Klimt 1918 - Come Berlino Ovest

Tra un disco e l'altro sono trascorsi otto anni, perché i Klimt 1918 non rispondono a logiche discografiche, ma solo alla propria ispirazione

Klimt 1918
Klimt 1918 - Tutte le foto sono di Paolo Palmieri

Ci sono voluti 8 anni perché i Klimt 1918 tornassero in studio a fissare le tante idee che avevano accumulato dall'uscita di "Just In Case We'll Never Meet Again”, l'album precedente. Questo perché la band non sente la necessità di rispondere a delle logiche discografiche, ma solo ai ritmi dettati dalla musica stessa. Ci siamo fatti raccontare il nuovo album "Sentimentale Jugend".

C’è molta attesa per il vostro nuovo album “Sentimentale Jugend”; sono passati 8 anni dalla pubblicazione di “Just in Case Will Never Meet Again” e viene naturale chiedersi cos’è successo in questo periodo: ad esempio quali sono stati i momenti topici che hanno delineato la forma di questo lavoro?
Non è successo nulla di particolare. Abbiamo fatto altro. La musica non è l’unica cosa che riempie le nostre vite. C’è questa convinzione diffusa che chi suona deve mantenere un ritmo preciso, una sorta di ciclo produttivo che ha bisogno di regole e tempistiche. È una concezione quasi meccanica che non ho mai capito. Non abbiamo mai registrato un album perché era passato troppo tempo dall’ultimo che abbiamo fatto uscire. Scriviamo canzoni quando siamo nelle condizioni giuste per farlo. E se queste condizioni si palesano una volta ogni dieci anni, non importa. Ciò che realmente conta è la qualità del lavoro che portiamo a termine. I Klimt 1918 entrano in studio solo quando sono sicuri al 100% di quello che stanno facendo. Non esistono “momenti topici” nella genesi di questi album. "Sentimentale Jugend" è un album concepito, arrangiato e registrato nei ritagli di tempo, facendo i conti con molte limitazioni. Problemi banalissimi, nulla di poetico che valga la pena di essere raccontato. Però, in virtù di questa sua frammentarietà, si tratta di un lavoro denso, una sorta di sfida che abbiamo lanciato a noi stessi. Ora che l’uscita dei due dischi è vicina, siamo orgogliosi della nostra perseveranza, della nostra incrollabile forza di volontà.

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Hai affermato che "Sentimentale Jugend" per te evoca un’immagine di una Berlino dell’Ovest dei tardi anni ‘70, la Berlino raccontata da Bowie. Da cosa nasce questa percezione e soprattutto com’è nato questo nome?
Berlino negli anni '70 era così: da una parte il fermento culturale, l’eroina, le avanguardie, le rock star annoiate; dall’altra il silenzio, l’oscurantismo, le passioni clandestine, la cultura sotterranea.
C’è un passo di “Wir Kinder vom Bahnhof Zoo” in cui Vera Christiane Felscherinow (Christiane F.), cittadina della zona ovest, parla di Berlino Est come una specie di luogo alieno dove la droga non esiste; dove la gente non muore di overdose. Dove le cose funzionano al contrario. Dove non c’è libertà di esprimersi e di autodistruggersi. Doveva essere pazzesco vivere quella frizione culturale e politica. Era un po’ come passeggiare nel luogo di congiuntura tra due placche tettoniche. Una città rift, dove il magma affiora e dove la terra trema.
A me quella Berlino piace per questo: era un territorio ribollente, una terra giovane, come l’Islanda. Molte contraddizioni e molto fascino. Silenzio e clamore, carnalità e rarefazione.
Il nome è preso in prestito dall’omonima band formata da Alexander Hacke degli Einstürzende Neubauten e da Vera Christiane Felscherinow. La loro musica non mi piace un granché. Il moniker però è talmente suggestivo che ho pensato potesse essere utilizzato per descrivere il nostro nuovo percorso musicale.

Da cos’è scaturita la decisione di presentare un doppio album? È stata una scelta voluta, razionale e spinta da un determinato concept, oppure un’evoluzione implicita del processo creativo?
La motivazione è molto più banale. Durante gli ultimi otto anni non abbiamo mai smesso di scrivere pezzi. Con il tempo questo materiale si è ammassato nei nostri cassetti. Quando abbiamo dovuto fare una cernita per scegliere quali canzoni utilizzare siamo entrati in crisi. Non volevamo cestinare nulla. Ogni canzone raccontava una storia diversa e si portava dietro un periodo preciso attraversato dalla band. Così abbiamo deciso di usarle tutte. L’unica soluzione era far uscire due album.



C’è una differenza sostanziale tra i brani di "Sentimentale" e quelli di "Jugend"?
La divisione dei brani è stata quasi casuale. Non c’è stato un progetto preciso, nè un concept che ci ha spinto ad includere determinate canzoni nell’uno oppure nell’altro. Abbiamo cercato di stilare due tracklist equilibrate: lo stesso numero di canzoni veloci e di brani più lenti per entrambi gli album.

Se dovessi descriverli con delle immagini come li raffigureresti?
Le fotografie di Alessio Albi che abbiamo usato per le copertine secondo me cristallizzano abbastanza bene la musica di "Sentimentale Jugend". La nebbia è il simbolo dell’imperscrutabilità. Noi ci siamo sentiti come le protagoniste di quegli scatti: determinati ad andare avanti seguendo un sentiero, senza poter vedere la metà del nostro viaggio. È stato un percorso denso di ostacoli che noi stessi abbiamo contribuito a rendere più difficile. Abbiamo scelto la via più impervia; quella battuta dalle intemperie, la via montana, attraverso le nuvole, al freddo. Ma è stato come viaggiare dentro noi stessi.

Il processo compositivo in studio come si è svolto?
Non componiamo in studio. Io scrivo i pezzi a casa con la mia vecchia chitarra acustica a 12 corde. Poi collettivamente arrangiamo le canzoni in sala prove. Quando arriviamo in studio gran parte del lavoro è stato già fatto precedentemente, compresi i provini che registriamo a casa di Francesco.
L’ultima fase è trovare un suono che ci soddisfi. Per l’ultimo disco abbiamo usato molti effetti analogici, svariate chitarre e amplificatori per costruire nel modo più minuzioso possibile un’immagine sonora che ci appartenesse completamente. È stato un percorso lungo ma entusiasmante. Creare un suono, vederlo crescere e svilupparsi è una sorta di piccolo miracolo. Non smetteresti mai.



Il primo brano che avete rilasciato è stato “Comandante” e sin da subito si sentono molte influenze differenti tra loro, ma ben definite, tant’è che è lampante il rimando al post-punk o dream pop; cosa vi ha portato a comporre verso questa direzione?
I Klimt 1918 da anni esplorano queste sonorità. Ho cominciato ad interessarmi alla scena shoegaze/dream pop all’epoca delle registrazioni di "Dopoguerra". Era il 2004. In edicola usciva questa rivista molto fica chiamata Losing Today che mi fece scoprire generi e band di cui non avevo mai sentito parlare fino ad allora. Da qualche anno mi stavo interessando al post-rock strumentale (GYBE!, Explosions in the Sky, Mogwai, Mono) ed ero sempre alla ricerca di nuove sonorità atmosferiche e ambientali da ascoltare e, perché no, da imparare a suonare.
Losing Today aveva una compilation su cd allegata con quanto di meglio la scena internazionale potesse offrire. Così ho scoperto queste misconosciute band come Workhouse e Destroyalldreamers che suonavano quello che alle mie orecchie era una sorta di post-rock particolarmente dilatato e psichedelico. Losing Today li definiva shoegaze e io non avevo la benchè minima idea di cosa significasse quel termine. Così ho cominciato a studiare e a comprare dischi: Slowdive, Ride, Spaceman 3, Catherine Wheel, Highspire, Sylvania, Swervedriver. C’era un continente intero da scoprire e molto da imparare. Un anno e molti ascolti dopo ho finalmente realizzato che dream pop e shoegaze non erano solo generi musicali ma rappresentavano un’attitudine in cui mi ritrovavo completamente. Anche se in maniera molto acerba "Dopoguerra" presenta già i primi sintomi di quel processo di cambiamento che ci avrebbe portato a "Sentimentale Jugend".

La scena musicale europea degli anni ‘80 e ‘90 quanto ha influito nella vostra vita da musicisti?
Ha avuto una grandissima influenza, impossibile negarlo. Ma non vogliamo passare per dei passatisti. Almeno non completamente. Le influenze musicali, come quelle letterarie, culturali, politiche sono solo dei trigger. L‘amore per quello che facciamo ci impone di seguire un percorso che ci appartenga completamente. Abbiamo passato tanti anni suonando musica derivativa. Il nostro più grande orgoglio è quello di aver convogliato sonorità distinguibili all’interno di un sound nostro.



Avete definito il sound di questo album come qualcosa vicino ai Cocteau Twins, The Chamaleons e Darkthrone. Ho notato che in “Comandante” alcuni riff ricordano, come una lontana parentela, la scelta fatta dai Deafheaven - unendo il black metal allo shoegaze - ma nel vostro caso suona molto più armoniosa, più eterea, come se per l’appunto Fenriz avesse deciso di comporre assieme a Mark Burgess. Questa è stata una scelta precisa, oppure è stata una naturale evoluzione?
Perdonami, ma io non riesco a sentire nulla di shoegaze nei Deafheaven, come in molte altre band definite oggi “black gaze”. Oggi tutto viene fatto ricondurre a questo genere ma credo che gran parte dei gruppi che si autodefiniscono in quel modo non abbiano ben presente quello di cui stanno parlando. Lo shoegaze è nato da una costola della new wave e del garage punk, necessita di strumentazioni adeguate, di arrangiamenti particolari. Non basta essere melodici/malinconici per essere definiti tali. I Deafheaven sono una band interessante, senza dubbio. Suonano un onesto post hard core/black metal atmosferico usando scale maggiori.
Quando parlo di Darkthrone mi riferisco all’approccio lo-fi by choice che distingue la produzione di "Sentimentale Jugend". Volevamo un sound sporco e contaminato, ma piuttosto che rincorrere Jesus & Mary Chain e Spaceman 3 ho lasciato che l’istinto attingesse dal nostro vero background. Io credo che l’approccio di Jim Reid come quello di Peter Kember fosse molto vicino a quello raw black metal di Quorthon, ad esempio. E non è un caso che ci sia così tanta gente in ambiti noise pop/indie/shoegaze così attratta dal black metal. Thurston Moore ne è un valido esempio. Comunque mi piace molto l’immagine di Mark Burgess che jamma con Fenriz. Al di là delle similitudini con il sound di Sentimentale Jugend, credo che quei due insieme potrebbero davvero fare scintille. Due delle mie più grandi influenze nella stessa band! Da strapparsi i capelli..

Se dovessi scegliere un regista per realizzare un lungometraggio basato su "Sentimentale Jugend" chi sceglieresti?
Bella domanda. Forse sceglierei Nicolas Winding Refn. Ma solo se mi promette di girare con una macchina da presa da 35 mm!

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L'articolo Klimt 1918 - Come Berlino Ovest di Filippo Gualandi è apparso su Rockit.it il 2016-12-01 15:13:00

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