Seguire l'istinto e tornare a casa: i Linea 77 ci raccontano il nuovo "Oh!" Intervista

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04/02/2015 di

Dopo vari cambi di formazione e un ep disgraziatamente andato perduto, i Linea 77 hanno deciso di staccare col passato e tornare con un nuovo disco più diretto e più rock, che li rappresentasse davvero al meglio. Ce lo spiegano in questa intervista.

 

È passato un po' di tempo dai cambi di formazione ed etichetta datati 2012. Dopo due album il bilancio è positivo o negativo?
Direi assolutamente positivo. Siamo in ottima forma e il rapporto tra di noi non potrebbe essere più saldo. Le scelte che abbiamo fatto sono state importanti, non sapevamo dove ci avrebbero portato ma ora possiamo dire di essere sereni e soddisfatti del risultato. Quest'album, soprattutto, è la rappresentazione del nostro “ritorno a casa”; ci eravamo un po' smarriti vagando senza una meta precisa. Abbiamo deciso di seguire l'istinto e siamo tornati a fare ciò che sapevamo fare meglio: entrare in saletta e suonare della musica rock. Sono certo che questo disco sarà la dimostrazione del fatto che ora siamo a nostro agio.

Parliamo dell'album. Fra titoli e testi in "Oh!" ci sono molti spunti poetico–letterari. In che modo Ungaretti è attualità e come fa ad entrare in un testo dei Linea77?
Ah non lo so! (ride, ndr) Non saprei dare una risposta sinceramente. Si tratta di una delle tante sfide che lanciamo ogni volta. A dirla tutta, personalmente, sono un po' stufo di parlare una lingua troppo comprensibile nei testi. Siamo sempre stati molto diretti, forse questa è proprio una delle peculiarità che hanno distinto i Linea77 negli anni, specie nella fase live. Ciò non significa assolutamente che smetteremo di esserlo, tuttavia limitatamente ai testi sarebbe interessante provare a dare una piccola svolta in questo senso. Sarò forse cinico e pessimista ma credo che in pochi negli anni abbiano letto nella nostra schiettezza ciò di cui parlavamo realmente; alla fine abbiamo deciso di entrare più nel personale, nulla di stravolgente. La scelta di concludere il testo di "Luce" con i versi di "Soldati" di Ungaretti, poi, è una scelta prettamente personale, adoro quei versi e la capacità di riassumere in poche parole così tante immagini ed emozioni. Ho provato a metterla e alla fine c'è stata davvero bene.

Sembra che in quest'ultimo album la sperimentazione musicale sia momentaneamente accantonata. Qual è l'obiettivo che vi siete prefissi con "Oh!"?
Dunque, diciamo che approcciandoci a "Oh!" volevamo scrivere un album da suonare per intero ai nostri live. Questo era l'obiettivo principale. Siamo stufi di una parte delle canzoni che abbiamo proposto nelle scalette degli ultimi anni: pezzi come “Inno all'Odio”, nonostante piacciano molto al pubblico, ci hanno davvero rotto i coglioni. Si tratta per di più di un testo all'interno del quale non mi ritrovo assolutamente.
Volevamo dare un po' di linfa nuova alla fase live e così è stato: ora si tratterà di una scaletta molto sostanziosa, ricca e piuttosto lunga. Ci saranno ovviamente i pezzi più famosi ma contiamo di portare i pezzi di "Oh!" live più di quanto non accadesse con gli altri album. Solitamente quando scrivi un nuovo album, dell'intera tracklist, ai concerti, porti solo tre pezzi. Questa volta sarà diverso.
Sia chiaro, noi non rinneghiamo nulla di ciò che è stato il nostro percorso, anzi ne siamo orgogliosi. Si trattava più che altro di ovviare ad una continuità che finiva con l'essere semplicemente noiosa.

Nella tracklist sono presenti i due superstiti della brutta avventura di "Ci Eravamo Tanto Armati" (“Io sapere poco leggere” e “L'involuzione della specie”), l'ep che andò perso a causa di un calo di corrente. Le restanti tracce derivano anche da quell'album o si tratta di materiale nuovo?
Diciamo che "Ci Eravamo Tanto Armati" è in parte presente nel nuovo album. Tuttavia, spinti da questa carica quasi adolescenziale di scrivere nuovo materiale, una parte della tracklist persa l'abbiamo definitivamente scartata. La parte migliore invece è stata riarrangiata e ne sono usciti tre nuovi pezzi.

Il breakdown di "Caos" mi ha devastato un paio di cuffie, si può dire che "Oh!" riprenda l'hardcore dei primi album più di quanto non sia successo negli ultimi tempi?
Be' puoi dirlo forte. Quel pezzo poi è il featuring con Sabino (Titor), un grande amico e soprattutto una figura fondamentale della scena torinese. Vi anticipo che quel breakdown nella fase live lo porteremo a tre/quattro minuti perchè secondo noi, e l'ho appena riscontrato, merita davvero. Vorremmo un bel wall of death in stile Sick of it All sotto al palco. Inizialmente, trattandosi di una sequenza di accordi molto semplice, eravamo indecisi se inserirlo o meno ma alla fine era talmente potente e trascinante che non abbiamo resistito ed ora, a giochi fatti, ammetto che ci stia veramente da dio.
In quel “ritorno a casa” a cui alludevo prima rientra anche questo. Ci sentiamo molto rappresentati da questa tracklist e il ritorno ad una forma più pura dell'hardcore è ciò attorno cui orbita l'album. Del resto basta dare un breve ascolto per rendersene conto, sono sicuro che non deluderemo nessuno.

Infatti la scelta dei featuring rimanda ad un background non proprio da balletto...
Decisamente! I featuring presenti nell'album sono tre: “Divide et Impera” che vede il machetero En?gma al nostro fianco, “Caos” con Sabino dei Titor e “Non esistere”, cover di un brano storico dei Fluxus, cantato con Franz Goria, ex Fluxus appunto, che per l'occasione ha registrato anche le chitarre.
Franz e Sabino rappresentano la storia della nostra adolescenza, sono i frontmen di due band fondamentali per i Linea77. All'inizio della nostra carriera (tra il '91 e il '95) aprivamo i concerti ai Bellicosi, band in cui Sabino militava. Per quanto riguarda Franz invece la storia del featuring risale ad una compilation di cover dei Fluxus a cui molti gruppi italiani parteciparono tempo fa, anche noi dovevamo ma per il casino scoppiato in seguito alla perdita di "Ci Eravamo Tanto Armati" abbiamo deciso di abbandonare l'idea. Qualche mese dopo, lavorando appunto al nuovo materiale, abbiamo deciso di inserire la cover che sarebbe dovuta comparire nella compilation proprio in "Oh!" così abbiamo sentito Franz e lui è stato più che contento di raggiungerci in sala prove per registrarla. Il muro di suono a cui miriamo durante ogni live è quello che ci investiva durante i tanti concerti dei Fluxus del passato. Ci siamo in parte ispirati a loro anche sotto questo profilo, agli inizi.



Per quanto riguarda En?gma invece? Cosa ha di più rispetto agli altri rapper della scena italiana?
En?gma innanzitutto gode di una cultura spropositata ed è un ragazzo estremamente umile ed intelligente, non è uno che scende a compromessi per raggiungere la fama. È arrivato lì con le sue mani e questo lo apprezziamo. Ultimamente è raro trovare artisti del genere.
Noi siamo grandi fan dell'hip hop da sempre ma nella scena italiana contemporanea non troviamo nomi interessanti, gli unici rapper che ci piacciono davvero sono lui, Salmo, i Colle der Fomento e pochi altri. E fra questi, per quanto mi riguarda, En?gma è quello che preferisco, sia a livello di testi che di metrica e flow. Il numero uno.

Oltre vent'anni di carriera alle spalle: come sono cambiati i vostri fan con il passare del tempo?
Sono passate alcune generazioni sotto il nostro palco, questo è il bello ma anche il brutto di suonare per oltre vent'anni, dopo un po' questa storia ti fa sentire vecchio (ride ndr), devo dire però che non è cambiato molto in realtà. Quello che è cambiato davvero, in parte, è l'approccio al live. Non si fa in tempo a salire sul palco che una parte del pubblico ti abbaglia con una schiera di smartphone: invece di vivere il concerto per davvero alcune persone passano il tempo a registrarlo e a vederci attraverso una fotocamera. Purtroppo si tratta di un evento incontrollabile e non saprei neanche come evitarlo. Per fortuna la maggior parte del nostro pubblico è là sotto a sgomitare e a divertirsi e questo ci rincuora, ora come vent'anni fa.

Nel frattempo hai aperto la INRI, etichetta indipendente per la quale uscirà Oh! il 17 Febbraio. Ci racconti il salto da musicista a produttore?
Diciamo che la produzione è una fase che in parte ho sempre seguito dunque non c'è stato nulla di drastico. Sapevo a chi rivolgermi nel momento in cui avevo bisogno di trovare dei collaboratori. Il problema è stato aprire fisicamente l'etichetta, in un periodo in cui le etichette non hanno quasi più senso di esistere: ormai la musica non si vende quasi più (parlo dell'underground), internet e il download digitale sono un'arma a doppio taglio, puoi trovare molti lati positivi e altrettanti negativi. La cosa che più ho apprezzato in questi anni da discografico è la famiglia di musicisti che si è creata nel tempo. Questo ha reso il passaggio dai Linea77 alla INRI estremamente naturale.

Da produttore che prospettive vedi per gli emergenti?
Personalmente mi capita spesso di ricevere richieste di produzione da giovani band ma se l'album non mi piace non lo produco. Pur trattandosi del mio lavoro, e avendo anche degli interessi economici non neghiamolo, ciò non mi impedisce di fare una selezione. Molto spesso, inoltre, mi capita di trovarmi di fronte ad emergenti che non hanno la minima idea di ciò che vogliono fare, non c'è l'ombra di un progetto. Probabilmente è questo uno dei problemi più grossi e sottovalutati che affligge la categoria dei musicisti emergenti. L'altro problema è il fatto che questi ragazzi siano letteralmente sfruttati: chiunque incontrino sul loro percorso, dal proprietario del locale al press team, cerca di farci dei soldi sopra e questo rende tutto drammaticamente difficile e lento. Programmare un tour degno di questo nome, poi, è fantascienza a tutti i livelli, figurarsi per dei ragazzi alle prime armi.
Da un quadro del genere, ammettiamolo, è difficile sperare in un futuro roseo.

Il nome di una giovane band che non dobbiamo assolutamente perderci?
Anthony Laszlo. Non ve ne pentirete.

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