Italian Bass Mafia: arrivare a Londra e provare a spaccare tutto Intervista

Tutte le foto sono di Annalura Masciavè - Tutte le foto sono di Annalura Masciavè -
06/03/2015 di

"Non so come funziona in generale, per noi è un po' tipo: o facciamo 'sta cosa o moriamo dentro". Le parole sono di Federico Ciampolini, il capo di Nervous Horizon, l'ultimo avamposto londinese nato da gente scappata dall'Italia riempiendosi la valigia anche di musica. Un'etichetta cospirata all'interno di un appartamento ad Hackney Wick, che nel giro di poco punta a diventare serbatoio di roba esplosiva. "Con tutti gli artisti ci siamo trovati prima sul dancefloor. Non c'è uno che abbia sposato la nostra missione senza senza aver stretto con noi un contatto oltre i social network". L'amicizia e la vita vera prima di tutto. Così siamo andati a trovarli a Londra, e ci siamo fatti spiegare dai tre rampolli della crew, Tommaso Wallwork, Tsvi e Butti, i motivi della fuga, i sogni nel cassetto, come si arriva negli studi milionari e quanto sia importante una buona radio accesa mentre lavi i piatti.

TSVI

Dove sei nato?
A Pontedera, in provincia di Pisa, 26 anni fa. Sto a Londra da quattro-cinque anni, sono venuto qui nel 2010 perché ero abbastanza annoiato da quello che mi succedeva in Italia. Sono partito insieme a due miei amici, loro sono tornati a casa dopo due settimane mentre io sono rimasto qui. Il primo anno ho fatto tutto il tempo lavoro-casa-lavoro, quando ero a casa stavo sempre rinchiuso a fare musica, non uscivo quasi mai. E poi dopo due anni ho incontrato Federico e Tommaso.

E lì è nato Tsvi...
Il nome è nato random, una sera che avevamo fumato troppe canne, è venuto fuori questo nome che è ebreo, ma non vuol dire niente. Mi serviva piuttosto per aprire il Soundcloud e caricare un po' di pezzi lì, erano due anni che producevo ma non avevo ancora pubblicato niente. Quei due anni lì mi sono serviti per sfondarmi di musica, avrò visto un milione di tutorial.

Hai fatto l'apprendistato in pratica?
Più che altro quel lasso di tempo mi è servito per entrare ancora di più in sintonia con la sensibilità "inglese". Io in Italia facevo deep house, quando sono arrivato qui sono entrato in contatto con la bass music e mi sono detto: questo è un mondo da scoprire. Sono stato due anni senza fare niente se non produrre, produrre e produrre. Prima di Tommaso e Federico non avevo fatto ascoltare i miei pezzi a nessuno, poi loro mi hanno detto che era "roba bomba" e da lì ho iniziato a vedere quello della musica come un possibile obiettivo. Londra mi è servita tanto, se fossi rimasto in Italia non mi sarei mai avvicinato a certe situazioni.

Quando hai capito che ti trovavi nel posto giusto?
All'inizio lavoravo in una cucina di un ristorante come lavapiatti, e c'era questa radio inglese, non ricordo cos'era, che nelle mie ore di lavoro metteva sempre in loop solo drum & bass, jungle, robe così. Quindi quando andavo a lavoro mi beccavo tutta questa carrellata di musica che non avevo mai sentito prima, e poi a casa cercavo di ricrearla. Lo stesso è successo con il funk, un'altra delle mie passioni. Altro lavoro, c'avevano la radio in cucina, che era sempre sintonizzata su questa stazione, Heart Radio, che spinge di brutto solo cose '80-'90, non mette niente di nuovo, sentivo la canzone, mi segnavo il titolo, facevo le mie ricerche e via.

Quella storia di fare di necessità virtu insomma?
Beh, più o meno sì. "Malfunction", il mio primo ep, è nato così. L'ho iniziato a produrre a Maggio dello scorso anno, da due canzoni siamo passati a sette, aggiungendo ogni pezzo a poco a poco. È stato un lavoro abbastanza sofferto. Ho cercato di riassumere tutta la roba che ascoltavo in quel periodo, dalla Night Slugs, a Tessela, agli anni '80 che mi trapanavano il cervello tutti i giorni. La paura mia è che potesse sembrare un po' un miscuglio di roba, invece alla fine è piaciuto.

Cosa utilizzi per produrre?
Uso Ableton e poi faccio tutto in cuffia, c'ho delle AKG di cinque anni fa, ormai mi sono familiari. E poi ho un DX7 Yamaha, un synth digitale usato spesso nelle produzioni '80, uso quello per le melodie. Faccio tutto sul divano e poi lo porto da Tommaso, per un periodo abbiamo condiviso lo studio in casa ma era diventata una situazione scomodissima, lui aveva bisogno di spazio e quindi ha trasferito tutto in un posto più grande dove adesso anche io faccio i mix finali.

Visti da fuori a Nervous Horizon sembrate una grande famiglia...
Siamo un gruppo super unito, cerchiamo sempre di spingerci a vicenda, se chiamano uno a suonare andiamo tutti. È la differenza maggiore che vediamo con gli altri del nostro giro, qui in Inghilterra si fanno tutti molto i cazzi loro. Ci chiamano Italian Bass Mafia, iniziano a girare questi nomi, anche a Radar Radio, che è questa stazione dove ognuno di noi ha uno show. Si arriva sempre in dieci-quindici persone, con gli amici dietro, le birre, ci facciamo abbastanza riconoscere. Il fulcro siamo io, Butti, Tommaso (Wallwork, nda), RZR, Lokane, che è inglese ma fa anche parte lui dell'Italian Mafia, e poi un altro italiano, che è Banga Lore, che ha un progetto ambient ma fa anche roba pestona sotto il nome di Luru, l'abbiamo tirato dentro e verrà ad abitare a Londra a Settembre.

Quali sono le difficolta per una giovane label a Londra?
È molto più friendly di quanto tu possa immaginare, la gente è interessata, ha veramente voglia di sentire cosa abbiamo in progetto di fare. Il fatto che Tommaso sia per metà inglese e per metà italiano poi ci da una grandissima mano nel curare i rapporti, nella comunicazione. E a quel punto se la musica spacca tutto la gente ti caga. Andrea Butti mi raccontava tante storie di tante menate italiane. Qui non funziona così.

C'è qualche producer che ti piace in Italia?
Mi piace molto Lvnar, col quale ho collaborato anche in un pezzo. Le persone che mi ispirano più di tutte sono comunque quelle della mia crew.

Cosa c'è in cima alla tua wishlist?
Il desiderio numero uno è quello di iniziare a lavorare di più con dei cantanti. Sto facendo un po' di basi molto più lente, 110 bpm tipo, e vorrei fare questo salto di qualità, mettere una voce sui pezzi, cambiare nome magari, fare un altro progetto. Ok, l'underground è figo, ma mi sento maturo anche per questo.

BUTTI

So che sono arrivati dei complimenti molto particolari per il tuo ultimo EP...
Sono stati dei complimenti non a parole. Il fatto che Mala si sia stampato un vinile, mettendoci dei soldi di tasca propria, con il mio lato b, "Spite", eh (ride, nda) mi ha lasciato un po' a bocca aperta.

È stato un bel salto quella release.
Sì, ma considera che la prima traccia l'ho realizzata due settimane dopo avere chiuso il primo pezzo della mia carriera, che era "One", finito poi sulla VA per la label di Scratcha DVA. È rimasta seppelita per un po', poi l'ho girata a Lucky Beard, dove erano presi bene dal fare una cosa insieme, ed ecco la release. È uscita molto lo-fi, ma mi piace, mi piace quel suono rough che ha.

Non mi sembri uno di quelli iper-produttivi, il contrario semmai, uno che pondera bene ogni pezzo, ogni uscita...
Sì, il prossimo infatti uscirà tra un po', è una traccia per la compila di Nervous Horizon, si chiama "The Quid", c'è già il rip su Soundcloud comunque. È stata la prima e unica traccia iniziata e finita a Londra da quando sono qui.

Perché sei andato via?
È stata la musica a darmi la spinta. Con Tommaso ci eravamo conosciuti su Facebook, poi ci siamo incontrati a Pisa per il Turn Off, e due settimane dopo ero a Londra, nel loro quartier generale. Mi sono detto: che ci resto a fare in Italia? Non ho lavoro, non mi hanno preso all'università, allora me ne scappo. E così è stato. Avessi avuto le stesse possibilità che ho qui sarei rimasto, ma le opportunità sono poche e la necessità di andarsene è tanta.

Dammi tre motivi per i quali hai capito di aver fatto un'ottima scelta.
Il primo motivo, che mi rende veramente felice, è quello di avere trovato delle persone con cui instaurare un rapporto di assoluta amicizia, aldilà della musica. Spesso chi va fuori si trova isolato, io ho invece trovato dei veri amici, e questa è la cosa più figa. Il secondo è il fatto che quando ti trovi nel posto in cui ci sono tutti i musicisti e la musica che ti piace, smetti di parlare via internet e finalmente conosci gli artisti di persona, riesci a stringergli la mano. Sembrerà una cazzata ma non lo è. Il posto in cui lavoro ad esempio è un pub di proprietà di Vice, dove bazzicano dj, musicisti di ogni genere, e ho l'opportunità di conoscere ogni giorno persone nuove e stimolanti. Il terzo motivo è che non fa poi così freddo come pensavo.

Hai avuto anche tu la tua epifania?
(Ride, nda) Ne ho tante, ci sono dei momenti mentre sto suonando in radio in cui mi dico: ho 21 anni e faccio ascoltare la musica che mi piace alla gente che voglio, e penso cazzo sono troppo felice di essere qua. Londra è un caso a sé secondo me, è il posto che la gente ha scelto per fare questa cosa.

Trovavi dei limiti in Italia?
Mah, il limite grosso è che le realtà sono poche e che cazzo devi fare, ti fai la tua serata, la tua label e cerchi di andare avanti. Qui entri invece in contatto con realtà già esistenti. Essendo molto ristretto l'ambiente il problema è che in italia hai meno possibilità di fare pratico, è più difficile suonare, etc. etc.

Chi ti piace degli italiani?
Mi piacciono tanto i ragazzi di Early Sound, di Napoli, i vari Massimo Di Lena, Leskin, che nel loro spaccano tutto. Poi altri nomi ti direi The Analogue Cops, Natlek e DJPHLOWGOD, che è anche un mio carissimo amico.

WALLWORK

Sei l'unico con una storia diversa, nel senso qui ci sei nato per davvero, no?
Sì, però alla fine io sono per metà inglese e per metà italiano, i miei si sono conosciuti a Londra ma poi si sono trasferiti a Pisa per stare al caldo. Così io fino a diciotto anni sono rimasto lì, poi sono impazzito, ho mollato la scuola e ho deciso di venire qui per cazzi miei. Mi sono trasferito prima a Manchester, perché sono originario di lì, è un bel posto ma è molto più piccolo di Londra, dopo un anno e mezzo mi sentivo già nello stretto. Sono andato così a Londra e ho fatto questo corso di ingegneria del suono, nonostante non avessi il diploma. Mi sono fatto tre-quattro amici fondamentali per la mia carriera e mi sono messo a produrre sia roba underground che pop, per gli altri.

Facevi il ghostproducer?
Sì, e lo faccio ancora, è una cosa molto meno eccitante di quel che pensi. In pratica succede che se tu sei un dj mega impegnato, pensi solo ai soldi, alle fighe, vai con un pezzo di una canzone, un'idea, un loop, nello studio di uno e te la fai finire tutta in un giorno, perché non c'hai la sbatta di finirla tutta. Di solito è tutta gente sulla quarantina, gente grossa nei '90 che sta provando a rilanciare la sua carriera, gente coi soldi, anche se li devi rincorrere spesso per farti pagare. Io ad esempio ho fatto il programmatore per DJ Sneak, Todd Terry. È un buon modo per arrotondare.

Hai cambiato il tuo approccio dopo che hai incontrato RZR?
RZR l'ho conosciuto per caso, è il miglior amico della ragazza di mio cugino, quando ci siam trovati lui faceva solo il dj, ha imparato a produrre nel giro di pochissimi mesi. Abbiamo accumulato tracce insieme per sei-sette anni. Io avevo già un po' di contatti, conoscevo bene Basement Jaxx, avevo lavorato vicino a gente come Prodigy, Mark Ronson, Chase & Status, però non abbiamo mai girato niente a nessuno, non abbiamo aperto una pagina Facebook, un Soundcloud a caso, volevamo prima essere sicuri che la qualità dei pezzi fosse alta. Appena ci siamo convinti ho scritto a una label e loro ci hanno fatto uscire l'ep. Qui la situazione è molto meritocratica, io mi sono infilato in studi con gente che ha vinto i Grammy, sono andato su un programma, gli ho fatto le bombe e loro erano contenti. Cioè peggio sei messo e meglio è, se sei superbravo e non ti conosce nessuno molto meglio per una label. In Italia invece ogni volta tutti a chiedermi con chi sei uscito, cosa hai fatto, hanno bisogno di queste stronzate, di tutti questi feedback prima di decidere se lavorare con te o meno. Hai presente Foreign Beggars? Li ho contattati tramite amici, gli ho girato delle cose e loro hanno subito detto bellissimo, ci piacerebbe rappare sopra. Ed è gente che collabora con Skrillex, per dire. Io sono certo che se mando una cosa a Fabri Fibra, ad esempio, quello non mi risponde. Qui la gente ti caga perché sanno che il ragazzino di oggi è il campione di domani.

Credi che sia un problema circoscritto solo all'Italia?
Io credo che in Europa più vai al nord più investi, più sei al sud più rimani attaccato alla tradizione. Il problema è che gli italiani non credono mai nel futuro, ti mettono sempre coi piedi a terra, hanno proprio questa necessità. Gli anglosassoni pensano sempre invece al prossimo step. In Italia ci vogliono anni per capire le cose, è tutto un "finché non vedo non credo".

Quando è nato "Mad Techno Invasion"?
È un riassunto di sei anni di repressione nostra, una traccia ad esempio è la prima che RZR ha fatto, una cosa fatta per caso, su Logic, ma che per me era già una bomba. Riassume questo nostro amore per la bass music in generale, il grime, la garage, la house, la drum & bass. Era per far vedere da subito che non ce ne frega un cazzo dei generi, ci piace sfuggire alle classificazioni. "Don't Panic", l'ep che uscirà tra poco su Nervous Horizon, è invece molto più dark.

Nervous Horizon potrebbe essere la vostra svolta?
Per come la vedo io potrebbe essere il nostro sogno. Hai presente XL Recordings? Loro sono partiti con i Prodigy, hanno fatto tutto il loro budget in quel modo, e poi si sono aperti ad altre cose. Noi allo stesso modo pensavamo di partire molto picchioni, con cose da club, e poi pian piano passare a produrre vari cantanti. La musica da club è cool ma non è tutto, vorremmo avere una label che fa non solo pezzi strafighi da pompare in pista, ma anche tracce che rimangono nella storia, che tra dieci anni ricordi a memoria. E poi a nostro modo di vedere non c'è un etichetta di cui andare fieri in italia, insomma, noi siamo di Londra ma abbiamo le radici in Italia, e vogliamo che Nervous Horizon diventi un faro per tanti anche lì.

Non ti piace proprio niente di quello che succede in Italia?
Mi piace Clap! Clap!, è una delle poche persone che stimo, quando è venuto qui a Londra ha fatto il panico. L'Italia che sogno io è un'Italia che ha una scena che è contemporanea, che non è solo la leccata di culo al tipo di Londra o a quello di Berlino. Bisogna fare robe strane, personali, bpm strani, c'è bisogno di rischiare. Io sono andato a bussare agli studi da mezzo milione di dollari in bicicletta, senza una lira, se lo fai a Milano ti dicono chi cazzo sei e ti pigliano a calci in culo. Qui i i quarantenni, i trentenni ti chiedono cos'è che è cool ora, cos'è quello che devono fare, in Italia non si fidano della gioventù.

Quanto peso ha East London in questa storia?
Il 100%. East London secondo me è il compromesso perfetto fra Berlino, New York e Los Angeles. La cosa clou ovviamente è l'immigrazione, qui è pieno di jamaicani, indiani, pakistani, africani. Berlino ad esempio è super bella, i tedeschi sono avanti a tutto, ma secondo me non ci sono abbastana neri. Se hai persone di origine africana accanto ti cambia tutto. E poi Londra è veramente un posto che ti dà opportunità oltre qualsiasi cosa. Ti rendi conto che la persona che hai davanti, il super produttore, è proprio come te. Usare solo l'online è ok, però alla fine essere alla festa, conoscere la persona, quello ti svolta. E poi ti ripeto, qui tutti hanno la stessa importanza, perché lo stronzo di oggi potrebbe essere il grosso di domani.

Esprimi un desiderio.
Essere presi come una label seria, fare tutte le uscite previste, iniziare a fare dei progetti con cantanti, iniziare a fare showcase, anche in Italia, come etichetta... Lo step successivo è provare poi noi a uscire su etichette grosse e tenere le bombe ancora più grosse per Nervous Horizon, per fare crescere il nostro marchio nel segno della musica ricercata. Tutto qui.

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