L'Abruzzo è il punto di partenza, ma non il punto d'arrivo. Prima una carriera lontana dalla musica, poi la scelta di lasciare tutto, partire da solo e attraversare il mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio. È da questo percorso di cambiamento che nasce WhoShot Matt, un progetto artistico costruito sulle esperienze vissute, sulle ferite – fisiche ed emotive – e sul bisogno di trasformarle in musica. In questa intervista racconta il rapporto con la provincia, il significato del suo nome e la visione che guida ogni sua canzone.

Dove sei cresciuto? Descrivilo in tre righe.
Sono cresciuto in Abruzzo, una terra che ti entra sotto pelle. Mare e montagna convivono nello stesso orizzonte e forse è proprio questo contrasto a generare una tensione costante. Ho radici profonde lì, ma ho sentito presto il bisogno di andarmene per capire davvero cosa mi appartenesse.
Tre cose per cui è famosa la tua città o il tuo territorio?
L'Abruzzo è famoso per il suo equilibrio unico tra mare e montagna, per una natura ancora autentica e per quella sensazione di confine che ti accompagna ovunque. È una terra che insegna il valore della semplicità, ma anche il desiderio di cercare qualcosa oltre l'orizzonte.
Da un punto di vista musicale e artistico, che contesto era? Come si è evoluto nel tempo?
Il contesto in cui sono cresciuto non offriva una vera scena artistica strutturata. C'erano energie sparse, tentativi isolati, persone che continuavano a creare senza aspettarsi riconoscimenti. Da loro ho imparato una lezione fondamentale: l'arte non è qualcosa che ti viene concessa, ma qualcosa che esiste solo se scegli di farla accadere.
C'è qualcuno che ti ha ispirato sul territorio?
Più che singole figure, mi hanno ispirato tutte quelle persone che continuavano a creare lontano dai riflettori. Artisti, musicisti e creativi che portavano avanti i propri progetti senza aspettare il momento perfetto. Mi hanno insegnato che l'autenticità viene prima del riconoscimento.
Ricordi il primo live della tua vita? Il locale del cuore sul territorio?
Il primo momento in cui ho sentito davvero di essere un artista è stato durante un live all'inaugurazione di uno skatepark. Non era un palco tradizionale e non c'erano regole: era uno spazio libero, imperfetto e vivo. È stato lì che ho capito che la musica non era più soltanto un'idea, ma un luogo in cui potevo esistere.
In cosa è più difficile, e in cosa è più facile, essere un artista emergente in provincia?
La provincia ti costringe a costruire tutto quasi da zero, senza poter contare su una rete consolidata. Ma proprio questa mancanza diventa anche una forza: impari a fare affidamento sulle tue idee, a creare il tuo percorso e a non aspettare che qualcuno ti dia il permesso di esprimerti.
Una cosa che non capisci o non accetti della discografia di oggi?
Faccio fatica a riconoscermi in una discografia che spesso chiede all'urgenza creativa di adattarsi ai numeri, ai formati e agli algoritmi. Credo che la musica abbia bisogno di tempo, di imperfezioni e di spazi di ricerca. Senza questa libertà rischia di perdere la sua verità.
Come e quando nasce il tuo progetto artistico?
Per molti anni la mia vita è stata lontana dalla musica. Ho studiato e costruito un percorso imprenditoriale che sembrava un punto d'arrivo, ma che per me si è rivelato un punto di rottura. Ho lasciato tutto, ho iniziato a viaggiare da solo e, attraversando città, culture e persone diverse, ho perso molte certezze. È stato proprio in quello smarrimento che la musica è emersa come l'unico linguaggio capace di raccontare ciò che stavo vivendo.
Il progetto WhoShotMatt nasce anche da una storia profondamente personale. Ho affrontato una malattia importante che mi ha lasciato cicatrici sul corpo, segni che ricordavano colpi di pistola. "Who shot Matt?" era una domanda che mi veniva rivolta spesso. Ho deciso di trasformarla nel nome del progetto: non per nascondere una ferita, ma per darle un significato e un linguaggio.
Quanto ha inciso il luogo in cui sei cresciuto nello sviluppo del tuo sound?
L'Abruzzo mi ha lasciato soprattutto un modo di osservare il mondo. La convivenza tra natura, silenzio e senso di appartenenza è diventata parte del mio sguardo e, indirettamente, anche della mia musica. Più che uno stile preciso, mi ha trasmesso un'urgenza narrativa che continua ad accompagnarmi.
Quali sono state le sfide più grandi del tuo percorso artistico?
La sfida più grande è stata accettare una trasformazione radicale: passare da un'identità definita a una completamente esposta. Rinunciare a sicurezze costruite negli anni per seguire qualcosa che non offriva alcuna garanzia, ma che era impossibile ignorare.
C'è un messaggio o un tema ricorrente nella tua musica?
La mia musica nasce dal bisogno di tenere insieme ciò che ho vissuto, ciò che ho perso e ciò che continuo a cercare. Ogni brano racconta esperienze, incontri, ferite e trasformazioni che altrimenti sarebbero rimaste senza voce. Più che trasmettere risposte, cerco di dare forma alle domande che attraversano il percorso di ognuno di noi.
Come definiresti la tua evoluzione artistica?
Non è stata un'evoluzione pianificata, ma una vocazione arrivata tardi. Oggi sento di aver trovato un linguaggio capace di trasformare esperienze personali in qualcosa di condivisibile. È un percorso ancora aperto, alimentato dalla ricerca continua e dal desiderio di restare autentico.
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L'articolo Lontano dall'Abruzzo per ritrovare se stesso: il percorso di WhoShot Matt di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-23 12:35:00
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