tanto anche su Facebook lanciare qualche post in inglese, perché ovviamente se qualcuno si interessa a te e cliccando sul sito trova tutto in italiano gli rendi la vita molto difficile. Infine è importante affidarsi a dei professionisti. Non è impossibile per un artista fare tutto da solo, ma la promozione è un lavoro vero e proprio e in quanto tale richiede tempo ed esperienza. L'esperienza per definizione bisogna farsela, quindi se l'artista non ha tempo o modo di dedicarsi all'attività promo, è meglio pagare qualcuno per farlo.

E qualche consiglio per infoltire la rubrica dei contatti?
Assolutamente muoversi: anche se è senza dubbio possibile lavorare con l’estero stando in Italia e mandando email dal proprio salotto, il modo migliore per avere contatti all’estero è recarsi dove sono questi contatti. Questo non vuol dire scovarli uno ad uno e suonare al loro campanello! La cosa più semplice da fare è partecipare agli eventi e festival che raggruppano tutta l’industria musicale europea, americana o asiatica, a seconda del mercato di riferimento. Con un investimento unico (un volo e un ostello) si hanno a disposizione tutte le etichette, tutti i booking, gli uffici stampa, tutti i booker dei festival che sono lì apposta per parlare e per scoprire musica nuova, fare business e conoscere nuovi partner o artisti. Non bisogna neanche avere particolari skill sociali, perché questi festival di solito mettono a disposizione sul proprio sito un database dei delegati, cioè la lista delle persone che partecipano al festival, per cui in maniera molto semplice si può selezionare il paese d'interesse, trovare la persona giusta, e chiedere un incontro.
Sul sito dell'Italia Music Export trovate anche un'agenda con il calendario di tutti questi eventi internazionali, consiglio di darci un occhio. Infine, ricordo che il nostro ufficio offre un rimborso spese per questo tipo di viaggi (sarà online a breve la Call 2018 per gli operatori) e segnala anche le altre opportunità di finanziamento europeo.


(Giorgio Poi è stato uno degli artisti italiani ospiti di Eurosonic 2018)

Tante volte mi capita di leggere nelle presentazioni delle band che la scelta è ricaduta sull'inglese perché hanno aspirazioni internazionali. Alla luce del fatto che molti artisti stranieri negli ultimi anni si sono interessati alla lingua italiana, cantare in italiano secondo l'esperienza che avete raccolto frequentando gli operatori stranieri, è davvero un limite?
Questa è la domanda per eccellenza e come tutte le domande importantissime non ha una risposta univoca. Partiamo dal presupposto che come in tutte le cose c'è chi si dimostra più interessato di altri, operatori che accettano proposte in italiano e altri che proprio non ne vogliono sapere. Indubbiamente se canti in inglese hai molte meno difficoltà a farti capire e accettare, però ti poni sullo stesso livello di tantissimi altri progetti musicali. È la via più semplice, ma rischia di portare verso l'anonimato: già farsi notare come artista non è semplice, cantando in inglese su scala globale è ancora più difficile. Se fai per esempio rock, dovrai competere con tutti quelli che fanno rock in inglese; lo stesso se fai folk, o rap, o qualsiasi altro genere che preveda una parte cantata. Hai più difficoltà a far uscire la tua personalità e il tuo immaginario come artista. Al contrario, se canti in italiano, sicuramente la strada è più dura, però puoi incontrare un pubblico che si incuriosisce molto di più e hai l’opportunità di veicolare un tuo immaginario più particolare che alle orecchie di molti suona anche "esotico". Da questo punto di vista può essere anche una marcia in più.
Detto questo secondo me cantare in italiano può avere la stessa facilità di ricezione all’estero che hanno al momento lo spagnolo e il francese, anche se ovviamente loro hanno un passato coloniale che li aiuta moltissimo. Al momento non esistono altri paesi nel mondo in cui si parli l'italiano, però abbiamo dalla nostra due punti a favore. Il primo è il fatto che c’è una comunità italiana o di discendenza italiana gigantesca ovunque nel mondo: pensiamo al Canada, alla Germania o al Sud America. Secondo, l’Italia ha un tipo di cultura molto "pop": dal cibo all’arte, dall’architettura al paesaggio, tutti conoscono l’Italia, tutti sanno dov’è e tutti conoscono delle parole di italiano, per cui a livello culturale e comunicativo un artista che canta in italiano è assolutamente in una posizione di vantaggio rispetto ad un altro che canta in svedese o in tedesco.

Alla fine come sempre, conta la musica.
Certo, esistono anche band che cantano in lingue sconosciute o poco diffuse, come l'islandese, che riescono comunque a imporre talmente tanto un immaginario che a quel punto quello che dici non ha molta importanza. Dipende moltissimo dal tipo di artista, dal tipo di musica che questo artista fa, dal tipo di immaginario che vuole veicolare e anche e soprattutto dal mercato di riferimento. È ovvio che cantare in italiano in Inghilterra è molto diverso dal cantare in italiano in Germania proprio per le ragioni di cui parlavamo prima. Gli inglesi nell’ultimo secolo hanno vissuto in una posizione di vantaggio dal punto di vista musicale per cui sono molto meno aperti ad ascoltare qualcosa in italiano rispetto ai tedeschi o ai giapponesi.

Quindi certe volte per gli artisti sarebbe meglio rivolgersi a dei mercati più piccoli che però potrebbero essere interessati piuttosto che puntare ai classici come l'Inghilterra o gli Stati Uniti che hanno già un mercato molto saturo? 
Assolutamente sì, ormai molti degli stessi artisti inglesi emergenti non cercano di sfondare in Inghilterra, ma puntano prima ad avere un minimo di seguito nell’area tra Germania, Francia e Paesi Bassi, e poi con un po’ di date e di visibilità alle spalle tornano in Inghilterra. Non sto dicendo di non provarci o che sia impossibile, ne sono un esempio artisti italiani come Kiol e Husky Loops che stanno suonando in Inghilterra con buoni risultati. Detto questo però, non è una mossa intelligente snobbare tutti gli altri paesi e rivolgersi solo all’Inghilterra. Si possono avere comunque fan, concerti, contratti, anche in tantissimi altri paesi, compresi quelli più piccoli che a noi sembrano marginali. Ad esempio i paesi con cui confiniamo tipo l’Austria, la Slovenia, la Svizzera, che in realtà hanno un pubblico molto attento e un circuito live all'altezza di quello italiano.

Infatti per una band che si sposta andare a Lugano o a Lubiana anche a livello di spesa non fa tanta differenza.
Ti faccio un esempio. Esiste questo premio che si chiama EBBA (European Border Broken Awards), che premia annualmente gli artisti emergenti in base ai risultati raggiunti con il primo album sul mercato europeo. Viene calcolato prendendo in considerazione il numero di live, i dati di vendita, gli streaming e l'airplay di 49 stazioni radio pubbliche europee e ogni settimana viene pubblicata una classifica. L'unico artista italiano presente in queste settimane sono i Maneskin, perché il loro singolo "Chosen" è stato passato anche nelle radio svizzere. L'ultima italiana ad essere stata nominata per gli EBBA è stata Giusy Ferreri nel 2010. Forse è venuto il momento di infoltire questa classifica.

Sul sito degli EBBA vedo paesi come la Bulgaria o la Danimarca, tra i vincitori degli anni passati.
Esatto. Guardando il sito degli EBBA si scopre che anche in Europa ci sono tantissimi artisti molto molto bravi e che in Italia non ascoltiamo per niente, probabilmente perché anche noi siamo un po’ chiusi verso l'estero. Di riflesso, ci sembra impossibile che all’estero possano ascoltare degli artisti italiani, ma per fortuna non è così.

 

 

Tag: italia music export siae intervista

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