Foto Profilo: Johann Sebastian Punk Intervista

Johann Sebastian PunkJohann Sebastian Punk
29/10/2014 di

Foto Profilo è la nostra nuova rubrica di interviste con la quale continueremo a seguire la nostra vocazione primaria: presentarvi nuove, validissime band italiane. Le regole sono semplici: con ogni risposta, una foto.

I Johann Sebastian Punk candidati alle prossime Targhe Tenco come Miglior Album d'Esordio, ma sono sicuri di perdere.
Poco importa, quando si vuole "fotografare lo stato confusionale dell’Arte al giorno d’oggi con il fervore di chi vuole essere l’interprete esteticamente più credibile ma eticamente più ambiguo di quel senso diffuso di smarrimento le cui caligini possono essere diradate solo dalla dirompenza della Bellezza." Ecco, avete capito. 

Johann Sebastian Punk è una band nata da una specie di truffa dal titolo "Voglio vivere a Voghera". Cosa successe e che ruolo ebbe la risposta alla canzone nella formazione del nuovo progetto?
Una truffa è spacciare l’Arte come qualcosa che necessiti di essere frutto della spontaneità di chi la produce. “Voglio vivere a Voghera” era proprio lo sfogo ludico di chi rifiuta questo modo di vivere la musica, modo che ha portato l’Italia a mostrarsi a me come un terreno creativamente poco fertile e dai prodotti poco succulenti. Il ritorno alla ribalta dei cantautori, prepotentissimo nel sottobosco indipendente, non corroborato da una qualità musicale all’altezza della nostra tradizione, non è altro che lo specchio della dominanza di un' "estetica dell’understatement" derivante da una serie di fattori (rifiuto dell’italianità caciarona, celebrazione dell’ironia agrodolce, rifiuto del registro alto etc.).
Correva l’anno 2011 e pensavo: “ve la scrivo io la canzonetta-inno di quella estetica!”. E scrissi “Voglio vivere a Voghera”, che nel suo genere (terribile) è un piccolo capolavoro, una cosa della quale non sarebbero capaci molti dei cantautori di cui sopra (e che un noto cantautore italo-indie mi ha confidato di invidiarmi tantissimo*). Scritta su un Torino-Bologna domenicale, registrata interamente la notte stessa, caricata su YouTube poco dopo. Mai pubblicizzata: finì qualche mese dopo in rotazione su Radio Deejay. A Ciao Belli parlavano di me come del cantore scemo della provincia padana. Un incrocio bislacco tra Max Pezzali e Stefano Rosso. Fu un piccolo successo per me e allora mi dissi: “adesso imposto la mia attività estetica e musicale al contrario: vediamo cosa succede se vado in totale controtendenza”. Il gruppo divenne Johann Sebastian Punk, e direi che sarebbe potuto andar peggio.



La tua musica ha anche un obiettivo abbastanza evidente, che è quello di scardinare gli stereotipi e le abitudini legati alla suddivisioni di genere musicale. Che punti di riferimento hai, allora, quando scrivi una canzone? Come credi che il pubblico percepisca questo "disorientamento"?
Non ho idea di come venga percepito, ma qualche settimana fa su un blog credo finlandese il disco è stato descritto come “più cattivo di qualsiasi album metal o punk uscito negli ultimi anni” o qualcosa del genere. Mi sembra che si colga perfettamente l’energia iconoclastica della nostra musica e il modo in cui i nostri pastiche siano in realtà delle riflessioni beffarde su come la morte dei generi musicali anziché contribuire alla liberazione della musica dai vincoli delle etichette abbia piuttosto innescato dinamiche di impoverimento compositivo. Involontariamente, perché tutto nasce da pure intuizioni liriche e nulla di ciò che scrivo è studiato a tavolino, siamo riusciti a fotografare lo stato confusionale dell’Arte al giorno d’oggi con il fervore di chi vuole essere l’interprete esteticamente più credibile ma eticamente più ambiguo di quel senso diffuso di smarrimento le cui caligini possono essere diradate solo dalla dirompenza della Bellezza.



Sei nato nella stessa città di William Shakespeare. In cosa ti senti affine al tuo concittadino?
Nella portata creativa delle mie opere.



Ho letto in giro che Enrico Ruggeri, quando ti ha conosciuto, ti ha voluto sul palco con lui. Com'è andato il vostro incontro?
Bisognava festeggiare i suoi trent’anni di carriera a Faenza e il MEI organizzò un contest di cover di Ruggeri che egli stesso avrebbe dovuto valutare. Io mi presentai con una cover di “Contessa” in inglese (reintitolata per l’occasione “Countess”) in cui alcuni elementi di quei Decibel, come certa teatralità decadente ereditata dagli Sparks di “Kimono my House” o dagli Split Enz di “Dizrythmia”, venivano amplificati al massimo del volume. Fu proprio questo che gli piacque: nel presentarci disse che il nostro merito artistico stesse proprio nella capacità di enfatizzare il carattere mitteleuropeo della sua canzone mediante una trasfigurazione decadente dei suoi codici (o qualcosa di simile). Mi dissero che la scelta di Ruggeri fu netta. Prima del concerto ci fu il tempo di una bella chiacchierata: parlammo prevalentemente di musica, cosa che spesso l’etichetta della dialettica tra addetti ai lavori – specie se da un lato c’è un Grande e dall’altro un piccolo – bandisce recisamente. Pare che il nostro disco gli sia piaciuto parecchio, ogni tanto vedo che su Twitter ne caldeggia l’ascolto e la cosa mi riempie di piacere.



In molti hanno parlato di punk, glam, piglio barocco. Come presenteresti la tua musica a qualcuno che non l'ha mai ascoltata?
Ho smesso di presentarla, un po’ perché qualsiasi cosa possa dirsi risulterebbe fuorviante, un po’ perché mi sono convinto che sia musica pericolosa dalla quale è meglio stare alla larga. Che l’approccio sia sereno e personale, che la magia faccia tutto il resto.



Sei candidato alle Targhe Tenco come miglior album d'esordio, e in caso tu vincessi saresti premiato al Teatro Ariston. So che i vostri concerti si concedono molta teatralità, quindi ti chiedo: in un'eventuale esibizione sul teatro più famoso della musica italiana, che spettacolo metteresti su?
Non ci ho pensato perché i bookmaker ci danno per spacciati, pare che sarà una sfida tra i Betti Barsantini e Levante. O almeno voglio vederla così: se non Johann Sebastian Punk (cosa che sarebbe epocale per mille motivi), uno tra quei due. I Betti Barsantini perché c’è Alessandro Fiori, e in pochi come lui in questo Paese meriterebbero riconoscimenti di natura musicale; Levante perché – pur essendo tra i miei concorrenti quello che musicalmente mi dice meno – è l’unica under 30 oltre a me. E mi piace pensare che la Targa Tenco alla miglior opera prima non si trasformi in un premio alla carriera e diventi qualcosa per i giovani: altrimenti vorrà dire che i giovani non valgono una fava.

* avevo scritto il nome del cantautore in questione; ho poi chiesto allo stesso il permesso di poter rendere pubblica la sua confessione privata. Il cantautore ha preferito non concedermelo.

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