Tutta la verità, nient'altro che la verità, sul prog rock Intervista

Il retro di copertina di Pawn Hearts dei Van Der Graaf Generator - Pawn Hearts (Van Der Graaf Generator)Il retro di copertina di "Pawn Hearts" dei Van Der Graaf Generator - "Pawn Hearts" (Van Der Graaf Generator)
29/04/2016 di

Fabio Zuffanti, classe 1968: uno dei musicisti prog italiani della “nuova onda” più centrali e prolifici, con oltre 40 dischi realizzati, da solo o come membro di altri progetti, negli ultimi 22 anni, grazie ai quali si è ritagliato una bella fetta di notorietà anche all’estero, nel mondo degli appassionati di progressive.
Riccardo Storti: appassionato studioso di progressive, fondatore nel 2002 del Centro Studi per il Progressive Italiano, uno dei pochi critici rock italiani a essere profondamente competente anche nella componente tecnica della musica, a suo agio tra tempi composti, cadenze, modulazioni e poliritmie.
Un libro, “Prog Rock! 101 dischi dal 1967 al 1980” (Arcana, 2016, 410 pp., 25 €), che non è la solita rassegna di dischi, ma uno stimolatore fecondo di curiosità e scoperte, un piccolo miracolo all’interno di questo sottogenere dell’editoria rock. Ce lo raccontano in questa intervista.



Un musicista prog e un critico che scrivono insieme un “best of” del prog 1967-1980: com’è potuto accadere?
Fabio: Io e Riccardo ci conosciamo da tempo e da tempo condividiamo la passione per la materia trattata. Abbiamo condotto trasmissioni radio e tv e il passo successivo sembrava quasi inevitabile fosse quello di provare a fare qualcosa insieme anche a livello di scrittura. Nello specifico il progetto di "Prog Rock 101 dischi dal 1967 al 1980" è nato dalla mia idea di buttare giù le schede dei 101 album prog della mia vita, quelli per me imprescindibili, che mi hanno fatto crescere, mi hanno ispirato, hanno dato un senso al mio passaggio su questo pianeta, se posso usare una descrizione un po' altisonante ma assolutamente sincera. Volevo analizzarli dal punto di vista soprattutto emotivo e dire due parole su quella che sarebbe la mia idea di progressive rock, ovvero una musica “aperta” che contribuisce ad aprire le menti, e sul suo sviluppo nel corso degli anni. Accorgendomi poi che le mie schede, spesso, mancavano della giusta analisi musicale - nonché storiografica e sociologica - ho pensato di coinvolgere nel progetto Riccardo che è stato veramente la carta vincente per rendere il tutto completo e coinvolgente.

Definiamo le caratteristiche costitutive del progressive proprio a livello tecnico-musicale: esistono dei fattori comuni, visto l’enorme ventaglio di proposte?
Fabio: Il progressive è tutto e il contrario di tutto e per sua indole sfugge a ogni tipo di categorizzazione. Chi pensa sia unicamente sinonimo di Genesis, tempi composti, fiabe tolkieniane (queste presenti nello 0,01% dei dischi del genere) e mellotron a cascata sbaglia. Il prog non è solo questo, è bensì una filosofia che ha permesso di scardinare la strutture della classica pop song da 3 minuti contaminandola con diverse sfumature e stili. Ha fatto in modo che la canzone non si “accontentasse” di se stessa ma cercasse di andare oltre; quindi ampie parti strumentali, armonie particolari, ritmi più complessi, testi tesi verso il profondo scavo psicologico (vedi su tutti Peter Hammill) e molto altro. Anche pensare che prog sia solo questo è però un altro errore, perché ogni volta che si tenta di catalogarlo esso sfugge. Il paradosso più assurdo è che, alla fine, anche la canzone da 3 minuti può essere prog, se ha la capacità di osare e muoversi in maniera aperta oltre i soliti luoghi comuni. Per noi, quindi, sono prog tanto i King Crimson quanto i Roxy Music, Alberto Fortis o Lucio Battisti. Il segreto per l'ascoltatore sta tutto nell'affrontare la materia musicale a mente aperta. Per troppi anni abbiamo subìto un'idea di progressive fatta di mantelli colorati, coltellate sulle tastiere e assoli interminabili. Quindi molti hanno snobbato il prog per questa sorta di “partito preso”, dato dalla sua presunta ridicolaggine e del suo essere fuori moda. Ciò significa essersi persi molto: bastava solo guardare oltre la punta del proprio naso per rendersi conto che centinaia di artisti in tutto il mondo operavano una seria (e tutt'altro che gonfia di prosopopea) ricerca tesa alla nobilitazione delle forme rock, fondendole con la classica, il folk, il blues, la psichedelia, l'elettronica, la sperimentazione e molto altro. Per fortuna, in questa sorta di ritorno dei nostri giorni, tutto sembra avere raggiunto un equilibrio e mi auguro di cuore che un libro come il nostro contribuisca ulteriormente al definitivo sdoganamento del genere.

Uno dei pregi del libro è unire la passione all’analisi musicale, senza cadere in tecnicismi eccessivi, che avrebbero allontanato il lettore digiuno di nozioni musicali. Come siete giunti a questo risultato?
Riccardo: Tutto è spiegato nella prefazione. Un libro di musica deve parlare di musica; qualsiasi (lecita) soluzione metamusicale preferiamo lasciarla al campo della narrativa. Le impressioni soggettive sono uno starter sicuramente efficace, ma poi bisogna scavare e connettere il lettore con eventuali esempi comparativi, insomma utilizzare una sorta di approccio intertestuale.

Una delle grandi lacune della critica musicale è che è fatta da ascoltatori, non da persone che hanno una competenza tecnica musicale sufficiente ad analizzare ciò di cui scrivono. D’altro canto, il lettore fugge come sente parlare di rapporti armonici, tempi, linee melodiche, ecc. Come si supera questa impasse?
Fabio: Credo dipenda da come le cose sono spiegate. All'inizio anche io avevo il timore che certi tecnicismi facessero storcere un po' il naso a un lettore non preparato ma in questi giorni mi sto invece rendendo conto che molti sottolineano benevolmente il fatto che il libro sia pregno anche di descrizioni dettagliate a livello musicologico. E nessuno si è spaventato, anzi.
Riccardo: Anche in Italia, almeno da 10 anni, una certa editoria ha trovato talvolta il coraggio di pubblicare lavori critici di popular music, seguendo comunque un'ottica divulgativa. Dall'altra riva del fiume, c'è un pubblico di lettori melomani che, giustamente, chiede di andare oltre alla solita storia trita e ritrita dei nostalgici anni '70. Ci sta che un protagonista di quegli anni dia forma alla propria memoria con un volume di ricordi; non ci sta, invece, che alcuni addetti ai lavori di penna, invece, si appiattiscano solo sul dato mnemonico senza andare più a fondo. In sostanza, senza scrivere - alla fine - di musica. Ed un certo lettore, oggi, lo pretende anche. Insomma: i tempi di "Ciao 2001" sono stati consegnati alla Storia e, all'epoca, non era critica musicale ma, per lo più, cronaca musicale. Oggi non si può più pensare di ricostruire quella vicenda sonora come se ci fossimo ancora dentro...

I numeri relativi agli album presentati parlano chiaro: 36 inglesi, 28 italiani, 8 tedeschi e 7 francesi. Davvero sono questi quattro i Paesi centrali per la nascita del prog? E davvero l’Italia stacca così tanto Germania e Francia ed è così prossima alla Gran Bretagna?
Fabio: Oggettivamente sì, l'Italia ha prodotto, e ancora continua a produrre, ottima musica prog. Un disco di prog italiano in quasi ogni parte del mondo è guardato con rispetto e ammirazione perché nel nostro modo di fare prog c'è sempre un qualcosa in più, un sapore diverso e personale, più calore e colore. Quasi mai il prog italiano è fine a se stesso, anzi, è sempre comunicativo in maniera molto profonda, non è solo forma ma anche ottima sostanza. Questa capacità ci è invidiata ovunque - me ne sono reso conto personalmente suonando svariate volte negli Stati Uniti, in Messico, in Canada e in molte zone d'Europa – e da decenni il prog è l'unico genere di rock italiano a convincere le platee internazionali.

Progredendo negli anni, si passa dal predominio assoluto dei quattro Paesi di cui sopra a una sempre maggiore presenza di band provenienti da parti del mondo insospettabilmente prog. Il prog dunque si è espanso sul pianeta mentre perdeva forza nelle sue roccaforti storiche?
Fabio: Credo che in realtà non stesse perdendo forza. È indubbio che rispetto ai primissimi anni '70 certo prog inglese e italiano del 1976/77 (gli anni del - presunto - cataclisma) stesse diventando un fenomeno ipertrofico e manieristico. Eppure credo che avrebbe potuto avere la chance di andare oltre tutto ciò se a un certo punto un muro invalicabile (dato dallo schierarsi del 99% della stampa musicale con l'estetica punk) non si fosse messo in mezzo. Al prog non è quindi stata data la possibilità di un secondo appello, doveva morire e così è stato. In realtà il prog non ha fatto altro che uscire dalla porta per rientrare dalla finestra. Si è diramato in mille rivoli, si è contaminato con la new wave, è tornato nelle classifiche col cosiddetto new prog (Marillion in testa), ha cercato agganci con la contemporanea in tutto il settore del Rock In Opposition, è diventato spaziale ed elettronico con i Porcupine Tree e moltissimo altro ancora, in un continuo guardarsi dietro e oltre le proprie spalle. Inoltre, mentre in certi paesi scompariva, in altre zone del pianeta esso veniva scoperto, “adottato”, curato. Questo ha fatto sì che in primis le istanze progressive diventassero un caso mondiale e poi che, a livello underground, tutto continuasse a evolversi. E così è stato: alla fine il prog non se n'è mai andato ma ha continuato la sua vita e la sua evoluzione, pronto per riaffacciarsi alla ribalta quando i tempi sarebbero stati più maturi.

Essenza del prog è la contaminazione tra generi. Non a caso Mauro Pagani qualche anno fa mi rivendicava il ruolo che il prog ha avuto nella creazione della world music, citandomi gli Area, il suo lavoro con il Canzoniere del Lazio e ovviamente quello di Peter Gabriel con il Womad. Data la banalità di molta world music e di tanta musica di oggi, non c’è il rischio che mescolando tutto il risultato sia una melassa indistinta e stucchevole? Qual è il momento giusto per fermarsi? Esiste una ricetta?
Fabio: Beh, credo dipenda dalla sensibilità del singolo musicista. Sono assolutamente d'accordo con Pagani e allo stesso modo lo sono a riguardo del tuo pensiero su moltissima Word Music. Tutto sta a cercare di comunicare qualcosa di “vero”, di reale. Per dirne una, "Creuza de mä" di De Andrè è, nella sua filosofia intrinseca, un disco prog fatto e finito, perché mischia molte carte e le mischia in maniera sincera, autentica e anche un po' sfrontata. I primi ELP erano un gruppo punk prima del punk; spaccavano tutto, rompevano palchi e barriere. Questo è lo spirito autentico del prog. Molte composizioni del Gabriel attuale sono materiale salottiero, troppo consolatorio e borghese (la sua reale autenticità va scorta nel terzo e nel quarto album). Il prog è una musica che non deve diventare facile cartolina ma deve mantenere in sé un fuoco, uno spirito integro e vero. Il prog deve fare paura, deve sporcarsi le mani, non deve cercare la perfezione formale ma deve avere voglia di osare. Non dovrebbe mai fare sedere l'ascoltatore e sedarlo con i suonetti giusti ma dovrebbe altresì renderlo curioso, attento, pronto all'inatteso. Quando il prog diventa troppo prevedibile non è più prog.

Altro versante della medaglia, la contaminazione con la colta contemporanea: fino a quando è feconda e quando diventa sperimentalismo elitario fine a stesso e non comunicativo?
Fabio: Credo che quello che citi succeda quando i musicisti in qualche modo hanno studiato troppo e si fanno prendere la mano per fare dimostrare quanto sono bravi. Quindi, in una sorta di sfida con se stessi, tendono ad alzare l'asticella del proprio ego sempre più in alto non accorgendosi che alla fine tutto diventa una gigantesca pippa mentale e la comunicazione va a farsi benedire.
Riccardo: Se il gesto è gratuito, il re è nudo e buona notte suonatori. Nel vero senso della parola. Ma questo vale anche per una buona tonnellata di musica cosiddetta colta del '900. Si fa presto a dare la colpa al giovane Battiato...



Qual è la stata la città italiana più produttiva nell’ambito del prog storico, secondo voi? Si possono identificare delle “scuole regionali”?
Riccardo: Beh, i poli italiani erano quattro. Genova e Napoli per gli sviluppi originali all'interno del proprio ambiente; Roma e Milano per i fiorenti addentellati con una discografia capace di guardare oltre confine.

Qual è la specificità storica del progressive italiano rispetto a quello degli altri Paesi? E, già che ci siamo, due parole sulle specificità di quelli inglese, tedesco e francese, se si possono rintracciare, data la diversità di ispirazioni tra i gruppi di uno stesso Paese?
Riccardo: C'è una tradizione musicale europea che, come tale, ha offerto un supporto, un modello, è una musica - in senso stretto - "classica". Il repertorio strumentale, talune forme compositive (pensiamo alla sinfonia) e il melodramma nascono in Italia, fanno parte di quel contesto artistico e sociale. È la base. Il prog italiano suona diverso da quello britannico proprio per quella tradizione; loro, gli inglesi, l'hanno importata, così come il rock dagli States (che è arrivato prima, nella cerchia dei giovincelli imberbi albionici dei primi anni '70), magari fondendolo ad una radice folk non esente da scorie celtiche. La Germania ha una storia a sé, perché la Storia ne ha sconvolto l'identità. Quanti oggi, ahinoi, associano istantaneamente la Germania a Kant, Hegel, Marx o Goethe? O, restando in musica, a Bach, Beethoven e Schumann? Purtroppo pochi e lo sapevano già bene quei coetanei tedeschi che, all'alba della Germania Anno Zero, erano consapevoli di dovere resettare un certo passato (di cui non erano responsabili... ) in nome di qualcosa che, però, non li appiattisse ai modelli anglosassoni. Così scappano nel cosmo e lo fanno dopo avere ascoltato la musica di Stockhausen, pur restando in ambito rock. La Francia, invece, trova una sua strada accentuando di più l'elemento teatrale, la magniloquenza dell'aspetto narrativo e scenografico, inventando addirittura un genere come lo Zeuhl grazie ai Magma.

Fino a qualche anno fa nominare il progressive era una bestemmia. Ora il genere è sdoganato e anzi c’è un grande ritorno di interesse. Sono corsi e ricorsi storici naturali o è successo qualcosa?
Fabio: Come dicevo prima il prog non è mai morto ed è rimasto ad attendere il momento giusto per tornare, magari nascondendosi sotto altre vesti, strisciando sotterraneamente qua e là, venendo chiamato con altri nomi.... ma in fondo non se ne è mai andato e il suo “ritorno” deriva solo dal fatto che molti hanno smesso di vergognarsi, o meglio hanno capito che non c'era nulla di cui vergognarsi.



Che mi dite della scena prog italiana di oggi?
Fabio: È frammentata e frammentaria ma decisamente interessante. È fatta di band che vorrebbero vivere nel 1972 e altre che portano avanti un discorso di nuove contaminazioni. Ed giusto sia così, come dicevo prima il prog tende a guardarsi spesso dietro e oltre le proprie spalle. Il fermento c'è e ci sono realtà stimolanti che vale la pena di scoprire, parecchie etichette veramente appassionate e un pubblico ristretto ma fedele che ascolta con curiosità. Manca solo una cosa, un serio circuito concertistico. Quello è assurdamente assente e tutte le cose organizzative da questo punto di vista sembrano atti di carboneria. Nessun gruppo della scena italiana di oggi (a parte i Winstons, ma loro sono facilitati perché provengono da realtà già ampiamente conosciute in altri ambiti) riesce ad agganciarsi a un'agenzia delle tante che esistono per l'organizzazione di concerti... Quando anche il circuito dei live si metterà in moto seriamente forse allora potremo parlare di vera rinascita, per ora siamo solo all'inizio di un qualcosa che speriamo possa sbocciare al meglio.

Nel momento in cui scrivo, l’album di progressive italiano dell’anno pare essere il miracoloso esordio di The Winstons, sia per qualità sia per successo di pubblico. I tre Winstons hanno percorsi che poco hanno incrociato il progressive, ignoravano che esistesse una scena prog italiana, e fanno un album straordinario. Che ne pensate?
Fabio: Dei Winstons mi piace il loro essere veramente ruspanti. Ecco cosa manca forse alla scena italiana attuale, molti (troppi) vogliono essere un po' troppo perfetti e pulitini. I Winstons invece mettono sangue, sudore e le giuste dosi di cattiveria e “sporcizia” in quello che fanno, e questa per me è una delle strade in cui il prog nel nostro paese si dovrebbe incamminare. Spero che l'interesse che stanno destando aiuti il pubblico più giovane a conoscere il genere, a capire che il prog non morde e ad avere voglia di scoprire i tanti i bei talenti che circolano nel nostro paese.
Riccardo: Trovo l'appeal dei Winstons veramente azzeccato, pur in un ambito, comunque, assai derivativo. I loro brani hanno una cura filologica circa un certo sound fine anni Sessanta collocabile dalle parti di una Canterbury ancora acerba. Soft Machine era Wyatt e Ayers, tanto per capirci. È un po' come se si fosse persa la ricetta di un determinato liquore e loro, non solo sono riusciti a riprodurlo, ma anche ad aggiungerne le qualità di stagionatura. Un vintage che sa di modernariato. Una musica tanto lontana nel tempo che si può percepire come novità.

Infine: i vostri tre album preferiti del prog 1967-1978.
Fabio: "Nursery Cryme" (Genesis), "Pawn Hearts" (Van Der Graaf Generator), l'omonimo del Banco Del Mutuo Soccorso.
Riccardo: più che album preferiti, tre buoni motivi per studiarlo alla radice: "Bitches Brew" (Miles Davis), "Hot Rats" (Zappa) e "In the Court of the Crimson King" (King Crimson)

Tag: libro intervista progressive

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