Una giurista, laureata con il massimo dei voti, che decide di virare verso il cantautorato emergente con uno scopo preciso: far capire a quante più persone possibile come la normalità sia in realtà un termine relativo, singolare e specifico per ciascuno di noi. La storia di Julia Vigliarolo si potrebbe riassumere così, ma sarebbe una sintesi troppo rapida per un percorso che invece vive di stratificazioni, consapevolezze e tante trasformazioni.
Nata e cresciuta a Roma, questa ragazza classe '92 porta nella sua musica anche la propria esperienza nello spettro autistico, senza mai trasformarla in etichetta o rifugio narrativo, ma piuttosto in lente attraverso cui osservare il mondo, restituendolo nella forma di dischi e canzoni. "Sono stata chiamata Julia per l’omonima canzone del White Album - dei Beatles ndr - da mio padre, che non c’è più". Da qui parte tutto: un nome che è già una dichiarazione d’intenti, una suggestione musicale prima ancora che identitaria.
"La musica è sempre stata la mia forma di comunicazione e il mio mezzo di espressione, pur non avendo mai fatto studi ad hoc". Una traiettoria atipica, se si pensa al suo percorso accademico: laurea in giurisprudenza con 110 e lode alla Sapienza e un lavoro quasi già scritto in ambito giuridico. In parallelo, però, cresce qualcosa di meno razionale rispetto al codice civile o a quello di procedura penale. "Per molti anni ho pensato che la mia predisposizione musicale fosse legata alla profezia del nomen omen". Poi, con l’arrivo delle prime diagnosi, "ho capito che probabilmente questa mia propensione – e il bisogno di esprimermi attraverso le canzoni che scrivo – fossero aspetti legati all’autismo".
Autodidatta, senza accademie né conservatori alle spalle, Vigliarolo costruisce sin da piccola un linguaggio basato prima di tutto sull’ascolto. "A casa mia - ci racconta - giravano sul piatto del giradischi artisti come Beatles, Genesis, Eric Clapton, Joni Mitchell e Jaco Pastorius". Un’educazione sentimentale prima ancora che tecnica, che passa per il pianoforte "casalingo" a nove anni e trova una direzione più definita intorno ai venti, quando entra in gioco un altro strumento, più intimo ma non per questo meno espressivo. Da lì in avanti, Julia si imbarca infatti in un progetto solista essenziale, chitarra e voce, arricchito però da incontri mirati, "con professionisti di spessore, come Alberto Lombardi e Tommaso Alfonsi".
Inquadrare la sua musica, però, resta un esercizio parziale. "È difficile definirla, visto che non nasce mai a tavolino ma sempre come mezzo catartico e terapeutico". Più che un genere, un processo: una radice cantautorale che si muove tra folk e pop, con deviazioni che sfiorano il jazz nei momenti strumentali. Anche qui, nessuna rigidità, capace di trovare la sua coerenza proprio nell’assenza di direzioni da seguire.
E anche in questo caso gli ascolti confermano quest'assoluta apertura. "Spazio da John Mayer a Tom Misch, dagli Eels agli XTC - ci confessa Vigliarolo - anche se i Beatles restano sempre l’ascolto più assiduo". Oltre ai Fab Four, un'altra figura di riferimento è "senza ombra di dubbio Joan Baez, non solo per la straordinarietà dei suoi lavori ma anche come esempio di artista che usa la sua voce come attivista per la rivendicazione dei diritti civili".
Questo tensione provata dall'artista romana verso il lato più impegnato della musica trova una piena espressione in Umanità e altre Amenità, il suo ultimo EP. Un lavoro che, già dal titolo, mette in chiaro la propria direzione. "Nasce dalle difficoltà riscontrate a trovare il mio posto nel mondo, non solo in quanto persona disabile ma anche e soprattutto come semplice essere umano".
Il punto focale dell'EP non è chiedere spazio, ma ridefinire i parametri con cui quello spazio viene concesso o negato. "Mi sento di vivere in una società che non è a misura di essere umano e che tende a considerare i valori come se fossero degli scarti". Anche il gioco semantico del titolo ha come scopo di "denunciare, da un lato, il fatto che il senso di umanità sia ormai considerato un’amenità, una sciocchezza. Dall’altro invitare chi mi ascolta a considerare tutti questi valori come ideali da cui partire per ripristinare l’armonia". All'interno delle sei tracce che compongono Umanità e altre Amenità possiamo trovare salute mentale, inclusione e diversità: temi spesso inflazionati nel discorso pubblico, ma raramente attraversati da chi ha avuto modo di provarli così intensamente e, soprattutto, con questa lucidità.

Portare tutto questo dal vivo è per Julia tutto fuorché scontato. "Nonostante suonare live sia molto difficoltoso per me, sono riuscita a portare la mia musica in tantissimi contesti". Tra questi, uno in particolare segna un passaggio importante. "Esibirmi dentro le sale del Base di Milano - ci racconta - in occasione dei Changemaker Days organizzati da Ashoka Italia è stato veramente un onore". Una performance estremamente importante per Vigliarolo. "Non è affatto facile trovare luoghi e contesti adatti dove portare attenzione su temi che promuovono il cambiamento sociale. A maggior ragione per una piccola artista emergente e totalmente indipendente".
Oltre al palco, il futuro per Julia sembra essere già tracciato, almeno nelle intenzioni. "La mia ambizione più grande - ci racconta - sarebbe quella di far arrivare questa musica e i temi in essa trattati a quante più persone possibili". Non per accumulare ascolti, ma per far trovare alle persone che si avvicinano alla sua musica "il tempo e il modo per riflettere su tematiche troppo spesso relegate a mero esercizio retorico".
Un obiettivo racchiuso all'interno di una delle (tante) massime partorite dalla filosofia del '700, che al posto di una semplice citazione, suona come una vera e propria dichiarazione d'intenti: "Agisci in modo tale che l’umanità sia sempre trattata da te come un fine, mai come un mezzo". Kant, certo. Ma anche, evidentemente, Julia Vigliarolo.
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L'articolo Julia Vigliarolo: canzoni dentro e fuori dallo spettro di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-04-05 02:47:00
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