Lorenzo Palmeri, il designer italiano che ha disegnato l'ultima chitarra di Lou Reed Intervista

Lorenzo Palmeri, designer e musicistaLorenzo Palmeri, designer e musicista
12/01/2015 di

Lorenzo Palmeri è un musicista e un designer di successo: ha da poco pubblicato un nuovo disco, "Erbamatta", uscito lo scorso ottobre per Mescal, che presenterà il prossimo giovedì 15 gennaio all Triennale di Milano. Amico e allievo di Bruno Munari e Franco Battiato, è anche l'inventore di una chitarra, la Paraffina Slapster, finita quasi subito tra le mani di Lou Reed. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia, il suo metodo e le sue creazioni.

Allora, iniziamo con una domanda semplice, presentati a un pubblico che non sa chi sei. 
Tentiamo. Lorenzo Palmieri è progettista, architetto per la precisione. Mentre frequentavo il politecnico ho studiato anche composizione per 7 anni, poi ho lavorato qualche tempo con Bruno Munari, poi con Isao Hosoe, due cosiddetti maestri del design. Ho scritto colonne sonore per teatro.

Whoa aspetta! Hai lavorato con Munari e Hosoe? Racconta.
Bruno Munari l'ho conosciuto ad una conferenza, e con una certa intraprendenza gli ho detto che avrei voluto lavorare con lui.

Su cosa avete lavorato assieme?
In realtà, e questo è il bello, a niente di preciso. Di fatto giocavamo con oggetti e cose, mi raccontava storie. Una specie di ricerca aperta senza scopi apparenti.
Per quanto riguarda le colonne sonore invece, a un certo punto mi sono stancato dell'idea che non rimanesse niente della musica una volta finito lo spettacolo, e mi è venuta voglia di pubblicare un disco. Malgrado la formazione classica ho sempre amato la forma canzone, che mi sembra faccia passare messaggi profondissimi attraverso un mezzo apparentemente frivolo, e poi è viva, in qualche modo assomiglia al design. A un certo punto avevo un gruppo che mescolava strumenti arabi antichi ed elettronica. Ho suonato in qualche mostra di quadri di Franco Battiato, ci siamo conosciuti ed è nata un'amicizia, ha ascoltato le mie cose e mi ha incoraggiato verso l'idea di pubblicare. Quindi da una parte c'era il design (in quel periodo lavoravo ancora con Isao Hosoe) e dall'altra musica. Poco dopo ho aperto uno studio di design/architettura in cui ho introdotto e poi mantenuto la sezione musica che ad oggi rimane un caso unico, splittato su due fronti. Quando mi chiedono quale delle due attività preferisco, ho imparato a rispondere che la zona che mi piace di più si situa nel mezzo, mentre passo da un tavolo all'altro. Le due discipline si influenzano, si spingono, si intersecano evidentemente a modo mio che perseguo l'idea di progetto, progettazione che per me è la categoria che sta sopra a qualsiasi disciplina, il resto è tecnica, e ogni tanto le due cose si incontrano in modo più esplicito.

Raccontami meglio di quella zona in mezzo tra design e musica. Nel tuo studio di architettura cosa fate di preciso?
La zona di mezzo è mediamente la zona libera, le due discipline si incontrano soprattutto a livello di stimolo reciproco, qualche scoperta che faccio nel design si ripercuote sulla scrittura musicale e viceversa, delle volte persino a livello tecnico. Ad esempio la logica di certi software musicali, ovvia per il settore, se spostata nel design diventa interessantissima, e la stessa cosa funziona al contrario. Invece in senso più tecnico ho disegnato degli strumenti musicali, sistemi per la fonomodulazione degli ambienti, progettato installazioni sonore. Pongo sempre una particolare attenzione al suono degli oggetti, così come alla forma della musica.

Prima di arrivare alla storia della tua chitarra finita nelle mani di Lou Reed, parlami di qualche altra cosa che hai disegnato di cui sei orgoglioso. Qualche figata insomma.
Quasi dieci anni fa ho progettato delle percussioni tra i primi esempi di oggetti possibili e realizzabili solo con la prototipazione rapida, perché la cassa armonica ha un disegno talmente complesso che non sarebbe stato realizzabile manualmente o con metodi tradizionali.

Scusa l'ignoranza, ma cos'è la prototipazione rapida? 
Si tratta delle cosiddette stampanti 3d, oggi sulla bocca di tutti, ma dieci anni fa appena nel sentito dire. La stampante 3d è quella del film di fantascienza, mandi un disegno e lei lo realizza.

Quindi hai progettato queste percussioni con una tecnologia che sarebbe diventata "pop" dieci anni dopo, fico. 
Ottimo riassunto.

Suppongo quindi che nella tua musica queste influenze, per così dire "architettoniche", si sentano. Com'è che c'è voluto Franco Battiato in persona per convincerti a registrare? 
Franco è stato il colpo finale, in realtà avevo già deciso, ma come sempre accade lo sappiamo, come diceva Elio tra il dire e il fare...

Che tipo di musica è, la tua?
Si tratta di una musica che credo si situi in una zona strana, non è decisamente per il grande pubblico, ma non assomiglia alla musica dominante nelle nicchie musicali. Cerco di fare qualcosa che assomigli a me o forse semplicemente non posso farne a meno, quindi è una musica che forse potremmo definire eclettica. Quando ho cominciato mi "sgridavano" per la mancanza di un unico filo conduttore, di un'identità univoca, cose che a me proprio non interessavano. A un certo punto, per qualche ragione a me estranea, il fatto di mescolare tutto fregandosene bellamente di avere uno stile unico è invece diventato un vantaggio. Questa cosa succede anche nel design: fino a qualche anno fa dovevi essere specializzato, anzi senza specializzazione non eri credibile, poi a un certo punto le figure diagonali, transdisciplinari sono diventate giuste, interessanti, accettate. In me non è cambiato niente a dire la verità, ma il messaggio verso l'esterno sì, diciamo che ho fatto outing e oggi posso dire di essere specializzato nel non avere specializzazione.

E Battiato in questo che ruolo ha avuto? 
Franco l'ho conosciuto suonando a una sua mostra di quadri. Poi una sera, forse a Torino, siamo tornati insieme in macchina e nel tragitto si è stabilita una bellissima comunicazione, diciamo a flusso di coscienza. All'arrivo a Milano sembrava di conoscersi da mille anni. Da allora ci sentiamo e vediamo. Da un punto di vista musicale lui è stato presente nel mio primo album addirittura cantando insieme una canzone e io ho anche fatto un cameo nel suo film "Niente è come sembra".

Dicevi che la tua musica ha influenze arabe, perché ti sei avvicinato a quei suoni? Hai fatto un po' di ricerca?
Per tanti anni sono stato attratto da quei suoni, li ho studiati e ho cominciato a suonare con musicisti arabi o arabofoni o medio orientali. Ad esempio ho fatto dei concerti con Fakhraddin Gafarov che è stato il direttore del conservatorio di Baku. Concerti tra elettronica, tar (il suo strumento), e la voce. Detto ciò credo non sia facile sentire il tipo di influenza che quella tradizione musicale ha sulla mia musica perché tutto si filtra in me, credo fino a far perdere le tracce dell'origine; cioè io sento dove c'è ancora quell'influenza, dove si situa, ma cerco in qualche modo di non manifestarla in modo pedissequo. Mi piacciono molto le musiche tradizionali, lo potrei dire di quasi tutte, ma mi innamoro soprattutto quando le sento filtrate da sensibilità diverse, quando un occidentale si rifà alla musica orientale per esempio e a volte anche il contrario, solo a volte. Poi almeno in questi due dischi ho cercato di mantenere un linguaggio aperto alla comunicazione.

Sembra molto interessante. Ora invece ti chiederei finalmente di raccontarmi la storia incredibile della chitarra, bene e dall'inizio.
C'era una volta.. Allora nel 2007 circa, insieme a Giulio Iacchetti, un altro designer, ho avuto l'intuizione che il mondo degli strumenti musicali stesse vivendo un periodo di non progettazione, di assenza totale. Per capirci, fino a un certo punto della storia gli strumenti venivano inventati e progettati, poi da un certo punto in poi ci sono state solo imitazioni di superficie, rifacendosi a mondi altri, anche esteticamente. Per esempio da quello delle automobili o degli orrendi "stereo". Quindi carichi di questa intuizione abbiamo contattato le più importanti case di produzione degli strumenti per lanciare una mostra chiamata poi "Milanosundesign", in cui chiedevamo a noi stessi e alla nuova generzione dei designer italiani (e non) di progettare qualcosa di "sonoro" o uno strumento musicale.
Le aziende ci hanno seguito e così i designer: in quell'occasione è nato il mio rapporto con Korg, per cui ho disegnato una tastiera, e con Noah Guitar per cui ho disegnato una chitarra elettrica.
Io racconto spesso la storia di questa chitarra perché la ritengo sintomatica del fatto che un progettista, un autore, non possa sapere l'esito che avrà il suo progetto nel mondo, e che il successo di qualche cosa sia in fin dei conti legato a un processo oserei dire metafisico. Mi spiego: ho disegnato cose per aziende con grandi impianti di marketing e comunicazione e onestamente una volta usciti sul mercato è successo poco... altre volte invece ho disegnato cose per aziende senza apparato né economie da spendere per raccontarle, eppure quegli oggetti hanno in qualche modo bucato ogni muro. La chitarra "paraffina" appartiene a questa categoria: circa un mese dopo la sua produzione è stata scelta per essere messa in mostra al Museo del Design sul Nuovo Design Italiano alla Triennale di Milano, è stato per un anno l'oggetto in apertura del museo e ad oggi la paraffina ha girato e continua a girare il mondo tra musei e mostre sul design. Quindi diciamo che è stato da subito un oggetto fortunato. Dopo qualche tempo, un giorno, è arrivata questa telefonata alla Noah Guitar in cui annunciavano la volontà di Lou Reed di venire in Italia per provare lo strumento. Che gli facessero trovare un posto per provarla e il progettista. Infine è arrivato e abbiamo passato una bellissima e stranissima giornata nei laboratori della Noah guitar con i proprietari, Saturnino, Guido Harari, io e Lou Reed. Appena mi ha visto ha affermato "that's my guitar". Ha voluto comprarla all'istante.

Però so che c'era di mezzo anche un sogno premonitore.
Sì. Lou Reed ha fatto un tour mondiale e poi ha usato la mia chitarra come copertina del suo libro "Lou Reed Songbook". Era uscito dal tour precedente insoddisfatto dal suono della sua chitarra anche perché lo stesso pubblico gli aveva lamentato qualcosa, e in lui era nata la sensazione di aver bisogno di una chitarra di metallo. Da lì aveva cercato nel mondo e trovato ben pochi esempi. Da quella volta negli uffici della Noah Guitar l'ho rivisto a Milano, quando ha suonato con Marc Ribot e John Zorn, e in qualche altra occasione in cui abbiamo cenato insieme o sono stato alle prove dei suoi concerti. Il dicembre scorso, dopo la sua scomparsa, sono stato invitato da Laurie Anderson a una sorta di festa in suo ricordo, a casa sua a New York. La sera dopo ho potuto partecipare a un concerto straordinario e privato che i suoi amici gli hanno voluto tributare all'Apollo Theatre di New York.

Chi c'era a casa di Laurie Anderson, e cosa avete fatto? 
Era una serata di tributo tra amici, c'erano vari miti del mondo musicale e vari miti in genere, da Anthony a Willelm Dafoe a Julian Shnabel, insomma così. Ognuno diceva qualcosa in ricordo di Lou. Una serata intima, privata.

Tu cosa hai raccontato? È stato imbarazzante?
Un po' scherzando era la classica festa in cui non conosci nessuno... Non imbarazzante, molto caldo, famigliare, commovente persino.  

Bello. Senti, ultima domanda, raccontami del tuo concerto in Triennale, questo giovedì.
È un live in cui presentiamo tutto "Erbamatta" e parte del disco precedente "Preparativi per la pioggia", è una serata cui tengo molto perché la Triennale è un simbolo fortissimo per il design e per l'arte in genere e non facilmente si apre a eventi del genere. Con me suoneranno Davide Ferrario alla chitarra e all'elettronica (che è stato insieme a me anche il produttore del disco), e poi Giordano Colombo alla batteria e io voce e pianoforte. In più ci saranno vari ospiti a sorpresa, sia dal mondo della musica che del design.

Tag: tecnologia strumenti

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Cosa c'è da sapere sul Triangle, il fantastico modulatore che arriva dalla Puglia