Vegetable G: L'italiano vero Intervista

12/09/2011 di

Passare dall'inglese all'italiano non è cosa da poco. Così come non è un passo semplice saltare da Italo Calvino al pianeta Terra e all'universo. I Vegetable G hanno fatto tutte queste cose insieme. Per capire come è andata, Giovanni Continanza ha fatto loro qualche domanda.



Sono passati 9 anni, 4 dischi, 2 lingue e qualche tour. Ma sembra che solo ora ci si accorga in giro di voi. Cosa è successo?
Non è certo colpa della gente. Questo è dovuto all'inevitabile percorso evolutivo di un progetto, partito in sordina facendo musica per pochi ascoltatori. Quel progetto è diventata una vera band e io stesso ho dovuto fare i conti con il mio processo di maturazione nella scrittura.
Adesso siamo un gruppo, abbiamo una bella gavetta alle spalle e probabilmente ancora tanta davanti, scriviamo canzoni cercando di universalizzare il nostro linguaggio e lo facciamo in italiano. Un bel po' di ingredienti alla base di una cucina pop, credo.

Un'evoluzione che era già stata anticipata in questo sito due anni fa. Di certo è stato un processo necessario, fare pop in inglese nel nostro paese sembra quasi un paradosso. Come è avvenuto il passaggio linguistico?
In un pomeriggio caldo d'estate. Ero appena rientrato a casa e accendevo il synth per giocarci un po', quando ad un certo punto mi son venuti in mente alcuni accordi, e da lì una melodia, ricordo avevo sotto mano un suono di flauto ottavino.
Quando ho cominciato a immaginarci un cantato e delle parole ho scoperto che erano in italiano. Era come se ad un certo punto qualcuno avesse mosso l'interruttore! Sono rimasto folgorato! Non so. Di seguito tutto ciò che immaginavo era una paradigma di quelle suggestioni ed erano tutte in italiano. Attacchi di meraviglioso panico. Da tutto ciò ne è uscito il brano "L'almanacco terrestre".


Qualcuno direbbe che è stato Lucio Battisti dal cielo. In effetti c'è molto del Battisti panelliano in "L'almanacco terrestre". È sensazione condivisa?
Chissà. In ogni caso Battisti è per me un riferimento stellare. Un musicista di rarissimo talento, in grado di trasformare in originalità il semplice vocabolario di Mogol e di rendere ancor più preziosa la grande poesia di Panella. È una sensazione? Spero sia una certezza, perché la mia stima nei confronti del "duetto" è incommensurabile.

È un'impressione che è nata da una delle qualità più evidenti della title-track: la sua sorprendente continuità con la tradizione melodica italiana. "L'Almanacco Terrestre" la potrebbe cantare, e benissimo, anche Mina.
Questo mi fa onore e ti ringrazio infinitamente perché la nostra tradizione melodica è unica e inconfondibile. Sentirci anche un pixel in questo scenario ci rende felicissimi e soprattutto è una miccia per accendere nuovi razzi nucleari in futuro....

"Razzo Nucleare" è una delle metafore che maggiormente caratterizza l'album. Ed è una delle più emblematiche. Descrive quello che è il trait d'union di tutto il disco: l'eterna associazione amore e spazio. Mi spieghi cosa significa per te questo incrocio?
Ci sono dei momenti nella vita in cui le cose magari non vanno benissimo. In quei casi io credo basti volgere lo sguardo al cielo stellato perché ci si senta positivamente parte del tutto. L'amore è possibile scorgerlo anche solo immaginando l'assetto dei pianeti. Sono equilibri in cui ogni cosa è in funzione dell'altra, pur restando come realtà a sé. Forza d'attrazione e controforza. L'amore è questo. Quando si ama veramente in modo cosmico una persona, si sta amando in realtà anche se stessi e quindi non ci si abbandona completamente, pur restando fortemente attratti da essa. L'amore è speculare.


La tua descrizione mostra quanto il vostro sia un disco in rottura con quanto si sente (non solo musicalmente) in giro. È un baluardo del romanticismo contro il cinismo dei nostri giorni. E' una forte dimostrazione di ribellione. È una cosa in cui credi?
Assolutamente si. Credo tu abbia centrato il punto perfettamente. È innanzitutto importante, oltre che bello, salvaguardare la propria identità, senza confondersi nel coro, dicendo la propria, cercando di stimolare alla riflessione positiva e costruttiva, anziché esortare alla sassaiola. Il Rinascimento prima, l'Illuminismo poi e il Romanticismo a seguire sono stati i periodi che hanno segnato i cambiamenti più grandi e significativi della nostra storia. Non di certo il Medioevo o l'epoca fascista. Basta col ribellarsi con violenza, sia pure essa verbale.

Intuisco una connessione con quello che ho provato sentendo "Galaxy Express". Nel cartone animato di Matsumoto un ragazzino di nome Masai intraprende un viaggio lunghissimo per arrivare in un pianeta sconosciuto, dove gli impianteranno un corpo artificiale per assicurargli una lunga vita. Chi sono i Masai di oggi?
Sono quelli che s'innamorano della meravigliosa diversità cosmica. Quelli che hanno già intrapreso dentro di sé un percorso che li ha portati all'accettazione di tutto, ponendosi in armonia con l'universo. Masai resta umano e ne capisce l'importanza. Consiglierei a chiunque di approfondire la trama e il messaggio di quel cartone animato che, pur rimanendo tale, mostra una profondità inaudita. Lo scenario è dato dall'eterno teatro del bene e del male: l'universo. Masai oggi starebbe con il bene.

Oltre a ciò, "Galaxy Express" rappresenta un ponte tra "Calvino" e "L'almanacco terrestre". Se nel vostro precedente lavoro l'immaginario adolescenziale era protagonista, qui diviene funzione di un concetto più alto...
Concordo con quanto dici, perché Italo Calvino è stato uno scrittore dal linguaggio universale, grazie al suo talento capace di porsi come un bimbo dinanzi alle regole e agli equilibri dell'esistenza. Ma Calvino è stato anche uno scienziato. Ha fornito una fondamentale ispirazione in questo senso, perché la musica in fondo è un gioco, ma il divertissment si fa più entusiasmante quando porta a riflettere. In questo modo diventa alla portata di grandi e piccini.


A questo immaginario hanno contribuito anche i fiati di Enrico Gabrielli, come è andata la collaborazione?
È stata un'esperienza stupefacente. Siamo entrati in contatto con lui dopo esserci incontrati un paio di volte e gli abbiamo proposto di intervenire perché volevamo che il nostro lavoro fosse impreziosito da alcune tessiture di fiati. Ho cercato di trasmettergli alcune mie suggestioni e abbiamo lavorato a distanza, io sugli archi e lui sui fiati. Il risultato è stato un insieme di incastri ed incroci pazzeschi, dovuti all'enorme talento di Enrico, capace di entrare così a fondo nel concetto, interpretando il tutto con un'armonia spiazzante. Ha scritto a mano, con una matita, gli spartiti nel mentre che ascoltava. Un genio.

Ammetto che non appena siamo di fronte ad un nuovo disco pop interessante, viene la voglia di immaginare il gruppo a Sanremo....
E perché no? Lo snobismo è caratteristica che non mi appartiene. Se potessimo esprimerci anche in un contesto come Sanremo, allora avremmo fatto un passo in più verso il nostro obiettivo: essere universalmente riconoscibili nel linguaggio che s'è scelto. Ben venga un brano che possa concorrere. Tuttavia a patto che si tratti sempre di qualcosa di autentico, giammai costruito ad hoc altrimenti sarebbe un passo falso o nel baratro.

La delicatezza della poesia salverà mai il mondo?
Già provarci è più che un auspicio.

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