Gang - Lorica (CS), 06-08-2001 Intervista

27/08/2001 di Eliseno Sposato

Incontro Marino Severini dopo qualche anno... siamo in Sila, a Lorica, prima del concerto di apertura di "Sila In Festa".

Anche se non ci sono nuove produzioni discografiche da analizzare, anche se le notizie a riguardo non mancheranno, gli argomenti sono tanti e l’occasione é sempre ghiotta per parlare con lui.



Partiamo dalla 'lotta' con la Wea. A giochi chiusi cosa vi ha lasciato quest’esperienza?
“La cosa positiva è l’avere notato intorno a noi un grande affetto, da parte di tanti compagni, dei gruppi degli amici che attraverso un messagio spedito alla Wea, o un semplice vaffanculo rivolto a loro, si sono riconosciuti nella nostra situazione. Non mi aspettavo una così grande solidarietà, e non ti nascondo che mi ha fatto un gran piacere...

Ora finalmente è finita, così possiamo concentrarci sui nuovi progetti, senza casa discografica, ma non inteso come se questa fosse un mostro che ti fagocita, ma con le persone che non hanno niente a che fare con la musica così come la intendiamo noi.”

Si ricomincia da capo, da soli, dall’indipendenza?
“Si, la cosa più importante è quella che si ricomincia sulla strada che è propria. Ma penso che sia un ricominciare con una scena nuova, perché sono tanti i gruppi che se ne vanno dalle major, magari nati anche dopo di noi che hanno capito come sia impossibile lavorare alle condizioni di oggi con certi personaggi che presiedono le multinazionali nel nostro paese.”

Qualche giorno fa parlavo con Tim Gane degli Stereolab che mi ripeteva i tuoi stessi concetti, pur partendo da una base in apparenza diversa.
“Ma sai in alcuni anni, quando per esempio arrivò Zenardi in CGD, si è potuto lavorare bene, almeno dal punto di vista della nostra progettualità. Ricordo che allora la casa discografica ci metteva a disposizione dei mezzi che potevano ampliare il nostro progetto: la tecnologia al momento della produzione e la promozione, che non è secondaria. Non che ci proponesse delle cose assurde che cozzavano con il nostro progetto, mentre oggi è diverso, ci sono altri valori imperanti, altri personaggi che sono in linea con i prodotti usa e getta che ben conosciamo. Oggi da quelle case discografiche esce ben poco e soprattutto cose meno belle.”

Avete già ripreso a comporre, preparare delle cose nuove?
“C’è stata una sorta di accelerazione dei progetti che non hanno trovato sbocco nel lavoro con le multinazionali, che pensiamo sia possibile far uscire con delle situazioni 'minori'. Nel frattempo ho conosciuto una piccola etichetta come Storie di Note... poi c’è Il Manifesto che, a mio avviso, è una realtà in forte crescita, perché ci sono tanti gruppi che si rivolgono a loro. Questo perché hanno un’identità precisa e la gente si fida di loro, se gli affida un lavoro sa che c’è un gran rispetto per i musicisti e le loro idee.

Infine c’è questo circuito di cui si parla da tempo, di questo fantasma che c’è e non c’è, ma che con il tempo penso si possa realizzare e che passa attraverso situazioni come questa del Manifesto. Quanto ai progetti concreti c’è questo progetto che ci vede impegnati con “La Macina”, l’ultimo canzoniere marchigiano, con il quale collaboriamo in alcuni concerti e che speriamo di trasferire su disco per la fine dell’anno. C’è un live ed un disco che sarà un sunto della canzone politica italiana, che cova da un po’ di tempo e che vedrà la partecipazione di numerosi ospiti. E’ un progetto difficile da realizzare ma credo che riusciremo a condurlo in porto entro la fine del prossimo anno.”

Mi spieghi meglio in cosa consiste la collaborazione con La Macina?
“E’ una formazione a nove elementi, in parte acustica, la loro, ed in parte elettrica, la nostra, che rimescola brani della tradizione popolare marchigiana ed una parte del nostro repertorio, una decina di pezzi, più legata al periodo folk. Per noi è un grande onore perché per la prima volta un Canzoniere che è storico, ha più di trent’anni sulle spalle, ci ha invitati a collaborare a questo progetto. Si tratta di rompere un po’ le barriere, i luoghi comuni e per le Marche, giusto per fare un discorso “locale”, può rappresentare un punto di partenza per nuove collaborazioni, incrociare chitarre con fisarmoniche e cose del genere un po’ come facemmo noi ai tempi di “le radici e le ali” circa dieci anni fa.”

Mentre per l’album di canzoni politiche, di cosa si tratterà? Di un album di cover o di brani originali?
“Sempre materiale originale inteso come un territorio nel quale s’incontrano esperienze diverse come quelle di Stefano Giaccone e Assalti Frontali, passando per Paolo Pietrangeli e la Marini. Noi cercheremo di fare da mediazione perché queste diverse esperienze si incontrino e possa comunicare con i tempi attuali.”

Inevitabile di questi tempi parlare di politica. Cosa ne pensi dei fatti di Genova e come hai vissuto quelle giornate?
“Io l’ho vissuto malissimo, andando in giro tutte le sere a suonare, incontrando gente s’era capito quello stava per succedere. Io pensavo che se un ragazzo fosse andato per la prima volta da una manifestazione del genere e poi fosse finito in carcere anche solo per qualche giorno, già questo avrebbe rappresentato una sconfitta per tutto il movimento. Io penso che i vincitori di tutto questo caos sono stati i mass media, i dittatori veri, quelli che hanno preparato per mesi questo spettacolo, la grande arena. Mancava solo l’imperatore con il dito rivolto in giù. Non penso che sia stato un momento di grande visibilità dopo anni di anonimato, ne un modo adatto per ottenerla. C’è bisogno di un lavoro quotidiano sul territorio che coinvolga le tante facce del movimento. Non ci si può incontrare per tre o quattro giorni all’anno e stare insieme, quando poi per tutto il resto dell’anno non lo si è. Poi tra i beati costruttori di pace e le tute bianche, senza arrivare ai black block, c’è un abisso, e solo la pratica quotidiana può portare all’individuazione dei punti di contatto comune, nonché gli obiettivi politici che un movimento del genere ancora non ha. Naturalmente questi sono discorsi di una persona di quarantacinque anni che da un lato rivive un incubo che sperava di non rivivere e dall’altro vede una grandissima speranza. Non vorrei che la grande paura derivata dai fatti di Genova la spegnessero.”

Pensi che i giovani hanno visualizzato un “nemico” e che questo sia diventato un momento d’aggregazione?
“Penso che la visibilità data in questo momento al movimento sia una visibilità molto “mediatica”. Ripeto i veri dittatori sono i grandi mass media, quando diventi visibile con la copertina dell’Espresso, i contenuti scemano, non esistono più perché hai accettato il compromesso di quella visibilità. E’ un gioco che si è ripetuto sempre, il movimento dei senza terra, gli stessi zapatisti, hanno saputo lavorare meglio nel rapporto con mass media del calibro della CNN e della BBC. In Italia questo non c’è stato, ciò significa che chi si è fatto portavoce del movimento ed ha giocato con i mass media, non ha saputo giocare le sue carte. Un po’ come è successo recentemente in Jugoslavia, se si fosse stati attenti a come i grandi giornali tedeschi come hanno preparato quanto è poi successo nei balcani, avrebbe dovuto meditare un po’ e comportarsi diversamente nel rapporto con i media.”

Quindi gente come Agnoletto non era all’altezza della situazione?
“Conosco bene Agnoletto e non è che non lo riconosca come mediatore e portavoce, non lo riconosce gran parte del movimento. Quindi quando si va ad un appuntamento del genere, ognuno si assume le proprie responsabilità. E quando si riconosce un mediatore, un portavoce bisogna poi seguirlo, almeno in quei giorni. Non dico Agnoletto, ma penso che Rifondazione Comunista non sia stata capace di mediare tra le tantissime facce e realtà che il movimento ha al proprio interno, o se lo ha fatto non l’ha fatto con “i coglioni” come avrebbe dovuto.”

Quindi imputi a Bertinotti una certa leggerezza?
“Penso che dal punto di vista politico non abbia capito ed in tempo, la realtà che c’è nel movimento, quale è l’importanza enorme che riveste per la storia d’Italia, ma l’abbia visto come un momento di folklore metropolitano, di commedia della politica, di scontro tra quattro ragazzini e quattro poliziotti. Mentre che la situazione era cambiata lo si era capito non solo con l’avvento del governo attuale, ma già da prima dalle avvisaglie che c’erano, per cui ci si doveva arrivare in maniera diversa. Poi che la polizia sia cattiva, che il governo è cattivo lo sapevamo, e loro hanno fatto delle prove di dittatura che poi attueranno in maniera seria in futuro.”

Ma non si può prescindere dalle migliaia di giovani che sono partiti da ogni parte d’Italia che volevano esserci e non certo per menare le mani.
“Sinceramente credevo che ci sarebbero stati molte più persone, perché negli anni ne abbiamo incontrati tanti di questi nei nostri tour, è una realtà sempre presente in Italia, non è che è cresciuta solo negli ultimi tempi. C’è molta più gente, rimasta a casa, che potrebbe intervenire in maniera diversa, una realtà che è cresciuta negli anni a scapito di una visibilità che non ha mai avuto.”

Si dice che il rock è morto, e la sinistra?
“E’ in crisi, latitante. Se la sinistra sono i DS, sono letteralmente scomparsi, spazzati via da un momento come questo, perché sono loro ad essere latitanti. La sinistra rivive con delle tematiche nuove nelle mille facce del movimento, ed è riconoscibile. Come dicemmo ai tempi lontani di “Barricada Rumble Beat”, mi pare in una intervista concessa a Rockerilla, tre sono le componenti della sinistra: il movimento dei cristiani della teologia della liberazione, o perlomeno quelli scaturiti da esso, la componente comunista e la sinistra eretica italiana. Io penso che la scommessa sia ancora questa, anche se le tre componenti non si riconoscono in una linea politica comune. Ed il movimento deve darsi un’idea politica al più presto.”

E tu pensi che questa testa politica sia individuabile oggi?
“Per ora no, perché i leader sono riconoscibili all’interno della propria area, il proprio orticello, dignitoso ma non in grado di portarlo nel campo della politica “alta”. Tutto questo, ripeto, va riportato su di un piano quotidiano della pratica politica, non a compartimenti stagni ma comune.”

E questi temi i Gang li hanno tradotti in canzoni?
“No, le canzoni raccontano delle storie e sono queste che hanno bisogno di un mito che le leghi insieme. C’è bisogno di una storia come quella dei fratelli Cervi, che ne rappresenti tante, allora si potrà tradurre in canzone. L’Italia, la sinistra pecca di epica, si allontana dalla memoria e fa diventare retorica la propria epica. Bisogna riaggregare chi sente il bisogno di una nuova epica.”

C’è un messaggio che i Gang lanciano al proprio pubblico di questi tempi?
“Non abbiamo verità preconfezionate, l’unica cosa che ci distingue, come dico sempre alla fine dei concerti, che distingue questa sinistra del movimento, che io chiamo la meraviglia, è il sorriso! Nessuno sa sorridere come questa sinistra che io speri raccolga la legna, si faccia umile perché l’inverno sarà lungo e gelido, perché se ci costringono a bussare nuovamente alle porte di quelli che hanno il riscaldamento, poi ci toccherà fare le pulizie, lavare i piatti per poi essere cacciati fuori al freddo nuovamente. Questo lo sbaglio grosso da non commettere, bisogna recuperare il senso della durata come dice Luis Enrique, come grande cultura della sinistra europea, a noi non è arrivato. Questo senso della durata deve essere trasmesso da una generazione all’altra, non l’immediatezza. E io penso che una generazione come quella attuale, sia ancora lì a fare delle prove, non faccia la scelta definitiva come è successo negli anni ’70, per essere poi sconfitta. La mia è una generazione che ha sempre perso e non vorrei che si ripetesse nuovamente quell’errore, sarebbe una noia per tutti.”

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