Foto Profilo: Joan Thiele Intervista

Joan ThieleJoan Thiele
13/02/2015 di

Abbiamo ascoltato per caso qualche pezzo di Joan Thiele in giro per l'internet, e ce ne siamo letteralmente innamorati. L'abbiamo contattata per una breve intervista, e di tutta risposta lei ci ha regalato un bellissimo video di una sua esibizione un po' particolare, dentro il carcere di Brescia. 

 



Come ogni intervista foto-profilo che si rispetti, iniziamo con le presentazioni
Mi chiamo Alessandra Joan Thiele, sono nata in Italia ma ho vissuto un sacco di anni in Sud America; sono cresciuta in Costa Rica e poi in Colombia, perché mio padre coltivava noccioline lì. Siamo stati in Sud America per un po’ di anni prima di tornare in Italia, sul lago di Garda, a Desenzano. Dopo mi sono trasferita in Inghilterra a studiare chitarra, e lì verso i 18 anni ho iniziato a scrivere le mie canzoni.



Gli anni in Costarica hanno lasciato suggestioni nel tuo immaginario musicale?
Sì, mi è rimasto molto dentro, proprio a livello di immagini. Mio padre vive ancora in Colombia quindi ci torno tutti gli anni, è un luogo dal quale puoi ricevere input pazzeschi, anche dal punto di vista musicale; ci sono letteralmente musicisti ovunque.



Gli anni in Inghilterra invece che ruolo hanno avuto nella tua formazione?
Nel Regno Unito mi sono messa a studiare pesantemente la chitarra, anche se non mi esibivo ancora con pezzi miei. Stavo con un musicista ed ero circondata da persone che organizzavano concerti e festival, quindi lo stare sempre con gente che ne sa un sacco di musica è una cosa che mi ha ispirato molto, sentivo di avere tanto da imparare. Per me quel periodo è stato davvero super.



Ci sono pochi tuoi pezzi online, ma la direzione della tua musica è abbastanza chiara. Quali sono i tuoi punti di riferimento?
Di base sono una ledzeppeliana, li ascolto sin da piccola, al punto che mi sono messa a suonare la chitarra perché volevo diventare come Jimmy Page! Adesso invece mi piace un sacco Lianne La Havas, The Corrispondents, Submotion Orchestra e quel genere lì. Anche cose un po’ più elettroniche, come Little Dragon. Nel mio prossimo album (che sto autoproducendo) ci saranno brani in acustico, chitarra e voce, però ci saranno anche delle leggere contaminazioni elettroniche. Non c’è ancora un titolo definitivo, ma la cosa che caratterizza il disco è proprio il concetto di cambiamento, di crescita.



Lo scorso dicembre hai suonato in un carcere. Ci puoi spiegare com’è nato il tutto, e che tipo di esperienza è stata?
A Giugno ho suonato alla Festa della Musica a Brescia, organizzata da Radio Onda d’Urto. C’erano palchetti per tutta la città, e musicisti che si esibivano a tutte le ore del giorno; io ho suonato di fronte al Duomo. Alla fine del concerto mi ferma questa signora che si presenta come la direttrice del carcere di Brescia che mi chiede di andare a fare un live da lei perché le ero piaciuta molto e le avevo trasmesso tanto, e così voleva condividere la mia musica anche con i carcerati. Io ovviamente ho accettato subito, anche perché il fatto che a dirigere il carcere ci fosse una donna (così come sono donne tutti i dirigenti) mi aveva sorpreso molto. Così abbiamo organizzato questo concerto di beneficienza i cui fondi poi sono andati a finanziare progetti di ristrutturazione. La stessa direttrice però, prima del concerto, mi ha consigliato di visitare la struttura, perché il carcere è un luogo che ti dà sempre qualcosa di forte e inaspettato e non sempre sai bene come reagire. Così sono andata una prima volta, un mese prima del concerto, per vedere la struttura e ambientarmi. Ti assicuro che è stata un’esperienza forte: vedere le celle, i corridoi, il loro teatrino - che in realtà sembra una sorta di mensa scolastica - è stata una stranissima sensazione, sembra veramente una scuola diroccata, andata a male, con l’odore di disinfettante. Insomma quella prima volta tutto sommato è andato tutto bene. La seconda volta invece sono tornata per una giornata di integrazione; sono entrata nelle celle, ho conosciuto i detenuti che avrebbero assistito al concerto e lì mi sono resa conto che l’esperienza che mi stavo preparando a fare non era esattamente una passeggiata. Quella giornata è stata pesante, mi sono presa un po’ male. Il giorno del concerto vero e proprio invece è stato tutto bellissimo, ho passato tutto il tempo col bibliotecario che mi ha raccontato le storie più assurde, e con il fonico che in passato aveva lavorato persino con Mina e non so per quale motivo era poi finito in cella. Insomma è stata una giornata fantastica, già dopo le prime ore mi sono tranquillizzata e nonostante fossi abbastanza preoccupata per la reazione delle persone (non sai mai come un pubblico del genere potrebbe prendere la tua musica) è stato veramente bello, molto molto emozionante. A un certo punto ho dedicato un pezzo alla Colombia, e una parte dei detenuti colombiani si è alzato a urlare e fare il tifo, è stato molto carino. C’era una bella interazione, anche se ero completamente sola sul palco.

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Commenti (1)

  • Marco Moro 16/02/2015 ore 18:17 @marcomoro

    Grazie Rockit per la bella scoperta. La terrò d'occhio! ;)

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