"Se ho vinto, se ho perso", la storia punk dei Kina conquista Los Angeles

Il film sul trio hardcore valdostano ha vinto il premio per il miglior documentario internazionale al Los Angeles Punk Film Festival. L'incredibile storia di una band nota un po' ovunque, meno che a casa propria, raccontata dai protagonisti

Il documentario sui Kina, "Se ho vinto, se ho perso"
Il documentario sui Kina, "Se ho vinto, se ho perso"

Da quattro anni si tiene a Los Angeles il Punk Film Festival, una rassegna cinematografica incentrata sul mondo punk aperta a tutto il mondo. E, come per gli Oscar, c’è una categoria riservata ai film internazionali. Quest’anno, il premio per il miglior documentario internazionale è andato a un film italiano, incentrato su una band che viene dall’estremo nord ovest e che, dal 1982 al 1997, ha girato l’Europa suonando ovunque: stiamo parlando di Se ho vinto, se ho perso, di Gian Luca Rossi, sui Kina, la band che ha portato l’hardcore punk ad Aosta.

"È stata una bella sorpresa. Gian Luca, che è nostro amico da tempo ed è anche lui un musicista, ci ha detto della vittoria il giorno dopo", racconta Sergio Milani, batterista dei Kina e successivamente dei Frontiera. "Un altro film in gara era Spore, diretto da Alessia Di Giovanni, in cui Alberto (Ventrella, chitarrista dei Kina, ndr) fa una comparsa e c’è una nostra canzone nella colonna sonora, quindi eravamo doppiamente rappresentati".

La storia dei Kina ha inizio nei primi anni ’80 grazie all’incontro tra Sergio Milani, Alberto Ventrella e Gianpiero Capra, nel freddo della provincia. "Aosta è molto lontana dal resto d’Italia", ci ha spiegato Sergio. "Solo per andare a Torino bisogna percorrere 120 chilometri, per arrivare a Milano ce ne vogliono 180. E c’è una sola strada da percorrere, non è come trovarsi a Bologna, per esempio, da cui puoi andare più o meno ovunque". E ancora: "Prima del trattato di Schengen, l’essere una terra di confine lo si sentiva eccome. Ogni volta che ci spostavamo venivamo fermati. Ad Aosta all’epoca c’erano più caserme che scuole, era una clima pesante. Adesso c’è una maggiore libertà".

 

Nazis raus!
Nazis raus!

In questo contesto, i Kina riescono a raccogliere i primi fan appoggiandosi alla nascente scena hardcore piemontese, in contemporanea a gruppi come Negazione, Nerorgasmo e 5° Blocco. Da lì, i lunghi viaggi a bordo di un malconcio furgone per attraversare l’Europa: Germania, Olanda, Polonia, Spagna, i Kina hanno suonato in lungo e in largo. Sempre Sergio: "Più di qualche volta è capitato a dei miei conoscenti di andare all’estero e, come dicevano di essere di Aosta, si sentivano rispondere: 'Aosta? Ma c’è un gruppo famoso che viene da là, i Kina!', perché ai nostri concerti abbiamo sempre detto da dove venivamo".

Strano pensare che a rendere nota Aosta all’estero ci debba pensare un gruppo punk, ma è ancora più assurdo se pensiamo che ad Aosta, che non arriva ai 35mila abitanti, i Kina non hanno poi questa gran fama. "A casa in realtà non ci conoscono. Una cosa che dico spesso è che abbiamo fatto più concerti a Berlino che ad Aosta", ha ammesso, ridendo, Sergio. "Per anni, quasi nessuno della nostra zona sapeva quello che facevamo".

Il documentario Se ho vinto, se ho perso prende il titolo dal disco più noto dei Kina, a sua volta battezzato da un verso all’interno della memorabile Questi anni, la canzone più famosa del loro repertorio. E che rappresenta anche bene quello che vuole raccontare il documentario: "Il progetto è partito circa tre anni fa e Gian Luca ha voluto intervistarci singolarmente, così che ognuno desse la sua prospettiva sui quindici anni dei Kina in maniera personale", ci ha spiegato Sergio. "Il documentario ha più l’intento di raccontare l’esperienza dei Kina con lo sguardo che abbiamo maturato nel corso degli anni".

Oggi, i tre membri dei Kina conducono tutti vite diverse: Gianpiero è un fisioterapista e da anni vive in Svizzera, Alberto fa l’educatore e lavora con i bambini, mentre Sergio lavora per la regione Val d’Aosta, occupandosi di tutela ambientale. "Non direi però che facciamo lavori normali", ha precisato Sergio. "Gianpiero ha un approccio fuori dagli schemi per il suo lavoro, l’ho sperimentato anche su me stesso perché più volte ho avuto bisogno del suo aiuto per rimettere a posto il mio corpo (ride, ndr). La cosa incredibile è che Alberto, facendo l’educatore, scrive un sacco di canzoni per bambini, con noi non aveva mai scritto un testo! Io invece mi occupo di fare valutazioni di impatto ambientale, ci sono molti comuni che per essere più appetibili per i turisti vogliono espandersi a scapito del territorio, quindi io devo dare il mio parere al riguardo sulla base dei rilievi che faccio".

Il mondo del punk è difficile da spiegare alle generazioni di oggi, in un mondo che nel frattempo è cambiato così tanto. "Non dico che sia migliore o peggiore, ma viviamo in un mondo molto diverso di quando eravamo ragazzi noi", ha detto Sergio. "Ora il punk si è affermato più come genere che come attitudine. Ai nostri ultimi concerti però, quando ci siamo riuniti, nel pubblico c’erano tanti ragazzi che sapevano tutti i pezzi a memoria, questa cosa fa piacere".

Sergio Milani in un fotogramma da
Sergio Milani in un fotogramma da

Lo stesso Sergio ha due figlie, di 14 e di 11 anni, a cui è ancora difficile spiegare quella lunga parentesi musicale così impegnata politicamente. "Loro quella musica non la conscono, ovviamente, però ne sono incuriosite, si sorprendono spesso di trovare degli agganci tra la mia carriera da musicista e quello che ascoltano. Per esempio, quando ho raccontato che ho conosciuto Neffa e che era un batterista punk, loro non ci potevano credere".

Nel parlare del rapporto tra punk e politica, è inevitabile vedere come gli incendiari di un tempo siano diventati dei reazionari. Se guardiamo all’Italia, Giovanni Lindo Ferretti è uno degli esempi più eclatanti nell’ultimo periodo, mentre in campo internazionale c’è Johnny Rotten che ha fatto discutere per aver indossato una maglietta pro Trump. "E non solo", aggiunge Sergio, "anche Henry Rollins e Misfits si sono resi protagonisti di uscite simili. Secondo me è anche normale che succeda, ma una cosa che mi ha preoccupato di più è stata vedere questo atteggiamento applicato al Covid. Io mi sono attenuto alle indicazioni perché non volevo mettere a rischio la mia salute e quella dei miei cari, vedere quanti invece se ne fregavano mi ha sconfortato molto".

Dopo la vittoria a LA, Se ho vinto, se ho perso si è aggiudicato anche il premio come miglior documentario al TAKT Film Festival, in Serbia. "Siamo molto contenti, ora siamo in gara anche per il Perugia Social Film Festival, se facciamo tre su tre è una gran soddisfazione, poi penseremo a come commercializzare il film", sono state le parole di Sergio. "Quello però è un progetto di Gian Luca, noi siamo solo il soggetto della pellicola. Invece, per il futuro, stiamo pensando di far diventare le registrazioni del nostro tour di reunion del 2019 in un disco live. Una delle date è pure stata filmata, per cui non escludiamo di farci qualcosa di speciale".

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L'articolo "Se ho vinto, se ho perso", la storia punk dei Kina conquista Los Angeles di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2020-10-07 10:15:00

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