Avere le palle nere. Tutto quello che serve per fare casino secondo Johnny Mox Intervista

Johnny MoxJohnny Mox
12/12/2014 di

Viene da Trento ma ha lasciato il cuore a Brooklyn, dove ha scoperto il vero significato del gospel e del soul, che ha rielaborato in un suono assolutamente originale, costruito solo con beatbox e loopstation. Ora, dopo l’uscita del suo secondo disco, "Obstinate sermons", il reverendo Johnny Mox ci racconta in un sermone mattutino via Skype come nasce la sua musica, a chi si rivolge e come si sta evolvendo ora che ad accompagnarlo, in tour, ci sono i Gazebo Penguins

 

Allora, innanzitutto complimenti. Il tuo è uno dei dischi che più ci ha stupito quest'anno.
Grazie.

La tua musica è ibrida: c’è dentro soul, gospel, funky, punk, elettronica. E ripensandoci dal punk e dal soul ha un po’ dell’energia e un po’ anche di inafferrabilità, mentre del gospel e dell’elettronica ha accolto una cosa importante che è il potenziale della ripetizione, dell’iterazione: di quanto si può costruire un'atmosfera attraverso di esse…
Sì, la ripetizione è fondamentale. Se ci pensi è anche fondamentale nella preghiera, penso sia la base di tutta la musica in qualche modo meditativa. La circolarità è qualcosa di primitivo ma anche di definitivo, di completo. Io ho dovuto per forza legarmi a questa cosa della ripetizione perché quando ho iniziato a suonare da solo usavo - uso ancora in realtà - la loopstation, che ti obbliga a lavorare sui loop. È stato poi naturale costruire i pezzi fondamentalmente come i Lego, uno strato sopra l’altro. Penso che in questo nuovo disco ci sia l’unico pezzo che abbia mai fatto con due accordi, mentre tutti gli altri sono fatti su una nota sola, ma volutamente: è un limite che alla fine funziona perché ti costringe a darti da fare su altro

Non avrei mai detto che fossero tutti pezzi di un solo accordo, c’è talmente tanto movimento...
Guarda, al 99% sono in re, c’è un pezzo in do, “The Winners”, con una chitarra acustica che non sembra acustica, ribassata in do. Ovviamente quando fai tutto da solo ti devi ingegnare un po'. In questo nuovo disco in realtà ho suonato anche tutti gli altri strumenti, volevo fare più casino. Ma resta questo limite della ripetizione, avere dei limiti funziona sempre. Se ti dicono che hai tutta la tavolozza a disposizione per fare quello che vuoi non funziona mai, se invece hai solo tre colori ti impegni, ti ingegni.

Tu lo chiami limite, ma è una tua particolarità quella di fare di necessità virtù.
Non solo, è anche un fatto di background. Dei generi che citato prima il soul è quello definitivo, io ci sono cresciuto, mio padre mi ha fatto una testa così con Sam Cooke e simili. Se avessi la voce... la battuta che dico sempre ai miei amici è: non vorrei avere le pelle nera, vorrei le palle nere, nel senso che quel tipo di profondità lì o ce l’hai o non ce l'hai. Poi in realtà io sono finito a fare tutt’altro, ho cercato il mio stile e va bene, ma se potessi, se avessi la possibilità, farei soul tutta la vita. Sono canzoni perfette, non hanno tempo, e il punk per come la vedo io ha la stessa potenza, ha la stessa carica. Il soul apparentemente è semplice, ma non si capisce come gli artisti soul riescano a scrivere canzoni allo stesso tempo positive e tristi, senza usare i minori fanno delle cose incredibili 

Ecco, parliamo di Sam Cooke, perché tu hai citato Sam Cooke che ha cominciato appunto facendo gospel.
Tutti i migliori hanno cominciato così, anche Johnny Cash. Voglio dire, anche il vero capo del rock, Little Richard, veniva dal gospel e tra l’altro dopo si è riconvertito... adesso è completamente fuori di testa, è diventato anche un ministro di culto. È stato uno dei personaggi più estremi del primo rock’n’roll anni cinquanta: era nero, gay, bruciava la croce sul palco, completamente senza controllo, ma comunque con un forte legame con la chiesa. E in ogni caso tutta la musica, ma anche i cori di montagna, a cui un po’ sono vicino per provenienza, è riconducibile a melodie sviluppate e imparate in chiesa... si sente insomma che hanno qualcosa di primitivo e molto potente.

Ai cori di montagna devo dire che non avevo proprio pensato. Però il cerchio si chiude, essendo tu trentino: anche lì c’è questo ideale della ripetizione, della costruzione del canone, che è una cosa trasversale a tutti i tipi di musica popolare insomma.
Assolutamente, infatti la mia prima esibizione la posso ricondurre a quando, da bambino, mio nonno mi metteva sulla sedia in piedi con il cappello d’alpino e mi faceva cantare le canzoni di montagna. Non so come dirti, è una cosa molto forte per me. Ho letto tempo fa un articolo su Internazionale: hanno fatto una ricerca e hanno scoperto che in un coro il battito cardiaco quando cantano praticamente si allinea, va all’unisono. Al momento non sono ancora riuscito a inserire un coro alpino in un disco, per il prossimo mi piacerebbe. È da anni che vorrei iscrivermi ad un coro qua a Trento e andare proprio a scuola di canto, oltrettuto quello che ho scelto è davvero prestigioso.

Dobbiamo parlare anche del tuo suonare da solo: potremmo dire che come one-man band sei la più inconsueta d’Italia. Devo ammettere che seguo più chi si cimenta con i generi classici - blues, country - però è indubbio che la tua proposta sia originalissima. Quando hai iniziato a pensare ad un suono così elaborato pur non chiedendo mai l'aiuto di altri musicisti?
Io ho sempre suonato in gruppi diversi fino a quando ho fatto un periodo a New York, intorno al 2008 più o meno, e lì mi è esploso tutto in testa: avevo suonato di tutto (soprattutto la batteria) e con tante persone, ma ho sempre avuto in mente l’idea questo sound così elaborato. Piano piano ci sono arrivato, e la svolta mi è arrivata una domenica che siamo andati ad Harlem a vedere una messa cantata in piena regola, e ti assicuro è una cosa spettacolare.

Hai visto la luce, come John Belushi nella chiesa di James Brown...
Assolutamente. Poi c’è un altro momento di svolta: facevamo le prove con questi musicisti a Bensonhurst, che è un quartiere a sud di Brooklyn, il quartiere dove è ambientato “Fa’ la cosa giusta” di Spike Lee, non so se hai presente. Quindi un quartiere molto bello, ma anche molto teso, son solo neri praticamente. Niente, un giorno è un venuto un tizio in sedia a rotelle e siccome si sentiva fuori dalla strada quello che facevamo, è venuto e ha detto “You guys, you guys have the soul…” e ha iniziato a caricarci tantissimo. Da lì mi sono concentrato sempre più sul soul, ho iniziato a lavorare sulla voce, volevo imparare a fare le melodie e a sovrapporle e poi, dal momento che usavo tanto la voce, ho pensato di aggiungere la batteria fatta con la bocca in modo da rendere il tutto ancora più radicale. In questo disco ho un po’ aperto agli strumenti: suonare da solo è figo ma molto spesso la critica che mi veniva fatta è che i pezzi avevano sì uno sviluppo ma non esplodevano mai... Adesso che suono con la band esplodono eccome (ride, ndr)

Infatti stai per andare in tour con i Gazebo Penguins, mentre prima hai già girato con i Moxters of the Universe. La domanda è: come cambia lo spettacolo nel momento in cui non sei da solo?
Abbiamo iniziato poco più di un anno fa a fare gli show anche con la band. È stata una risposta al fatto che, dal momento che uso le macchine, troppo spesso mi hanno inserito in contesti vicini all'elettronica, ma mai come in questo periodo sono distante dalla musica elettronica: non mi piace più di tanto quella che c’è in giro, non ne ascolto tantissima e in realtà uso solo delle macchine per ripetere delle cose che faccio con il corpo. Avevo voglia di fare un disco un po’ più carico ora, perché odio quelli che fanno il primo disco potente e già al secondo si siedono, fanno gli arrivati, i riflessivi: io più vado avanti, più voglio fare cose estreme.

E perché i Gazebo?
Ci conosciamo già da tre-quattro anni e quando sono andato a registrare "Obstinate Sermons" all’Audiofactory a Correggio da Sollo (il bassista dei Gazebo Penguins, ndr) ci è venuta in mente l'idea di fare uno split. Quindi oltre a questo disco abbiamo registrato anche lo split, in pochissimo tempo, alla velocità della luce con un risultato fighissimo. Insomma, tutti contentissimi: scherzando mi è uscito un “Ora vi metto sotto e mi fate da backing band e vi comando io”, loro hanno risposto seri "facciamolo". E se consideri che loro fanno una musica molto diversa dalla mia capisci quanto si siano messi in gioco. Abbiamo provato una sola volta (per sette ore) prima dell’inizio del tour, e adesso il live è veramente una dinamite. 

Posso dirti che parli tantissimo? Forse siamo andati un po’ lunghi...
Ah, scusa... e per fortuna questa intervista è di mattina e non è dopo un concerto, sennò ti avrei tirato un pippone ancora più lungo (ride, ndr)

Infatti uesta è l’ora del sermone, ed è proprio lì che ti volevo. Che cosa predica il reverendo Mox?
Be', questo disco è tutto dedicato a un tema solo, che è il tema dell’ostinazione: una delle cose che fin da subito avevo chiare era l’argomento della fede, non intesa appunto come abbracciare una dottrina religiosa ma come qualcosa che ti fa credere che ci sia un'idea per cui valga la pena di lottare. Almeno io la vedo così, e quindi "Obstinate Sermons" è un disco che parla di persone ostinate che fanno a pugni con la vita, che non si arrendono. Tenere alto il livello è una forma di pratica di ostinazione, il filo conduttore è non arrendersi. Non è una questione di giusto o sbagliato, è più un grande senso di ammirazione e trasporto per chi tiene botta: che può tradursi nel tenere aperto un locale, tenere in piedi una band, oppure lavorare con gli immigrati o, più in generale, scegliere di fare qualcosa di non così conveniente a livello economico ma utile socialmente. Evitare la polemica facile, non diventare subito indignati e barbari nonostante la situazione politica stia degenerando. Nutro un grande senso di rispetto verso chi tenta ancora di fare la differenza. Migliora la mia vita. Non so come dire, mantenere alto il fattore umano è molto importante.

Tag: blues noise

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