Tra acqua, fango e chitarre la Louisiana italiana dei THE EIL

Tra paesaggi sospesi, assenze e contraddizioni della provincia, una storia di musica nata tra il bisogno di esprimersi, la solitudine creativa e la voglia di ritagliarsi il proprio spazio

Nato tra le acque del Delta del Po, il fango delle strade di provincia e una quotidianità lontana dai grandi centri, questo racconto parla di un territorio fatto di silenzi, contraddizioni e paesaggi sospesi. Una provincia apparentemente immobile, ma capace di alimentare una forte urgenza creativa: quella di trasformare esperienze, solitudine e vita vissuta in musica. Un percorso che parte da un luogo preciso, ma guarda molto più lontano.

 

Dove sei cresciuto? Descrivilo in 3 righe?

Ciao, sono Ale (Babol), voce e chitarra dei THE EIL. Sono nato e cresciuto a Comacchio, un paese di oltre 20 mila abitanti dove tutto gira intorno a mare, sabbia e fango.

Siamo una specie di Louisiana italiana. 


Tre cose per cui è “famosa” la tua città/paese?


La cultura pop direbbe sicuramente le anguille, anche se ormai se ne vedono sempre meno.

Io direi il Delta del Po, il suo aspetto quasi fiabesco fatto di ponti, canali e acqua ovunque. Qualcuno la definisce “la piccola Venezia”, ma a me piace semplicemente chiamarla Comacchio.


Da un punto di vista musicale/artistico che contesto era e come si è evoluto nel tempo? C’erano locali, etichette, altri artisti?


Questo è il vero tasto dolente. L’arte, in generale, non è mai stata una vera priorità: spesso è stata vista quasi come un limite o qualcosa di secondario. Ed è un peccato, perché realtà interessanti ce ne sono state e ce ne sono ancora.

I locali nascevano e morivano continuamente, ma secondo me il vero punto di svolta per il territorio è stato il Voodoo Arci Club. Lì arrivavano artisti anche di livello internazionale e si era creata una situazione davvero speciale. Purtroppo anche quella realtà non esiste più da anni.

Per noi comacchiesi, fondamentalmente, suonare o vedere concerti ha sempre significato prendere la macchina e spostarsi nelle città vicine.


C’è qualcuno che vi ha ispirato sul territorio? Artisti, promoter, figure di riferimento?


Per quanto riguarda me, sono sempre stato più ispirato dal luogo e dalla vita quotidiana che dalle singole persone. Riccardo, l’altro chitarrista, invece rimase molto colpito da un concerto dei PunkPepAto, una band della zona di qualche anno fa. Durante un live suonarono il brano “Antiaborto” davanti a due ufficiali: il concerto venne sospeso e furono portati in caserma per offesa a pubblico ufficiale e alla divisa. 

Diciamo che il nostro è sempre stato un posto tranquillo.


Ricordi il primo live della tua vita, quando, dove e com’è stato? Il locale del cuore sul territorio?


Il primo live non si scorda mai. Ero con la versione prototipo della mia prima band: avevamo suonato in un bagno che era stato trasformato per l’occasione in uno spazio live insieme ad altre band della zona.

Facemmo qualche cover degli Alice in Chains e alcuni pezzi nostri. Lo ricordo ancora oggi: in quel momento ho capito quale sarebbe stata la mia strada. Ho pensato: “Ok, io devo fare musica”.

Il locale del cuore rimane sicuramente il Voodoo. Ho tanti bei ricordi anche altrove, ma lì ho organizzato alcuni live con una delle mie band preferite, gli Aquefrigide, che purtroppo oggi non esistono più.


In cosa è più difficile, in cosa è più facile essere un artista emergente in provincia?

La difficoltà più grande sono sicuramente gli spazi. Spesso parti dalla serie B rispetto alle band delle città, non per una questione di qualità ma semplicemente per una questione geografica. Nonostante questo ho sempre avuto le spalle larghe e sono sempre riuscito a ritagliarmi il mio spazio.


Una cosa che non capisci o accetti della discografia oggi?


Negli anni ho trovato molte risposte, però una cosa ancora faccio fatica a capire: sia per la discografia che per il booking, bisognerebbe dare almeno una possibilità alle band che sul palco dimostrano di avere qualcosa. Capisco che non sia semplice, ma spesso i numeri arrivano dopo. Prima bisogna permettere agli artisti di lavorare per costruirli.


Come e quando ha inizio il tuo progetto artistico?


I THE EIL nascono dalla voglia di fare musica minimale, raccontarsi e urlare qualcosa. Il progetto è nato nella mia camera, dopo una sera al pub tra birra e gin. Tra l’altro, i primi due singoli usciti li ho scritti proprio quella sera, almeno nella loro forma embrionale. All’inizio eravamo in due, poi siamo diventati tre e oggi siamo quattro. Chissà, magari l’anno prossimo saremo cinque.

Ufficialmente la nostra storia è iniziata alla fine del 2024, ma in realtà ci stavamo lavorando già dal 2020.

Quanto e come il luogo in cui sei cresciuto ha inciso nello sviluppo di idee e sound?

Negli ultimi anni sono stato spesso lontano dal paese, ma il mio vero luogo creativo è sempre stato la solitudine: la camera, il garage, uno spazio dove posso stare da solo. Ho sempre la chitarra vicino e spesso mi capita di svegliarmi durante la notte con un’idea: la registro direttamente col telefono e poi ci lavoro sopra.


Quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato nel tuo percorso artistico fino ad oggi?


Direi le persone. Non ho avuto duecento gruppi, ne ho avuti tre, e questo è il terzo.

I primi due avevano una cosa in comune: alla fine a crederci davvero ero sempre soltanto io. Ed è un peccato, perché avere il dono di trasmettere qualcosa e buttarlo via in quel modo è davvero assurdo.

Da quelle esperienze ho imparato che a un certo punto devi mettere da parte il cuore e continuare per la tua strada. Con i THE EIL è iniziato un percorso diverso, un cammino lungo che continuerà finché avrò fiato nei polmoni.

E forse, alla fine, era proprio destino che andasse così.


C’è un messaggio o un tema ricorrente che vuoi trasmettere con la tua musica?

Ho sempre visto la musica come il mio analista. Racconto quello che vivo e, forse, alla fine racconto anche quello che vivono un po’ tutti.

Durante i nostri live sento una grande energia, vedo le persone reagire e questo mi dà una carica enorme, perché significa che quello che proviamo arriva davvero.

Come definiresti la tua evoluzione artistica dall’inizio fino ad oggi?

Inesauribile.



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L'articolo Tra acqua, fango e chitarre la Louisiana italiana dei THE EIL di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-12 12:38:00

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