Giorgio Canali & Rossofuoco - L'intervista di Enrico Brizzi, 12-09-2011 Intervista

12/09/2011 di

Enrico Brizzi che intervista Giorgio Canali. La sua capacità di intravedere le storie nelle persone, e l'altro che va contenuto tante le cose che potrebbe raccontarti. Il risultato è un'intervista fiume dove si passa dalla lotta armata, al punk, Guccini contro i Sex Pistols, Cossiga, al "che gusto c'è senza sbirri" per chiosare che è una sfiga esser nati in Italia. E molto altro, ovvio.



Enrico Brizzi: Vorrei partire da alcune immagini evocate dall'ascolto del cd. In particolare immagini che ricorrono in più di un pezzo e impressioni mie che vorrei che suonassero, più che come giudizi, come possibilità di parlare di quei pezzi e di come sono nati. Prima di tutto, sono rimasto molto colpito da una volta che mi hai detto: «In sostanza, chi se ne frega di come si sente la batteria o la chitarra: l'importante è che si sentano le parole». Non è comune sentire un musicista che parla in questi termini del ruolo dei testi e dell'importanza del testo rispetto alla musica.

Giorgio Canali: La musica è divertimento e il divertimento non va disciplinato, secondo me. Le parole sono sofferenza o, comunque, rappresentano una sofferenza nel momento in cui fai fatica a tirarle fuori: poi è chiaro ti faccia piacere che si capisca qualcosa dei tuoi deliri, se possibile. Della musica non mi importa particolarmente, l'importante è che quello che suono assieme al mio gruppo mi emozioni e che questa emozione passi prima tra di noi e poi anche alla gente che ci ascolta. I peli che si rizzano sul braccio sono una bella prova che il concerto sta funzionando. Alle volte provo ancora i brividi a suonare certi pezzi che hanno ormai dieci anni. Mi succede quando canto, ad esempio, un brano del primo album che fa: «Scorgiamo il distinto chiarore / di centomila Auto da Fe'». Sono versi urlati che arrivano dopo un pezzo musicale che carica, e mi evocano sensazioni che riportano un po' a tutto quello che non vorrei mai veder succedere.
Per questo mi interessano relativamente gli aspetti da specialista della musica. L'importante è che una canzone crei emozioni: non è certo un rullante più alto o più basso, una cassa precisa o meno precisa, un riff di chitarra o un giro di basso più o meno portante che danno il risultato che voglio. L'impatto è generale e se non c'è l'impasto che riesce a picchiarti nello stomaco o ad accarezzarti, la musica non ha alcun senso. Almeno, io la vedo così.

Chi è in Italia, secondo te, un buon esempio di scrittura in musica, anche spaziando nel tempo, nelle scene?

Manuel Agnelli degli Afterhours ha una maniera di scrivere superiore, ce ne sono pochi come lui. A dire il vero, non me ne vengono in mente altri che mi fanno questo effetto. Ci sono piuttosto tanti altri gruppi che mi piacciono. Dal punto di vista musicale, ad esempio, mi ha preso benissimo l'ultimo album dei Verdena. "Wow" è molto bello, particolare, originale e soprattutto diverso da quello che siamo abituati a sentire da loro.
Il fatto è che, se devo pensare a qualcuno che scriva bene, vado sempre a pescare tra gli amici. Mi piace molto anche la maniera malinconica di scrivere che ha Sinigallia: lui è vicino a certe atmosfere che sono buone anche per il cinema.

Torniamo agli anni della formazione e dei primi dischi che per te sono stati importanti. Come hai raccontato, quelli erano anni in cui era molto più facile che i ragazzi che si appassionavano al rock mettessero in piedi un cover band dei Beatles piuttosto che qualcosa di italiano. C'è stato un momento in cui hai sentito qualcosa di veramente significativo in italiano che ti ha emozionato o che ti ha dato l'idea che la nostra lingua potesse essere adatta?

Ho sempre pensato che la nostra lingua potesse essere adattissima alla musica. Non sono mai stato tra quelli convinti che bisogna scrivere in inglese oppure non si vale niente. Il problema con la nostra lingua è che la gente spesso si vergogna ad usarla. Per farla suonare al massimo bisogna davvero stravolgerla: qualcuno ci riesce.
L'Italia però ha sempre fatto fatica a impressionarmi e, di solito, lo fa con progetti minori. A fare cose interessanti c'erano ad esempio i Detonazione che venivano da Udine, all'inizio degli anni Ottanta, oppure i Franti da Torino.
In italiano c'era davvero poco di interessante. L'unica alternativa sarebbe stata quella di ascoltare i cantautori, che però erano già stati accantonati. Per chi come me è nato musicalmente attorno al '76/'77 i cantautori andavano cestinati perché da altrove arrivava il vento caldo del punk. Per questo era difficile accettare Guccini, nonostante poi lo si suonasse alla chitarra.

(Enrico Brizzi)

A un ragazzo di 16-18 anni di oggi che apre gli occhi sul mondo del rock, come riassumeresti la strana stagione in cui si potevano ascoltare ed esaltarsi per i Sex Pistols o per i Clash e suonare alla chitarra Guccini con gli stessi amici? Oggi c'è la tendenza, soprattutto da parte dei più nerd fra gli appassionati di musica, a vedere tutto per scene e periodo distaccati, per cui in molti faticano a comprendere i periodi di passaggio.

Anche in una città come Bologna – per cui non troppo grossa, ma nemmeno così piccola – convivevano la band punk all'ultimo grido e il gruppo jazz-rock super celebrato. Gli Area e il Parco Lambro erano ad appena un paio di mesi di distanza dai primi concerti punk in Italia: sono due questioni diversissime, e c'era gente che ascoltava entrambe le cose. Era comunque un periodo molto particolare: non a caso, in quegli anni, qualcuno ha anche preso la pistola in mano. Non era un periodo lineare e tranquillo.

Mi soffermerei un attimo su questa immagine della pistola: l'evocazione della violenza o delle scene di riot e di guerriglia urbana sono ben presenti in "Rojo" e non solo in questo lavoro. Se ripenso a un altro pezzo da peli dritti sulle braccia come "Fumo di Londra", penso che ci sia qualcosa di quelle atmosfere anche in alcuni pezzi di "Rojo". Sicuramente è uno scenario di impatto forte quello di immaginare una specie di apocalisse urbana e collegarla, come fai in "Regola #1", alla società dello spettacolo e alle regole dei reality show. Da un lato ti vorrei chiedere quanto contano gli anni in cui tu manifestavi in piazza e qualche tuo futuro compagno di palco era vestito da carabiniere - Gianni Maroccolo, in quel periodo militare di leva - in queste visioni, nel senso letterario e narrativo. Descrizioni di società in cui si sfondano le vetrine, si prendono d'assalto i bancomat e si bruciano le macchine…

…e tutto diventa spettacolo. Non è che nemmeno all'epoca, quando si facevano queste cose, avessimo la sensazione di essere liberi, autonomi, indipendenti e avessimo la certezza di stare facendo quello che volevamo noi. La sensazione che ci fosse sempre qualcuno dietro a pilotare era molto forte. Ti veniva da chiederti: ma come mai è successo questo proprio oggi e non invece ieri? Chi ragionava ogni tanto ci pensava. In Italia ci siamo abituati a questi casini pilotati dall'alto: stragi varie, bombe su treni, su aerei e chissà dove altro. Il problema è che fino a poco tempo fa si trattava semplicemente di una ricerca del potere assoluto da parte di chi comandava. Oggi, a mio avviso, è diventata una ricerca del potere assoluto e in più un aumento del lucro su quello che è avere il potere assoluto. L'obiettivo è quello di guadagnarci ancora di più attraverso la spettacolarizzazione e, soprattutto, la semplificazione delle cose. Cossiga, intervistato, disse: «Abbiamo vinto quelli del '77 perché a un certo punto abbiamo cominciato a dire che erano delinquenti e la gente ci ha creduto». Lo diceva Francesco Cossiga, non esattamente quello più libertario di tutti.

C'è, secondo te, un punto in cui dallo scendere in piazza, con tutto quello che comportava, e avere l'idea che ci fosse una regia di qualcuno senza nome si passa alla fase matura o contemporanea della spettacolarizzazione totale anche del conflitto, della devianza o dell'antagonismo?

Quello che mi sembra evidente è che comunque il mondo non cambia e non cambierà mai. Anche stavolta sarà come le altre. C'è solo un piccolo fattore in più, la variabile impazzita che il potere non ha ancora imparato a dominare, e cioè internet. Guarda caso, sulla fascia del Maghreb il veicolo principale di rivolta è stato proprio internet, con i vari social network. È uno strumento che non riescono ancora a controllare a fondo e, di conseguenza, a guadagnarci. Quando ci riusciranno, probabilmente anche questa ondata verrà spenta definitivamente. Adesso c'è qualche speranza di veder cambiare le cose, anche perché penso che la situazione sia veramente arrivata al limite, però se pensi al fatto che in Argentina o in Grecia la situazione è arrivata al limite già da tempo e non è comunque successo niente… in fondo non c'è da essere così ottimisti da pensare cambia qualcosa, alcuni se ne vanno a casa.

Quello del fatto che "non se ne va chi ha troppo da lasciare" è un altro dei concetti forti dell'album, assieme a tutto lo sguardo sulle piazze piene di buone intenzioni e di potenziali consumatori di cappuccini e di brioches. Per quanto mi sembri già abbastanza indicativo, ti chiedo un'opinione su cosa significhi essere all'opposizione in Italia o credere all'opposizione e se eventualmente c'è un modo diverso di sentirsi in opposizione.

Io fondamentalmente ho sempre avuto una posizione di diserzione. Anche se sembro militante, se vai in fondo ai miei testi ti rendi conto che di militanza ce n'è poca: c'è piuttosto molta rabbia e molta presa in giro, anche di me stesso. Io provo a buttare degli stimoli, poi se qualcuno li recepisce bene, se qualcuno li prende male magari va a denunciarmi per istigazione alla violenza. Infatti nell'album ci sono frasi che, se prese isolate, possono portare a questo e mi aspetto anche che qualche scemo ci si butti a commentarle. Vedremo. Secondo me sono stato abbastanza intelligente da giostrarmi sempre le frasi e le espressioni forti in modo che possano essere lette anche in altra maniera. Poi, quel che penso realmente, lo so io.

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