Levante - Il disordine è l'ordine che non stavi cercando Intervista

Foto di Alan Chies - Foto di Alan Chies -
04/04/2017 di

 

Il capitolo "gavetta" di Levante può decisamente dichiararsi concluso, così come il dubbio amletico sul mainstream o meno. Dopo un sold out all'Alcatraz, il riconoscimento sui social e le rotazioni in radio, questo terzo disco, "Nel caos di stanze stupefacenti", in uscita il 7 aprile (INRI/ Carosello Records), viene decisamente indicato come quello della consacrazione. A Carosello Records il merito di aver puntato l'attenzione su cantautori e cantautrici, cercando di costruire un nuovo pop italiano.

Ma Levante in questo nuovo lavoro fa di più: va oltre i confini del suo pop e si discosta per sempre dal paragone col cantautorato al quale spesso era stata accomunata in passato (Carmen Consoli in primis). Durante la nostra chiacchierata racconta di come queste "stanze stupefacenti" siano dodici racconti rumorosi nati dal caos dell'ultimo anno. Un anno piuttosto silenzioso e che, proprio per questo, aveva molto da dire. È un disco dedicato a chi cade e ha il coraggio di rialzarsi: si parla di femminicidio in "Gesù Cristo sono io", di una donna che crede di essere una regina ma in realtà sulla testa ha tante spine; di omosessualità in "Santa Rosalia" e di queste donne forti ed orgogliose del sud nella Sicilia in cui è cresciuta; ma si scherza ancora con "Pezzo di Me", duetto con Max Gazzè tutto giocato sull'ironia.

 

Con "Abbi cura di te" ci avevi lasciati con la raccomandazione di imparare a badare a noi stessi. E adesso nel nuovo disco, come già il titolo fa capire, parli di disordine, stordimento e rabbia. Una rottura rispetto ai precedenti. Dov'è finita la voglia di leggerezza di Levante?
Ma no dai (ride). La voglia di leggerezza c'è sempre. C'è un brano in particolare nel quale si capisce che io sono sempre quella lì che gioca, con quell'ironia che avete conosciuto in "Alfonso". Sicuramente la vita, a volte, ti mette di fronte a delle cose e tu in qualche modo tenti di reagire al meglio. Io nel caos ci sono stata, ma è perché un po' l'ho voluto. Ne sono stata fautrice: certe cose non accadono. Certamente mi sono ritrovata davanti a situazioni che mi hanno portata ad essere un po' più arrabbiata e meno leggera. Però non credo di aver perso quella verve. O forse un po' sì?

No, la verve non l'hai persa. Ma c'è più rabbia rispetto a prima o sbaglio?
Sì. Io credo che, tra tutti e tre i dischi, Nel Caos somigli di più a "Manuale Distruzione". "Abbi cura di te" mi è parsa una sorta di parentesi molto felice che porta una saggezza bellissima. Quella saggezza mi appartiene ma in questo momento non la riconosco. Anche perché io sono bastian contraria: a volte non mi piace fare la cosa giusta. Ma anche perché qual è la cosa giusta? Non esiste. E mi son detta "ok abbi cura di te, ma a volte è anche giusto che mi faccia un po' di male".

"Nel caos di stanze stupefacenti" è una marcia pop con batterie incalzanti. Ma è anche un album che brucia e scotta. E si apre con un preludio "Mi si legge in fronte il caos che ho dentro e si sente forte il caos che ho dentro". Poi sulla copertina sei davanti ad uno specchio, messa a nudo col tuo riflesso: c'è molta consapevolezza ed introspezione. Ma tra le tue mille te, quali sono quei lati del tuo carattere da cui vuoi essere salvata e quali quelli con cui vuoi essere lasciata?
Brava (ride). Sicuramente vorrei essere salvata da quella me distruttiva, che compra la terra, i semini, mette l'acqua per due giorni, cresce la piantina, vede un fiorellino e poi la pianta rimane a secco. Se una piantina non la innaffi tutti i giorni mi sa che muore. E quindi la Levante col pollice nero dice: "Ma sai che c'è? Non ho più voglia di innaffiare questa piantina". Se ne va convinta che crescerà da sola. Ma tante cose non crescono da sole. E quindi a volte vorrei essere salvata da quella ragazza disordinata e anche un po' egoista che se ne frega. I piccoli gesti sono importanti. Quell'acqua da dare tutti i giorni è importante. E poi ci sono delle me da cui io non vorrei mai essere salvata: ho un desiderio di cambiamento continuo. Questo desiderio del mangiare la vita, del prendere ogni cosa, del vivere a 360 gradi. Quella è una me che io amo particolarmente. Il problema vero è che salvare quella me che amo vuol dire anche salvare quella me distruttiva. Perché nel momento in cui voglio mordere la vita a 360 gradi, di qualcosa me ne dovrò pur fregare! Qualcosa, in questo marasma di eventi, rimarrà un po' meno curato. Coesistono come ying e yang e bisogna tenersele: queste Levanti bisogna accettarle.


Nel primo singolo, una denuncia del mondo digitale, canti che non te ne frega niente. In realtà questo è l'album in cui ti soffermi a riflettere sulla società contemporanea. Citi anche gli attentai dell'ISIS e parli spesso di paura. Come hai vissuto questi eventi tragici e il loro riflesso digitale? E può ancora un album aiutare le persone ad avere consapevolezza di quello che accade intorno?
Sicuramente la musica, come qualsiasi forma d'arte, può aiutare e dare spunti di riflessione. Ed io, parlando anche ai giovanissimi potrei essere un canale per far soffermare su determinate questioni, come quella di "Non me ne frega niente", in cui me la prendo con la maleducazione sulla rete. Questo modo di esserci e non esserci mai è deleterio: non è attraverso il modem che combatti determinate cose o al contrario ne sei partecipe.
L'attualità, crescendo, ha iniziato a prendere una bella fetta della mia vita, ed è stato necessario. Non puoi sempre vivere in quella stanza isolata. Ad un certo punto ti guardi intorno: i fatti del Bataclan mi avevano molto colpita e spaventata. Però anche lì, chissà dove sta la verità. Noi siamo l'occidente e abbiamo anche fatto dei danni. Magari stiamo raccogliendo dei frutti. Ovvio che sono contro la violenza e le guerre, non impugnerei mai un'arma nella mia vita, però stiamo raccogliendo i frutti di gesti sbagliati. E raccogliamo la rabbia di chi ha subìto molto. In "Non me ne frega niente" non mi soffermo tanto su un periodo storico, quanto su un atteggiamento che abbiamo rispetto all'attualità. Molto semplice informarsi e dire la propria, il problema è che nella maggior parte dei casi non abbiamo le competenze per farlo. 

I primi due dischi ti avevano fatto accostare a Carmen Consoli, mentre con l'indie pop ricco di sintetizzatori di quest'album, prodotto assieme ad Antonio Filippelli, è scattato il paragone con Lykke Li e Florence Welch. Com'è stato il processo creativo di quest'album?
Ho iniziato a scrivere partendo dalla composizione. Volevo fare qualcosa di esplosivo, che facesse saltare in aria il palco. Il desiderio era quello di guardare oltre i confini italiani e questo disco, infatti, ha delle sonorità più internazionali. Florence Welch e Arcade Fire sono stati i primissimi ad utilizzare questi timpani e questa presenza di batteria continuativa su tutti i dischi. Ho voluto spingermi un po' oltre e l'ho potuto fare perché ho incontrato delle persone che sapevano farlo in un determinato modo. Sia Dario Faini, che col suo progetto elettronico Dardust guarda molto all'estero, sia Antonio Filippelli avevano le conoscenze tecniche giuste per raggiungere il tipo di suono che volevo. E direi che ci sono ampiamente riuscita. Io sono molto orgogliosa di quello che è venuto fuori. Tutto è stato molto naturale.

L'evoluzione dei testi nella scrittura è evidente. Tra questo disco e il precedente c'è stata anche la pubblicazione del tuo primo romanzo "Se non ti vedo non esisti". È una cosa che ha cambiato il tuo modo di scrivere canzoni? 
Non credo. Anche perché questo libro è molto musicale. Ho parlato del libro come di una lunghissima canzone perché in verità ho portato la mia musica nel romanzo e non il romanzo nella mia musica. 


Questo è molto bello, fa capire anche qual è la tua anima preminente. 
Sì, assolutamente. Io poi sono inchiostro, lo dico spesso: sono un'autrice che canta. Però di certo non è entrato il romanzo nella mia musica ma viceversa. Ed è anche per questo che il romanzo, che è una storia molto semplice, non un giallo o un saggio sull'esistenza dell'umanità, lo divori. Scorre, è musicale, non inciampi. 

Parliamo di "Diamante": una canzone che molto più di altre ha colpito i tuoi ascoltatori. Cosa scatta in Levante quando sta per scrivere una canzone così?
Tutto è nato da un giro di accordi molto semplice al piano, perché questo disco, al contrario degli altri, l'ho scritto per la maggior parte al pianoforte. "Diamante" nasce per lo stesso motivo per cui ho scritto "Salvami dalle mie mille me". Ero in questa stanza molto silenziosa che al contempo era rumorosissima e mi sono detta: un giorno qualcuno ti salverà da qui. La verità è che io faccio parte di quelle bambine che non devono essere salvate da nessuno.

Perché si salvano da sole.
Sì. Sì perché poi io sono una siciliana, sono cresciuta con la nonna Rosalia, con mia mamma. Queste donne molto forti e con un grandissimo orgoglio. Sono la classica persona che pur di non farsi aiutare si mette ancora di più nei casini. Faccio da sola. Io ce la faccio sempre. Ma a volte chiedere aiuto non è sintomo di fragilità, anzi, di forza. E queste cose le sto imparando piano piano. Anche il trasloco. Prima facevo i traslochi da sola: una follia. Adesso invece ho traslocato, ho portato via ogni cosa. E avevo tantissime robe! Ma questa volta mi sono fatta aiutare... 

Nell'intervista a Rockit in occasione di "Abbi cura di te" ci raccontasti che il 2014 era stato l'anno più intenso della tua vita. E avevi realizzato il tuo sogno musicale di pagare l'affitto con la musica. Sold out all'Alcatraz. Tre album. Un libro alla quarta ristampa nelle prime due settimane. A maggio compirai 30 anni: se dovessi fare un bilancio della tua vita fino ad ora?
Io devo fare ancora un miliardo di cose! Intanto devo fare delle mostre fotografiche, delle mostre sui miei quadri. Poi la linea di vestiti perché sicuramente, ve lo dico, uscirà! E poi devo fare anche un film. 

Come hai detto nella conferenza stampa, con Virzì?
(ride) Esatto, facciamogliela arrivare questa richiesta. E poi devo doppiare un cartone animato! Io parlo anche così! (simula una vocina piccola, ndr). Ho una spaventosa esigenza creativa, molto preoccupante. Qualunque cosa tu mi dia tra le mani, io te la trasformo in qualcos'altro. Che poi può essere anche bruttissima ma te la trasformo. Ho questa necessità di creare. 

Tag: intervista

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati