Krano

Al di là del Piave Intervista

KranoKrano
03/05/2016

Krano è il progetto solista in dialetto veneto di Marco Spigariol (Movie Star Junkies, Vermillion Sands). Nel 2012 si è ritirato sulle colline di Valdobbiadene per svuotare la mente da qualsiasi cosa che non fosse la sua terra e ha iniziato a comporre e cantare in dialetto. Il suo album d'esordio, "Requescat In Plavem" è uscito per la Maple Death Records di Jonathan Clancy e ci ha fatti innamorare, per questo l'abbiamo voluto sul palco del MI AMI Festival 2016 (potete acquistare qui le prevendite). In questa intervista scopriamo qualcosa in più di lui, la sua musica e il suo rapporto complicato con il Veneto.

Cosa significa esattamente Krano? Il dizionario Esperanto - Italiano dice "rubinetto"...
(Ride) No, è il soprannome che mi hanno affibbiato da piccolino. Il significato? Niente di che, un'associazione di idee che deriva dal mio cognome. È da quando avevo 10 anni che mi chiamano così: penso che nessuno mi chiami o mi conosca come Marco. Ormai sento questo nomignolo talmente tanto mio che mi è sembrato naturale farmi chiamare così anche nell'ambito musicale.

Si sentono spesso dischi in dialetto napoletano, siciliano o pugliese, ma quella del dialetto veneto è una scelta bizzarra. Come l'hai presa? 
Non è bizzarra per me perché dalle mie parti è pieno di band con testi in dialetto veneto. La mia idea era quella di utilizzare la stessa loro lingua, scegliendo però sonorità e temi diversi da quelli che più sono diffusi nella mia regione.
La cosa bizzarra è che piaccia più fuori dal Veneto dove non capiscono la lingua in cui canto... Penso che capiti a tutti di ascoltare musica straniera di cui magari non capiamo una parola, ma non per questo dobbiamo frenarci: se musicalmente un pezzo piace e fa stare bene chi lo sente, secondo me va ascoltato!

In una recente intervista hai detto che questo disco è un addio al Veneto. Come mai? E cosa ti piace della tua terra e cosa senti di dovergli "restituire"?

Io ringrazio la mia terra per la natura, le montagne, le colline, i fiumi e per l'arte, ma per il resto non mi sento in dovere di restituire niente. Certe volte le relazioni devono finire, soprattutto quando non si va più d'accordo. Tra me e la mia regione è andata così: è stata una cosa reciproca, non ci sopportiamo più! Anche se sotto sotto so che un po' di affetto ci continuerà a tenere uniti! Però Veneto, sappi che non mi manchi per niente!



Spesso le campagne e le province italiane vengono prese in considerazione "culturalmente" solo da un punto di vista eno-gastronomico, tu invece hai dimostrato che c'è di più. Come hai strutturato questo approccio?
Itala, un'anziana signora del mio paese, spiegandole che vivo da 4 anni a Torino, mi ha risposto: "Cosa ci vuoi fare, tutti i giovani da qui stanno scappando, d'altronde da noi c'è solo il vino!"
Mi piacerebbe che le mie zone fossero conosciute non solo per il prosecco, ma anche e soprattutto per tutta la storia che ci hanno donato. Purtroppo non dipende da me: è una questione di cultura, io mi limito a fare canzoni.

Il disco è nato in un periodo di semi-isolamento sulle colline della Valdobbiadene. Che valore ha la solitudine nel tuo lavoro?
Non c'è mai stata l'intenzione di isolarsi da qualcosa o da qualcuno. C'è piuttosto stato il desiderio di trovarmi a tu per tu con la musica, di creare con lei una relazione ancora più stretta e profonda: questo direi che è il motivo che mi ha portato a questo semi-isolamento.

Rispetto ai dischi con Vermillion Sands e Movie Star Junkies, il tuo lavoro solista suona puro country-folk americano. Pensi che ci sia qualcosa che possa unire questo tipo di suono (e l'immaginario che si porta dietro) alla tradizione veneta?
Mah, magari possono esserci delle connessioni, delle radici comuni e delle affinità con la canzone popolare di una volta. O forse nel mio caso con qualcosa di più "recente", come i Belumat (storico duo folk bellunese).



Il fiume Piave è centrale nell'immaginario che canti, qual è il legame fra la tua musica e questo corso d'acqua?
Il Piave è dove con gli amici fin da piccolo andavo a passare l'estate: in riva al fiume facevamo falò e strimpellavamo. Con molti dei miei amici d'infanzia ho sempre condiviso una passione comune per la musica e il Piave ci ha fatto da sfondo: è per me un luogo pieno di grandi ricordi, di serate trascorse con gli amici di una vita, di suonate e di grande spensieratezza. Direi quasi un luogo di libertà. Tutte le storie del disco le ho pescate dal mio vissuto, da persone che ho incontrato e poi perduto e da persone che sono tuttora con me. 

Perché hai registrato le canzoni del tuo disco con un Tascam 388?
Perché il Tascam 388 è una macchina compatta con registratore a bobine e mixer tutto assieme: questo mi ha permesso di registrare in montagna senza dovermi portare l'attrezzatura da studio, decisamente più voluminosa.

Tag: intervista

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