Lantern - Basta che funzioni Intervista

Difficilmente si capisce qualcosa dai Lantern: tra i testi - polisemici, dicono - lì in bilico tra l'immagine più onirica, i riferimenti letterari colti, il senso della vita di Woody Allen. Resta il senso di sconforto quando a settembre Rimini di svuota, il non sentirsi parte di nessuna scena musicaDifficilmente si capisce qualcosa dai Lantern: tra i testi - polisemici, dicono - lì in bilico tra l'immagine più onirica, i riferimenti letterari colti, il senso della vita di Woody Allen. Resta il senso di sconforto quando a settembre Rimini di svuota, il non sentirsi parte di nessuna scena musica
21/01/2014 di

Difficilmente si capisce qualcosa dai Lantern: tra i testi - polisemici, dicono - lì in bilico tra l'immagine più onirica e riferimenti concreti, ispirazioni letterarie colte o il senso della vita di Woody Allen. Resta un certo sconforto quando a settembre Rimini si svuota, il non sentirsi parte di nessuna scena musicale, e tanti dischi da ascoltare. Sarà questo il loro tratto distintivo più importante, che li rende veramente personali, e che un altro gruppo così è difficile trovarlo. Per questo funzionano. Marcello Farno li ha intervistati.

Mi pare che il disco sia stato accolto molto bene...
Michael: Si, abbiamo avuto tante recensioni positive, che fa sempre piacere. Quelli che trovo un po' riduttivi sono i paragoni sai, sembra che ognuno conosca solo i Raein, i La Quiete, i Deafheaven e basta.
Daniele: Anche io sono molto contento, recensioni megapositive, tutto bello. Per il discorso delle influenze però sono d'accordo, ci vengono ripetute quasi sempre le stesse cose, probabilmente perchè le persone colgono quello. Che fa sempre piacere, perchè sono band che abbiamo ascoltato, ci piacciono, però sai...

Cosa c'è di altro allora?
D: Ti faccio un esempio, tante recensioni citano i testi, fanno delle interpretazioni piuttosto libere, che è una cosa che da una parte mi fa molto piacere, dall'altra mi sembra che la gente si prenda molta libertà facendo interpretazioni che sì, sono molto interessanti, però troppe disinvolte. Ci sono state spesso delle licenze un po' audaci. È bello che le persone si sforzino a percepire qualcosa, però ogni tanto fa strano.

Ditemi voi allora quali sono le cose più belle, nuove e interessanti che sono dentro "Diavoleria".
Sergio: Secondo me è un disco tattile, va meno interpretato e più ascoltato a cuore aperto. "Noicomete" era una sparata di genere, musicalmente "Diavoleria" è molto più rock'n'roll, nel senso più lato del termine, forse perchè una delle poche band che abbiamo ascoltato tutti nell'ultimo anno e mezzo sono stati i Beatles. Ci sono più assoli, più chitarre elettriche, gli strumenti nella loro individualità escono in maniera più chiara. E poi l'abbiamo scritto con più trasporto. Anche i testi, sono polisemici, esiliano il senso altrove, hanno una qualità che prima non avevano. Poi si hanno delle belle immagini secondo me, però è una funzione più figurativa che narrativa.
D: Sono testi che non vogliono avere dei confini precisi, ecco.

Ci sono altre band che riescono a fare bene questa cosa qui?
S: A me vengono in mente per primi i CCCP. Ma anche i Verdena ci piacciono tantissimo. In quel caso la grandezza sta proprio nell'accostare immagini senza che esse abbiano attinenza precisa, il fatto di creare delle visioni, dei quadri.

Quanto è importante che un disco suoni bene, solido, per un gruppo come il vostro?
S: Noi abbiamo sempre lavorato con un ragazzo, Stefano Scanu, che è un nostro amico di sempre, è come se fosse il sesto Lantern, e riesce a darci una certa qualità senza svilirci. "Diavoleria" non è una produzione pulita, è una produzione forte. Capisco chi si lascia affascinare da un certo tipo di suono grezzo, casalingo, DIY, anche "Four Minute Mile" dei Get Up Kids, che è un disco che io adoro, è registrato assieme a un produttore con le palle, Bob Weston, ma è registrato molto male. Semplicemente però i nostri pezzi non si prestavano a questo, la produzione che abbiamo fatto era la migliore e la più adatta che potessimo fare.

Spiegatemi il concept di "Diavoleria".
S: Un giorno abbiamo pensato che diavoleria era una bellissima parola. In quel periodo io leggevo cose come Bergson, Heidegger, Freud, cose che mi hanno fatto riflettere sul concetto di memoria, di passato. Diavoleria come parola descrive sempre un marchingegno, qualcosa di inarrestabile, fuori dal tuo controllo, e si lega bene al concetto di coda, che poi è quello finito in copertina. La coda è una metafora del passato, come elemento anatomico è qualcosa che lascia sempre traccia dietro di te.
D: E in mezzo abbiamo pensato di metterci questi pezzi di conversazione tratti da un film di Woody Allen, "Crimini e misfatti". Sono stralci di ripresa che Allen mostra al personaggio interpretato da Mia Farrow cercando di convincerla a realizzare un documentario su questo professore di filosofia, Louis Levy, che affronta questo genere di temi.
S: La vita, come dice Levy, non è altro che la somma totale delle nostre scelte. E se pensi alle lucertole, alla loro coda, che quando viene tagliata riacquista questa diabolica vitalità, è una metafora perfetta di come diventa impossibile separarsi dal passato, reciderlo non fa altro che farlo rivolgere, ribattere, violentemente nel presente.

Quello che risalta è che ci sono molte più immagini a fuoco rispetto a "Noicomete", tante citazioni, quella di Allen come dicevate voi, ma anche Tony Wolf, Paul Auster, Blek Macigno...
S: La linea era quella della memoria, quello che volevamo era restaurare alcuni ricordi del passato per chiudere con questa nostalgia post-adolescenziale che in "Noicomete" era invece molto presente. "Le storie del Bosco" di Tony Wolf ad esempio è un simbolo di giovinezza, di come si faccia fatica ad afferrare tutta la realtà, mentre si sia invece più disposti a credere ad ascendenze, provenienze fantastiche, che poi è la storia stessa del suo autore, che ha questo nome e questo modo di raccontare molto anglosassone ma in realtà è italianissimo. E quando l'abbiamo scoperto siamo caduti dal però, è stato come riscoprire a posteriori che era tutto lì in fondo. E il passato non è nient'altro che questo.

Insomma c'è una miriade di roba che contribuisce a dare forma all'immaginario Lantern. Cos'altro vi ispira?
D: Beh si, di registi a parte Woody Allen ci piace un sacco Aki Kaurismäki.
S: Poi anche Chris Van Allsburg, l'illustratore di "Jumanji", "Polar Express", ci ha ispirato un sacco per la copertina, per come si compongono le immagini, per la loro verginità. Poi io e Michael siamo molto legati a Céline, a "Viaggio al termine della notte", ma non so quanto questa e altre cose c'entrino poi con quello che sono i Lantern.

E Rimini in tutto questo invece?
M: La colpa totale di Rimini è di averci ospitato come città. Ci sono dei gruppi nei quali suonano più o meno le stesse persone, quindi bene o male tutti abbiamo avuto il piacere di suonare con tutti. Io e Sergio ad esempio eravamo già nei The First True Primavera. I gruppi nascono per caso, i Lantern sono nati per amicizia, volevamo suonare insieme e poi siamo andati avanti.
S: Rimini non è una città ostile. Penso che gli spazi siano gli stessi che ci sono in tante altre città, non brilla per possibilità però non c'è una penuria totale. Poi è chiaro, ci si ritrova sempre i soliti trenta stronzi che suonano in una città di 140.000 abitanti che d'estate diventano più del doppio.

Come la vivete in quei periodi lì? In realtà fa sempre strano pensarla dall'esterno a parte quei tre mesi di tam-tam balneare...
S: Secondo me le città che funzionano stagionalmente come Rimini tendono a costruire una certa personalità. Secondo me c'è una latente schizofrenia in ogni riminese, che è costretto a riconsiderare sempre il suo territorio urbano. È il tratto più caratterizzante di Rimini, di come funziona, forse è la cosa che sicuramente ti segna di più se ci vivi. Un ambiente che alla lunga si svuota e si riempie con una cadenza del genere ti deve lasciar qualcosa. È sempre un imbarazzo ricominciare dopo l'estate l'inverno.

Qual è il pubblico dei Lantern?
S: Sinceramente non lo sappiamo. Forse sai cosa, io vedo che quelli che ci ascoltano, ascoltano tanta musica italiana che stringi stringi non ha molto a che fare con noi, che ne so, ti dico Gazebo Penguins, Altro, tutte band rispettabilissime che però non sentiamo molto vicine. Ci mettono dentro questo filone perchè è un momento molto particolare, direi aureo, se dire aureo non nascondesse un rischio. È un periodo che valorizza ogni uscita che si allinea a questo panorama, e quindi tante persone con gusti diversi ascoltano le medesime band, magari una urla, un'altra non urla, però è un calderone e ci finisci inevitabilmente dentro, ed è molto difficile poi capire, discernere efficacemente, c'è molta confusione.

Quanto spazio occupa la band nelle vostre vite?
S: Chiaramente non è la prima cosa per nessuno, c'è qualcuno che lavora, altri studiano, è la seconda o la terza cosa diciamo. Poi forse siamo un po' lassisti, stiamo molto assieme ma proviamo molto poco, non la sentiamo come un'urgenza.

Ma riponete delle aspettative nel disco? Non avete la voglia che questa roba vi permetta anche di fare tanti concerti in giro? Oppure è tutto un "quel che viene venga e mi sta bene" come cosa?
M: C'è stata una risposta molto positiva e inaspettata a dire la verità, come dicevi anche tu prima, e questo ci fa piacere, però per noi il concetto di soldi-successo-fama non esiste.
S: Fare tanti concerti non equivale a fare tanti soldi, abbiamo capito che questo album ci farà suonare un po' in giro nel momento in cui noi saremmo disposti a farlo. In passato abbiamo avuto tante proposte che però non abbiamo mai preso sul serio, perchè nessuno era pronto a sacrificare un'altra cosa, e questo risponde anche alla domanda su come si posizioni per noi la band in un'ideale scala di valori. Sicuramente ci porterà a suonare in tanti posti, e questo è molto bello, però rimarrà una cosa di nicchia, di una certa minoranza. Rimarrà un certo muro di incomunicabilità con l'esterno, e i soldi, è chiaro che nessuno ci vivrà con questa cosa. Siamo abbastanza realisti.

Almeno suonare rimane una terapia a livello emotivo, personale?
S: Assolutamente, come ogni atto creativo, c'è sublimazione, catarsi, liberazione. E poi live, in una dimensione performativa, questo aspetto diventa ancora più pregnante. È terapeutico, e lo è per tutti, dall'ultima cover band degli AC/DC ai Lantern.

Cosa state ascoltando?
S: Questa estate abbiamo ascoltato molto Battisti, soprattutto "Anima Latina", e anche "Smile" dei Beach Boys. Diciamo che sono le scoperte degli ultimi dieci mesi e li abbiamo ascoltati veramente tanto. Poi a Daniele sono piaciuti molto i Calibro 35, mentre io adesso sono in fissa con "Novecinquanta" di Fritz Da Cat, "La Rapadopa" di DJ Gruff, sto riascoltando tanto anche The Microphones, che sarebbe il primo nucleo dei Mount Eerie. E poi di cose uscite quest'anno un disco meraviglioso è l'ultimo bootleg di Bob Dylan, "Another Self Portrait 1969-1971", ma anche i Ducktails e poi "Reflektor" degli Arcade Fire, ci sono delle tastiere, dei bassi, delle percussioni...

Questo gusto per il groove è un po' nascosto ma si sente anche in "Diavoleria"...
S: Sì, un po' come i Fugazi quando per "The Argument" chiamarono a suonare anche un percussionista. Ci sono questi spunti, in "Profeta", ma anche in "Blek Macigno", dove c'è uno shaker per tutta la durata del pezzo, che è forse il pezzo più pazzo che abbiamo mai scritto. Sono cose che magari ci sarebbe piaciuto venissero notate di più.

Che senso ha per voi uscire per etichette come V4V, Fallo Dischi e Flying Kids? Connota per certi versi la vostra identità?
S: Secondo me il punto è che i gruppi devono fare uscire i dischi, e se hanno già pagato la registrazione non vogliono pure stare a pagare per il disco, e a questo servono le etichette. Per noi è stato così, ci costava troppo stamparlo, e c'erano queste persone che si sono interessate, che conosciamo, che stimiamo, che hanno creduto in noi e che in definitiva hanno fatto bene, perchè il disco è molto bello (ride, ndA).

 

Tag: hardcore punk

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