Kanestri e quella palla a spicchi finita (per fortuna) sul pentagramma

Tra parquet e chitarre, il musicista marchigiano (ri)parte dai suoi “Difetti di fabbrica”.

Foto di Andreola Mejia
Foto di Andreola Mejia

C’è un’immagine che viene subito in mente ascoltando la storia di Kanestri. È quella della sigla di Willy, Il Principe di Bel-Air, quando una palla da basket, lanciata un po’ troppo in alto, finisce per cambiare il corso degli eventi. Nel caso di Matteo Manzoni – questo il nome all’anagrafe del cantautore marchigiano – quel pallone non è atterrato sulla testa dei "vichinghi laggiù", ma sui righi di un pentagramma. Perché, mentre oggi continua a dividere le proprie giornate tra il ruolo di coach di pallacanestro e la musica, è stata proprio quest’ultima a trasformarsi nel luogo in cui far rimbalzare emozioni, dubbi e cicatrici.

Nato e cresciuto a Senigallia, dove vive ancora oggi, Kanestri racconta di essere arrivato alla composizione di canzoni "molto tardi, dopo aver compiuto i vent’anni. Prima ho sempre scritto testi, poesie e cantato, ma non avevo mai pensato di utilizzare la musica come mezzo espressivo per comunicare le mie emozioni". Poi qualcosa cambia. I primi dischi punk si intrecciano con il cantautorato italiano, tutto ciò che profuma di rock diventa "pura energia" e fonte d’ispirazione costante. Dalla batteria alla prima chitarra il passo è breve, in quella che, come da lui stesso sottolineato, "è un po’ la storia di tutti noi".

Oggi il suo percorso passa anche dalla collaborazione con Matilde Dischi e Davide Maggioni. Con loro Kanestri ha trovato un ambiente capace di accompagnarne la crescita "cercando insieme un’evoluzione del mio sound senza mai bruciare le tappe". Un lavoro che, negli ultimi due anni, si è allargato fino a coinvolgere una band e una videomaker, dando forma a un progetto che punta tanto sulla musica quanto sull’identità artistica.

Senza troppi giri di parole, Manzoni dice di "fare rock, anche se ho sempre odiato le etichette messe in testa alla gente". Musica fatta e pensata "per chi ha ancora voglia di sognare, per chi crede nell’amore e per chi non si accontenta. Per quelli che non pensano di aver sempre ragione". Un’attitudine che nasce da ascolti eterogenei, sospesi tra rock, punk, folk inglese e pop italiano, senza dimenticare il cantautorato e i libri "che mi fanno pensare in grande". 

 

Matteo Manzoni, in arte Kanestri - Foto di Andreola Mejia
Matteo Manzoni, in arte Kanestri - Foto di Andreola Mejia

Questa ricerca, "ispirata dal me che non ha paura degli altri", ha trovato un suo primo approdo in Difetti di fabbrica, il disco d'esordio di Kanestri pubblicato lo scorso 26 giugno e vissuto dall’artista marchigiano come un vero e proprio punto di partenza. "Dentro ci sono canzoni alle quali devo molto - ci racconta - perché mi hanno letteralmente salvato la vita. Le ho scritte per riempire il silenzio di una stanza vuota, senza immaginare che un giorno sarebbero finite in un disco".

Parole che tracciano i contorni di una scrittura nata prima ancora dell’ambizione musicale, quasi come un gesto di sopravvivenza. "Mi sento soddisfatto perché raccontano senza filtri una parte della mia emotività - continua Manzoni - ed esorcizzano anni difficili della mia storia recente. La strada è ancora lunga, ma questo album è il modo più sincero che conosco per provare a rimettere a posto i pezzi". Ed è forse proprio qui che risiede il cuore del progetto Kanestri: nella capacità di trasformare fragilità personali in canzoni che non cercano pose, ma verità.

Se il disco rappresenta un hic et nunc da cui partire, il palco continua invece a essere l’orizzonte verso cui guardare. Dopo aver suonato molto in passato, Manzoni si è allontanato dalla musica per quasi dieci anni. Un’assenza da cui oggi sembra essere finalmente "tornato con un nuovo vestito e con tante cose da dire". Per questo, quando gli si chiede un ricordo legato al live, lui preferisce "pensare sempre al prossimo concerto, agli occhi delle persone che incrocerò, al toccarsi le anime senza vergogna".

Ed è proprio questa la filosofia con cui immagina il proprio futuro: niente proclami o rincorse affannose, ma solo il desiderio di continuare a crescere. "Il mio unico obiettivo è migliorarmi - ci dice - prima come individuo e poi come musicista. Sto scrivendo nuove cose, voglio girare e portare a spasso le mie canzoni". 

Del resto, per chi ha imparato a vivere con un piede sul parquet e l’altro sul palco, la direzione conta più della destinazione. "Farò l’impossibile - conclude Manzoni - perché nel mio prossimo futuro ci sia sempre la creatività al servizio della musica". E, a giudicare da com'è iniziata questa nuova partita, sembra proprio che quella palla "lanciata un po′ più in su" abbia trovato il posto in cui stare.

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L'articolo Kanestri e quella palla a spicchi finita (per fortuna) sul pentagramma di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-07-08 00:59:00

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