Il Parto delle Nuvole Pesanti - Longobucco (CS), 10-08-2001 Intervista

27/08/2001 di Eliseno Sposato

L’arrivo de Il Parto delle Nuvole Pesanti in Calabria per la consueta tournée estiva, è un’occasione da non lasciarsi sfuggire per chiacchierare con Peppe Voltarelli (P) e Salvatore De Siena (S) su gli ultimi impegni affrontati non solo in giro per l’Italia a promuovere il loro quarto album “Sulle ali della mosca”, ma anche gli impegni teatrali insieme ai fratelli Cauteruccio che hanno proposto la pièce “Roccu U stortu” musicata dal Parto. Se a questo si aggiunge che all’incontro era presente anche Totonno Chiappetta (T), prossimo collaboratore del Parto, vi renderete conto di come l’incontro abbia assunto connotati speciali.



Come mai l’alone “cantautorale” che pervade “Sulle Ali Della Mosca” è stato completamente stravolto nella versione live di questo tour estivo?
(P) E’ sempre difficile rendere su disco l’energia che si sprigiona in concerto, e questo è il primo motivo. In realtà c’è da dire che quando suoniamo, teniamo a far emergere il nostro lato più autentico che è certamente più vicino al punk che non alla canzone d’autore. Noi ci siamo accostati alla canzone d’autore tardi, forse possiamo dire che siamo partiti dalla canzone di protesta per poi arrivare ad una scrittura più “colta”.

Ma questo non può venire a scapito della qualità raggiunta con l’ultimo lavoro, almeno apparentemente?
(P) Non credo. Penso che il pubblico si lasci sedurre anche da queste forme violente. Credo si sia stufato di recepire suoni precotti, preconfezionati. E’ Il discorso che abbiamo fatto centinaia di volte, se accendi la radio ti capita di ascoltare la stessa canzone per dieci volte di seguito nell’arco di un’ora, su dieci stazioni diverse. E questo non fa che inaridire ed arrabbiare il pubblico. Così quando questi ha l’occasione di vedere qualcosa di diverso, si lascia sedurre e nasce quel rapporto che prescinde dalle formule. Così credo che il suonare sporco, punk, quasi sfregiando le proprie composizioni, caricando troppo su alcuni aspetti, sia una nostra peculiarità. Suoniamo come se fosse l’ultimo concerto e tutto quello che abbiamo dentro, ci sentiamo in dovere di darlo, sia esso il pubblico di un piccolo paese come Longobucco stasera, sia quello di una platea come quella di Bologna. Bisogna dire più cose possibili nel poco tempo a disposizione.

Il Parto si sta evolvendo in diverse forme, stasera abbiamo colto l’aspetto fisico, umorale, mentre nel vostro backstage state lavorando a cose diverse, se mi passi il termine, “più colte”.
(P) La cosa bella del nostro gruppo credo sia proprio questa versatilità che si sposta dal rock per arrivare al teatro passando per la poesia. Quello che può apparire strano, è in realtà qualcosa che dovrebbe essere normalità. Un artista deve essere attento a più forme espressive. Se ci fai caso nei nostri concerti è sempre presente qualche momento di teatralità, magari sbilenga, ironica. Con il progetto “Roccu ‘U Stortu” ci siamo avvicinati al questo mondo in crisi, il teatro. Il pubblico che frequenta i teatri è ridotto, quasi un cenacolo per pochi, una celebrazione quasi sacra è l’andare a teatro.

A meno che non ci sia lo spettacolo di qualche personaggio televisivo.
(P) quella se vogliamo è un’aberrazione. Noi abbiamo avuto la fortuna d’incontrare la compagnia Krypton che da anni produce spettacoli riconducibili al filone d’avanguardia, che mescola diversi linguaggi. Ci siamo avvicinati a quest’esperienza quasi per gioco e , come spesso capita, il gioco è diventato importante tanto da avere riscosso un notevole successo. Da marzo sono già sedici le repliche di “Roccu ‘U Stortu” ed altre sono previste per l’autunno. Poi vista l’aridità del mercato discografico, noi abbiamo sentito la necessità di confrontarci con altri artisti ed altre forme d’arte. Anche l’incontro con Totonno è stato fortuito.

Mi spiegate di cosa si tratta?
(P) Come sai Totonno conduce questa trasmissione televisiva di successo “Lupi in carrozza”, è un poeta un attore di successo che ha scelto di vivere in Calabria, noi siamo un gruppo di musicisti calabresi che si sono incontrati a Bologna e che torna giù per far sentire cosa abbiamo appreso su. Dalle nostre radici nasce questo spettacolo che racconterà la nostra regione, tra il serio ed il faceto, una sorta di viaggio all’interno delle nostre esperienze personali, che scaturisce dall’incontro tra la sua poesia e la nostra musica. Ci affascina quest’esperienza per noi nuova di scrivere musiche su testi di altri. Mentre nel nostro gruppo tutto nasce spontaneamente e testi e musica si formano in contemporanea, confrontarsi con un testo di Totonno, che ha già una sua storia, una genesi ed un vissuto precisi, da un senso di libertà maggiore.

Approfitto della presenza di Totonno per chiedere qualcosa in più su questi testi che non credo sia nati ascoltando la musica del Parto.
(T) qualcuno si, tipo “Occidental” che è uno degli ultimi mi è stato ispirato da un loro concerto, cosi come “Festa di Piazza”, nata durante una festa a Mirto (Cs) dove dovevo esibirmi, che credo abbia una forte musicalità, infatti appena composta l’ho spedita subito a Peppe. Riallacciandomi a quando diceva prima Peppe, io credo che l’arte sia contaminazione, l’emozione è una sola, la stessa lacrima può servire per ridere e per commuoversi. L’emozione c’è o non c’è, quando si diventa attori d’accademia, che non si sente nulla, allora non si trasmette nulla al pubblico, per questo poi si suddivide tutto in generi.

(P) Questo vale anche per la musica. Nello spettacolo con Totonno c’è questo schetch dove ci chiedono: che genere fate? Non ci guardiamo in faccia e non troviamo risposta. Allora partiamo dall’esperienza di altri a Bologna ci sono i gruppi che fanno rock alla Ligabue, genere da viaggio da grandi spazi aperti, a Milano ci sono i gruppi punk dei centri sociali. Se tu ti guardi intorno dal posto in cui sei partito, pensi: ma in Calabria cos’è che va di moda? L’unica cosa che tira in Calabria è il mangiare, ecoo allora che il genere che noi facciamo è “genere alimentare” (risate). Cosa che dipinge benissimo il fatto che spesso la regressione culturale passa anche da apsetti come quello di trovare in un paese di cinquemila abitanti, sei supermercati, mentre a Venezia ce ne sono solo due.

Tornando alla crisi del teatro mi viene in mente un testo che ho letto poc’anzi e che parla dei pericoli di quando “l’emozione diventa routine”
(T) Diciamo che hanno sfruttato l’emozione e l’hanno resa vulnerabile. Perché fondamentalmente l’emozione è invulnerabile, sopravvive a tutto. Si salva dal dualismo bene-male. La vita vale la pena di essere vissuta proprio perché ricca di emozioni. L’artista non è altro che un tramite, un mezzo che porta le emozioni agli altri. Quando ti trovi su di un palco, questo è il tuo compito.

Musicista e avvocato, questa la doppia vita di Salvatore De Siena. Come concili queste due professioni apparentemente distanti?
(S) - Trovo che sia in sintonia con i tempi che viviamo, nel senso che oggi è caduto il mito del posto fisso, ci si deve adeguare ai cambiamenti. Anche nel vivere l’arte ci si deve coinvolgere totalmente e capire il momento in cui si deve cambiare. Diciamo che tutte e due le professioni, mi aiutano a migliorare quando svolgo la professione di avvocato e viceversa quando suono.

(P) I ritmi di lavoro sono talmente serrati anche nell’arte, che ti stravolgono. Noi stessi siamo in giro con tre spettacoli diversi da perdere, a volte, la cognizione del tempo e dello spazio. Come dice Salvatore chi tiene questi ritmi muore giovane.

(S) Quello che volevo dire io è che la diversificazione di se stessi, rispetto alla realtà, paga. Ciò significa avere sempre nuovi stimoli che rinviano quel collasso a cui si riferisce Peppe, molto lontano nel tempo.

Allora io sono a posto visto che ho diversificato il mio lavoro in tre direzioni.
(risate) (T) Nell’arte bisogna essere eclettici. Mentre nella società chi si diversifica viene guardato con sospetto, mentre noi siamo per la contaminazione.

(S) Io il mio studio l’ho organizzato sui tre campi: civile, penale e amministrativo. La gente mi da del pazzo ed io concordo. Ma lo faccio per non morire.

Tutta questa frenesia non contrasta con il vostro Ente Musicisti Italiani Rilassati?
(P) Ma sai che già ci accusano di avere le mani in pasta in troppe cose? Noi invece la vediamo diversamente. Abbiamo bisogno di contaminarci con i linguaggi di altre forme d’arte, oppure con quelli di altri musicisti. Da questa mescola si capisce perché noi facciamo questo lavoro. Se la minestra è sempre la stessa e la riscaldi, ti passa la voglia di continuare a scrivere le canzoni.

(S) Secondo me quello del rilassamento è un concetto da correggere. Non ci si rilassa solo nell’ozio, ma anche passando da una situazione all’altra. Per esempio chi naviga e solca tanti mari, approda in porti diversi, conosce tanta gente ed arricchisce la sua cultura. Questo ampliare, arricchirsi può essere una forma di rilassamento, che non deve necessariamente passare attraverso l’ozio. Oggi direi che proprio l’ozio è una forma di stress elevato.

Per questo il Parto è un gruppo aperto agli ingressi di nuovi musicisti, autori?
(S) Indubbiamente, l’ingresso di Margherita al posto di Edoardo Marraffa è dettato dai suoni del disco in cui è presente in maniera massiccia la tromba di Roy Paci, ecco che ora quei suoni li riproponiamo dal vivo. Da una parte c’è il cambiamento, dall’altra ci misuriamo con situazioni nuove che non sempre però danno i risultati sperati. Per esempio Marraffa, che è un grande sassofonista, è un mattatore nei concerti. Però ora il nostro live show è impostato più sugli operai che sui virtuosi. Un’insieme di teste capaci, come diceva Totonno, di trasmettere delle emozioni.

(P) Le collaborazioni, la gente che ci sta intorno ci deve dare degli stimoli artistici, umani, storici, come è stato l’incontro con il musicista bosniaco Muce, come sarà la collaborazione con Chiappetta e come lo è stato quella con Fulvio Cauteruccio (regista della compagnia Krypton n.d.i.). noi abbiamo bisogno di gente che capisce la nostra essenza ed entra subito in sintonia con noi, questo ci appaga molto.

(T) il nuovo, il contrasto è un elemento cardine di questo gruppo. Perché se tu lo ascolti su disco, ti lasci affascinare dalla melodia, dai testi bellissimi, vicini alla canzone d’autore come dicevi tu. Poi li vedi nelle piazze che inneggiano alla “Raggia”. Un calabrese non può che contrastare tra poesia e raggia. Tutte e due sono la nostra grande emozione. C’è un loro brano che è l’esemplificazione di questo concetto ed è “Lupo” che è nelle orecchie di tutti i ragazzi di Calabria.

Cos’altro di nuovo bolle in pentola?
(S) Stiamo lavorando ad una colonna sonora di un film sceneggiato da Alberto Rizzuto, torinese con origini calabresi, che ha scritto questo film dedicato ad una Calabria surreale, che non è stata ancora descritta.

(P) Sino ad ora la Calabria è stata rappresentata con gli stereotipi della mafia, del bringantaggio, degli emigranti…
(T) se guardi le mostre fotografiche, spesso presenti nelle feste dell’Unità, vedi sempre i contadini con il volto bruciato dal sole, le donne perennemente vestite di nero. Sempre lo stesso pianto, lo stesso lamento “sustuso e cupo della zagarogna”. Invece la Calabria non è stata raccontata tutta, perché non ce l’hanno permesso. Ci date la possibilità di farlo, magari dicendo anche qualche bugia?

Come sarà questa colonna sonora?
(S) Stiamo riarrangiando secondo i nostri canoni, la “ciaccona” di Bach per questo primo incontro con la musica classica. Questa non è una composizione semplice, noi avremo il compito di “etnicizzarla” e questo frammento del film in cui ci sarà questo commento sonoro, verrà presentato con il titolo “la frittata” al festival del cinema giovane di Torino, ed a quello organizzato da Nanni Moretti.

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