Joe Scacchi / intervista

Joe Scacchi: "Sono crudo come Roma, ma sempre vero: qua non c'è Marketing"

Non servono l'hype e le finte pose da gangsta per il membro del Wing Klan. Che al suo primo album solista, assieme alla Love Gang, prova a scrivere un nuovo capitolo dell'eterna storia del rap capitolino
26/11/2019 14:15

"Joe Scacchi sono io, Lorenzo, un ragazzo romano classe 1995. Col rap sono cresciuto, ma prima di cimentarmi dietro un microfono ne ho ascoltato a palate". Inizia così la presentazione di uno dei nomi più nuovi e intriganti della scena rap romana, che, a ondate successive, ha sempre regalato artisti da classifica, stile, mentalità e risate. Alle scuole medie Lorenzo conosce Tommy Toxxic, oggi noto come Goya, con cui iniziano a registrare canzoni in camera, prima di dare vita al Wing Klan, duo dalle rime acide e molto contemporanee, vaporwave, direbbero quelli bravi. 

"Il primo a credere in noi è stato Carl Brave, quando ancora non era super famoso. Ci ha aiutato a inserirci nel giro", dice Lorenzo. Ecco che arrivano i primi numeri con due singoli street come SAD, con Ugo Borghetti, e B.A.B.Y., con Pretty Solero. I video hanno un immaginario ben definito, e c'è anche il primo tape dei ragazzi. Infine, ed è il motivo per cui oggi siamo con lui, il 21 novembre ha pubblicato Marketing, il suo debutto da solista accompagnato da Goya e da buona parte della Love Gang.

Nella canzone Breaking Bad è affiancato da Franco 126 e nel brano #Free da Ketama126. Le produzioni, invece, sono affidate quasi totalmente a Nikeninja, ad esclusione di Adrenalina, a cura di Crookers e Nic Sarno, e #Free, realizzata da Drone126.

Ma com'è che tutti i rapper a Roma frequentano il liceo Virgilio?

È una scuola di 1300 studenti, che, pur stando in centro, prende gente di tutti i quartieri, anche fuori dalla città. Noi, i Tauro, Side, Ketama: veniamo tutti da lì. Le gare di freestyle nel cortile sono state il mio primo approccio al rap. Penso che Roma dall’esterno sia percepita come una città molto più chiusa, invece è il contrario, pensa alla contaminazione tra la scena indie e quella hip hop. I ragazzini di Trastevere ora ci guardano come noi guardavamo Noyz, per me è motivo d’orgoglio. Noyz, Chicoria, il TruceKlan stanno a Roma come il Wu-Tang a New York. Imbucarsi nei palazzi completamente vestiti di nero, col viso coperto: tu pensa a sedici anni che effetto potevano provocarmi. Hanno influito su me come su Ketama, e tutti gli altri...

Quando hai capito che “questa merda” andava presa sul serio?

Un anno fa, quando ho iniziato a lavorare all’album. Quando ho capito che potevamo portare in alto il Klan, che alla gente poteva piacere. Ma dovevo trovare una svolta artistica anche sul piano personale, e in quel momento ho accannato tutto per dedicarmi alla musica. Fortunatamente nel frattempo ho conosciuto Crookers, che ha lavorato al disco donandogli un tono più professionale. Mi ha aiutato a sfornare un prodotto che valesse qualcosa. Non è facile mettere lo stesso piede in due scarpe…

Intendi essere contemporaneamente poetico e gangsta?

Avevo delle cose da dire, e a 24 anni pensavo fosse giunto il momento per dirle. I rapper troppo giovani spesso narrano situazioni che non hanno mai vissuto, per millantare i propri idoli. Io, invece, voglio impormi come Joe Scacchi. A livello d’immaginario ho preso ispirazione dagli americani, rivisitandolo però in chiave non solo romana, ma mia, personale. Il mio rap è infarcito di citazioni, di film, di libri, di tanti altri artisti, da Jim Morrison ai Kiss. Con quest’album ho trovato il mio modo di raccontarmi.

Ppossiamo prendere in prestito un termine da Marracash e definirti “intelli-gangsta”?

Credo di sì. Il primo parametro per far buona musica è il rispetto per se stessi: attraverso quello si può ottenere il rispetto della scena. Le situazioni del mio album sono tutte vere, quando sei vero la musica cresce, non in termini di stream, ma di credibilità, di empatia col pubblico. Ecco perché il pezzo con Franco, personalmente, è uno dei più rappresentativi: ho dimostrato che oltre alle troie e alla droga posso parlare anche d’amore. Parlare d’amore mantenendo il mio stile diretto e crudo senza usare neanche una parolaccia. Quando Franchino l’ha ascoltata la prima volta, ha voluto subito registrarci sopra. 

Anche se il tuo stile è molto più conscious, per certi aspetti ricordi la prima DPG.

Sai, ispirandoci musicalmente e generazionalmente a certi artisti d’oltre oceano, alcuni aspetti comuni emergono, determinati sound, un modo di porsi. La differenza, secondo me, sta proprio nell’essere più real, non che loro non lo siano, intendo proprio metterci i cazzi miei, legarmi allo storytelling. Forse cerco di curare maggiormente l’aspetto letterario, sicuramente la crudezza della prima DPG è una caratteristica che ci accomuna. La crudezza, in effetti, è l’aspetto che contraddistingue da sempre la scena romana.

Questo è a tutti gli effetti tuo primo lavoro da solista?

Ho tante tracce non ancora pubblicate che ho scritto da solo, a livello di stesura era un discorso che avevo già affrontato. Già due anni mi era balenata l’idea di cimentarmi in un lavoro solista, ma non sapevo ancora che forma volevo dargli. Nel frattempo il progetto WK mi ha coinvolto sempre di più, un’esperienza fondamentale per me e Goya per schiarirci le idee, per trovare il nostro stile personale. Abbiamo sempre cercato di essere vari in tutta la nostra produzione, anche i video si dividono tra un immaginario vaporwave, colorato, legato all’ormai totale digitalizzazione del mondo, e quelli più crudi, in bianco e nero.  

Buona parte del disco è stato prodotto da Nikeninja. Com’è avvenuta la registrazione?

Vorrei sempre lavorare con nuove persone, fare featuring mi stimola, fa parte del rap. Ma penso per un album sia necessario lavorare con un solo producer, per capire effettivamente le sensazioni che devono essere riprodotte sul beat, per dare coerenza al suono. Abbiamo registrato in camera sua in una casa con sei coinquilini, con un pc fisso anni 80, un mac e il microfono dentro l’armadio. Total no budget. Il master di Crookers ci ha restituito un prodotto professionale, ma deve aver fatto fatica. Sai che rosicate, quante strofe chiuse perfettamente rovinate dalla sirena di un’ambulanza. Una volta è entrata una tipa in camera e ho sbroccato del tutto. Quando rappi vai un po’ in trance agonistica. Paradossalmente è stato meglio così, a dispetto di quel che può sembrare, sono un tipo tranquillo. L’ambiente familiare della sua stanza mi ha aiutato a rilassarmi. Con l’avvento di Nikeninja sia io che Goya abbiamo realmente capito cosa volevamo fare. Il suo tape è molto lungo, molto più psicologico, introspettivo. Il mio è molto più duro.

Street?

Street è il termine esatto. Volevo riporre il punto sulla strada che progressivamente stava scomparendo nelle canzoni rap. Adesso quando un rapper ha qualche follower su Instagram si crede sto cazzo. Ti senti sto cazzo se hai il conto con 500 k. Noi non vogliamo i nostri quindici minuti di celebrità, vogliamo durare nel tempo. Marracash in maniera più psicologica, Noyz col suo immaginario crudo e Guè nella versione più club, sono i rapper che hanno fatto grande la retorica della strada, e ci hanno veramente ispirato sin da ragazzini. Quando avevo 14 anni spaccavano già, facevano vero street rap. Ognuno col suo stile. Magari il prossimo album sarà più leggero, ma sempre mantenendo una certa coerenza. Il rispetto prima per se stessi.

Sembra proprio di parlare con un rapper... Tra l’altro, non usi quasi mai l’autotune.

Sì, anche perché alcune mie sonorità sono trap, ma sulle basi rappo. L’autotune l’uso solo nelle sporche, cerco davvero di essere diretto come la mia voce. La distinzione tra trap e rap è una cosa che esiste solo in Italia ed è stata imposta perché doveva essere fatto mediaticamente. In America la trap è una branca del rap: per essere trap in America devi veramente stare nelle trap house. Devi essere un real gangsta. Prima si chiamava hip hop e c’era Neffa, poi rap, ora chiamala pure trap, ascoltati Joe Scacchi. È sempre la stessa cosa, il cambio degli stilemi, come nella moda, è il meccanismo per far andare avanti la macchina.

Con Marketing ti riferisci al mercato musicale o allo spaccio?

Tutti pensano al marketing come all’hype, le strategie per svoltare, gli sponsor. Io sono riuscito a crescere senza fare il pagliaccio su Instagram. Il marketing è importante, ma la musica è prima di tutto arte. Propongo un prodotto reale, con delle situazioni reali e dei featuring reali, veri, con gente valida con cui condivido qualcosa nella vita. Sai cosa aspettarti da me. Vuoi ascoltarti roba cruda, bella. Sembra che alla gente stia piacendo. Io ci metto la faccia.

Anche se in realtà poi nella copertina la faccia non c’è…

È tutto studiato. Non volevo mettere la mia faccia in copertina per principio. Ci metto la faccia, perché metto me stesso, ma non metto la mia faccia in vendita, nel senso che non scendo a compromessi. Ciò detto, anche in copertina volevo mettere qualcosa che mi rappresentasse. Qualcosa di vero: il cappuccio è il mio, anche gli occhi rossi come…

Come quando hai fumato troppo…

Non puoi impedire alla gente di farsi. La criminizzalizzazione dell’erba nel 2020 non la capisco davvero. 

Canti “la cocaina non rende un uomo migliore”.

(Ride) No, non rende mai una persona migliore. Certamente fa parte dell’immaginario rap, ma ancora più legata all’immaginario dello show-business, forse per quello a Milano ne circola cosi tanta. Nella stessa canzone dico prima che sniffo in via della Spiga, che è un po’ l’emblema della bella vita milanese, per esprimere questo legame tra cocaina e mondo dello spettacolo, ma nel ritornello pronuncio questa frase ” adrenalina non fa sentire il dolore, la cocaina non rende un uomo migliore”. Penso tu mi abbia capito: è un po’ un concetto alla Kurt Cobain.

Con i tuoi riferimenti “pornografici” non hai mai avuto paura di risultare immorale?

Io spingo a parlare di alcune cose perché l’Italia continua ad essere afflitta da un senso di abolizione, di restringimento. Nel resto del mondo non penso sia demonizzato il porno, così come con l’erba e il rap: in America tutto è accettato, se giustificato dal business. In Italia abbiamo la Nappi a farci la morale e il cristiano di turno ad urlarle contro. È tutto grottesco, paradossale. In Italia esiste questo tabù: ad esempio, le ragazze hanno cominciato negli ultimi anni ad ammettere di masturbarsi. Che problema c’è? Le strade pullulano di prostitute e di trans, perché la gente continua ad andarci.

Canti “parlo di soldi come a Chicago, porto il sangue sopra il mio sound, quindi è ancora più ricercato”. In cosa ti differenzi dagli altri artisti che parlano di droga e tutto il resto?

Mi fa piacere tu l’abbia notato, non è un concetto così facile. In America nella trap “greve” parlando di soldi perché vengono dal ghetto, il loro sangue proviene letteralmente dalle pistole. Tre quinti dei rapper di Atlanta sta al gabbio, o comunque nella vita ha provato ad uccidere qualcuno. Pur venendo dalla strada, questo immaginario non mi rispecchia. La mia visione è più fine. Io ti dono il mio sangue in cambio dei tuoi soldi, il sangue è il mio show e devi pagare per vederlo come al cinema con un film horror. La gente che guarda la boxe non è sempre disposta a salire sul ring. Sputare sangue sul microfono vuol dire dare tutto. Provare sul mio corpo le pene che non volete provare voi. Se volete il panico dovete pagarmi.

---
L'articolo Joe Scacchi: "Sono crudo come Roma, ma sempre vero: qua non c'è Marketing" di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 26/11/2019 14:15

Tag: album

Pagine: Joe Scacchi

Commenti
    Aggiungi un commento:

    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati