Lucci & Ford78: il nostro è rap da adulti Intervista

Mary Stuart - Lucci & Ford 78Mary Stuart - Lucci & Ford 78
16/04/2018 di

Raffaele Lucci, per la scena rap Lucci («Non me so mai inventato niente: stesso nome su citofono e patente» rappava qualche anno fa) è tra i nomi più importanti del rap capitolino. Attivissimo con il suo gruppo Brokenspeakers (lo stesso di Coez e Nicco, videomaker e socio fondatore insieme a Antonio Usbergo di YouNuts production, con cui ha firmato i videoclip, tra gli altri, di Jovanotti), ha da poco deciso di dedicarsi seriamente alla musica. Ecco allora "Shibumi": disco firmato insieme allo storico produttore del gruppo, Ford78. Un lavoro breve, d'impatto e dalle produzioni classiche che di nostalgico, ci teniamo a chiarirlo subito, non vuole avere niente.

Prima di parlare del disco, ti faccio notare che ci hai lavorato per più di due anni. Raccontaci di questo percorso.
Ci ho messo due anni, ma diciamo anche che io non sono così lento. La lavorazione di questo disco ha coinciso con un periodo molto particolare della mia vita, ovvero la gestione di Verde Pistacchio, insieme a Ford e Camilla, la sua compagna. Abbiamo creato un ristorante e dedicato a questo gli ultimi cinque anni della nostra vita, ci ha tolto tutto il tempo libero. Lavoravo sei giorni a settimana dalle cinque del pomeriggio alle tre del mattino. Questo vuol dire che io mi svegliavo anche abbastanza tardi e sicuramente non ha creato quella magia che serve per poter lavorare bene a un disco. Non far musica di lavoro ha influenzato parecchio i tempi di lavorazione.

Com'è stato fare un disco insieme a una persona che oltre che tuo amico e storico produttore è anche tuo socio d'affari?
Com'è normale che sia in qualsiasi attività umana ci sono stati degli alti e bassi. Lavorando io e il Ford su tre diversi livelli: amicizia, musica e lavoro, è logico che se succede qualcosa su uno dei tre campi, ce lo trasciniamo anche sugli altri due. Dei nervosismi sul lavoro ci portavano a non lavorare insieme sul disco. È normale. Alla fine ci siamo riusciti, l'aver mollato il ristorante per dedicarmi alla musica farà sì che i tempi di lavorazione per i prossimi dischi siano più rapidi. Vorrei fare più roba.

Parliamo di questo fatto che tu soltanto adesso hai cominciato a voler fare musica di professione. Dal tuo ultimo disco ad ora sono passati 3 anni in cui è successo di tutto: la vittoria dello streaming sul fisico, il feticcio per il vinile, la trap italiana e il suo nuovo pubblico...
La decisione di ripropormi la spiego velocemente: mi sono dato una scadenza, il rap non si può fare all'infinito. Eminem diceva che nessuno vuole vedere il proprio nonno rappare, questo è un genere giovane. Col tempo, affini il gusto musicale, la tecnica, però a livello di concetti quello che tiri fuori a 20-25 anni è troppo più fico di quello che tiri fuori a 34. Con i Brokenspeakers avevamo tutti il pepe al culo ed eravamo tutti dei disgraziati, mentre adesso mi sento di dire che siamo tutte persone mediamente realizzate. Vivo in un quartiere borghese, ho una bella casa e una bellissima compagna. Mi sento una persona abbastanza fortunata e manca quel veleno che si ha a 20 anni. Un Quentin40 sta affamato, Sfera, Capo  Plaza stanno tutti cor veleno. Noi questo veleno non lo abbiamo più ed è anche normale. Per quelli come me, comunque, spazio c'è ancora ma bisogna mettere in conto che è come fossimo tornati al 2007.

Cioè?
Dobbiamo smettere di considerare la cosa che va adesso come la cosa che facciamo noi. Quelli che dicono: «non è rap» sbagliano, ma la scena che c'è adesso è una scena rap che non abbiamo creato noi. Forse, se non ci fossero stati Inoki e Joe Cassano non ci sarebbero stati i Brokenspeakers, ma senza i Brokenspeakers molto probabilmente Sfera ci sarebbe stato comunque. Sono due mondi paralleli e il nostro ha inevitabilmente perso pubblico. Il 2007 è l'anno in cui sono usciti "Verano Zombie" (Noyz Narcos) e "Anima e Ghiaccio" (Colle der Fomento), e il rap underground suonava in locali da 600-800 persone. Poi si sono gonfiati i numeri sia su internet che nella realtà. Ecco, secondo me siamo tornati a quella cosa e io in quella cosa ci sto bene, come ci stavo proprio bene nel 2007. Suono nei centri sociali davanti a 300 persone fuori Roma e a 1500 a Roma, stop. Mi sento uno che fa un genere di nicchia e sono numeri pure alti per essere una nicchia. Ci sono altre controculture che fanno serate da 40 persone. Quel boom che c'è stato non ha lasciato molto per noi. Anche perché: cosa può dire il mio disco a uno che ascolta Quentin40 o Capo Plaza? Non ha l'età per capirlo, senza voler essere spocchiosi. Non è scritto pensando a lui. Credo sia una buona situazione. Questa nuova scena ha picchi qualitativi molto alti e altri molto molto bassi, in una dimensione internazionale. Non siamo ai livelli della Francia però ci sono tanti nomi grossi. Mi sembrava un buon momento per giocarmi le ultime cartucce da rapper.


Mi interessa capire come ti sei preparato da questo ritorno. Coez ad esempio ha il suo team di poche persone con cui fa tutto. Tu invece?
Guardando a lui, con le dovute proporzioni, ho provato a fare qualcosa di simile. Al livello a cui è Silvano può tirare su una squadra di professionisti; io ho un'idea di entourage che vorrei, secondo me ci sono ampi margini di crescita. Mi accorgo ad esempio che non c'è hype attorno al mio disco, non sono scemo. So però che può crescere. Lo dico in maniera che suona forse un po' immodesta: il mio disco è fico, io dal vivo sono forte. Quello che è cambiato è che adesso sto seguendo degli aspetti che prima trascuravo: ho una distribuzione, ho un booking, ho un ragazzo che mi segue nelle date e tiene il merch. Mi rendo anche conto di essere fortunato perché sono uno dei migliori amici di Coez, sto in un disco multiplatino, salgo davanti a 15mila persone al Palalottomatica. Questa roba anche solo a livello social nel 2018 serve. Uscire regolarmente con persone più note di me aiuta, non prendiamoci in giro: è un bonus rispetto al rapper che comincia adesso. Io non comincio adesso, ma c'è sicuramente una fetta di pubblico che ha iniziato ad ascoltarsi il rap due anni fa e quindi non mi conosce. Non possono conoscermi perché sono abituati a conoscere quello che capita loro nello stream. Se non fai musica per tre anni, non sei più nella home di nessuno e nessuno ti ascolta. Quello è un peccato.

Ti ha colpito molto la stacco subito tra quando eri più attivo e questo “dover ricominciare”?
All'inizio ci rimanevo male perché mi sentivo legato alla mia scena. Poi ho capito che non c'è proprio tanta differenza tra la mia scena e quella mainstream. Un fan è un fan, non so come dire. Ho smesso di dare un giudizio morale sulla base di ciò che ascolta la gente. Negli anni, ad esempio, il nocciolo duro di miei ascoltatori si è lamentato che durante i dj-set passassi Capo Plaza. A me piace e ogni tanto lo metto. A parte il gusto, io non ne faccio una questione identitaria del tipo: «non ascolto la roba che s'ascoltano quelli». Vorrei dir loro che alcuni pilastri dell'hip hop italiano mi hanno mancato di rispetto senza alcun motivo mentre tutti i ragazzi di questa nuova scena rap sono stati tutti megarispettosi, educati. Crescendo ho allora imparato a contestualizzare e ho acquisito una mentalità un po' più americana: se fossimo a New York magari alle 21 andrei a vedere un live di rap e quando alle 23 lo show è finito, posso decidere di andare a dormire o di andare a ballare un dj-set trap. Questa è musica che va inserita in un contesto e penso ci sia moltissimo spazio.

E il contesto in cui si inserisce il tuo disco qual è?
Il mio disco è un disco che puoi ascoltare in alcuni momenti della giornata. Se sei ubriaco la sera e metti musica per ballare, non metti il mio disco. Ma vedo che spesso manca la capacità di spaziare. Ho visto la tracklist del disco di Noyz con commenti di gente che ha annullato il pre-order solo per i featuring del disco. Veramente vogliamo cacare il cazzo a Noyz che non s'è mai sputtanato? Ci sono stati momenti in cui lui poteva fare la super-grattata, invece è rimasto supercoerente e s'è ritagliato una posizione rilevante senza compromessi.

Tornando al disco: parlavamo di un ritorno al vinile. Mi ci riaggancio con due punti: la prima è il rapporto con Overdrive. Com'è nato questo rapporto?
È nato tutto con la ristampa del primo disco dei Brokenspeakers. Essenzialmente stampano cose edite, soprattutto per quanto riguarda l'hip hop. Abbiamo fatto una prima tiratura in vinile con cassetta, molto curata, che è andata molto bene. È stato piacevole per entrambe le parti lavorare insieme e quando hanno saputo che io e Ford stavamo facendo il disco ci hanno detto che volevano provare a diventare una piccola etichetta. Ci hanno dato un recording budget, si sono occupati di stampa, ufficio stampa e distribuzione. La cosa è cascata a fagiolo con la mia decisione di essere un po' più professionale. Io stavo iniziando a considerare una cosa molto importante per me come la musica sempre meno un hobby e loro volevano iniziare a essere un'etichetta. Mi sembra un buon incontro e rapportarmi con un'etichetta con cui ho un rapporto più che umano è fico.

Sul feticcio del vinile, la seconda cosa di cui volevo parlare è la collaborazione con Lucamaleonte.
Il feticcio per il fisico ce l'ho sempre avuto, fin dai tempi dei Brokenspeakers. I nostri progetti sono sempre stati molto curati. Per dirti, io faccio grafiche ma le copertine dei due dischi Brokenspeakers sono entrambi di Mecna. Ho sempre pensato che se devo fare una cosa, devo farla fare al più forte. Abbiamo sempre lavorato sulla questione del fisico perché poi è quello che davvero rimane. Io sono uno affezionato agli oggetti, un materialista: se mi piace un film devo comprare il DVD, ho tutte le cose incorniciate, non potrei prescindere dall'avere il fisico. Ci tengo particolarmente.
Ford è un collezionisti di vinili e ne ha un numero spropositato. Non so se hai presente Pacific Rim, ma Ford mi ha regalato il modellino di un robot, ChernoAlfa, che nel film a un certo punto viene utilizzato perché, tolto il motore nucleare, è completamente analogico. Ford è analogico, lavora con mpc senza computer, nel 2018. Questo ti fa capire quanto la copia fisica sia importante per noi. Lavorare con Overdrive ci ha dato la possibilità di portare il tutto a un livello un po' più coatto perché, appunto, di lavoro stampano cose. Ho avuto possibilità infinita di packaging.
Con Lucamaleonte, con cui ci prendiamo particolarmente per alcune cose che riguardano l'arte e la musica, avevamo lavorato insieme alla serigrafia del corvo per il singolo di Shibumi. Un giorno mi chiama per dirmi che gli avrebbe fatto piacere seguire l'artwork di tutto il disco. Così ha fatto le otto stampe, stampate in cartolina e inserite nel digipack e una cover grafica più semplice possibile. Una cosa elegante, sul verdino con tutti i particolari lucidi, che non fosse troppo carica. Alcune grafiche sono a colori, altre no, tutte molto cariche di linee, ci piaceva staccare. Penso sia importante dare un motivo per acquistare la copia fisica a una persona che paga 10 euro al mese di Spotify e che ha mille altre maniere di ascoltare il disco in digitale. C'è chi lo fa con il ricatto dell'instore: pagando il cd, i ragazzi comprano in realtà la foto con l'artista. Ora, visto che nessuno vuole farsi la foto con me (ride), devo trovare un modo di dare un senso a questa cosa, con tanto di magliette coordinate.

Artwork di Lucamaleonte per Lucci & Ford78, Shibumi


Capitolo collaborazioni: mi sembra tu faccia un po' da paciere di Roma. Ci sono i giovani, ci sono i meno giovani, però manca Coez.
Non mi sento molto un paciere, in realtà: Do Your Thang è una realtà giovane e innovativa su molte cose ma che è ancora legata a Roma e al rap classico. Ho voluto fare da ponte generazionale, quello sì. Sono fan d'entrambi e mi sembrava fico. Il featuring per me dev'essere una cosa che ci sta bene ma non perché è uno famoso che può dare una svolta al disco, quanto perché mi faccia piacere che ci sia. Coez sarebbe forse risultato un po' una paraculata.

Paraculata nì, mi sembra che tu non debba giustificarti neanche più di tanto. Alla fine i dischi insieme sono dieci anni che li fate.
Non è quello, il discorso è che adesso sta vivendo il suo massimo momento di popolarità: magari la gente che m'avrebbe ascoltato per la prima volta avrebbe potuto vederla un po' come una paraculata. Io lo saprei che starebbe sul disco perché è mio fratello e lui lo stesso, idem la gente che ci ascolta da tanto, ma mi sembra più giusto io stia sul disco suo che il contrario. Non era un momento della sua carriera in cui doveva stare sul mio disco. È anche il motivo per cui io ho tolto Brokenspeakers dal nome, un passo per me molto importante. Ci tengo a dimostrare che le cose che faccio, le faccio io perché mi piace farle così. È lo stesso motivo per cui non ho fatto video con i featuring di Brutto & Stonato: voglio che la gente che guarda e ascolta il video di un mio singolo, lo faccia perché ci sto io. Tu devi sentire il disco mio per me, guardare il video mio per me. Poi ci sono anche gli altri, ma sono sempre un di più. Ecco perché non ho mai messo il featuring sulle locandine delle serate. Sulla locandina ci sta scritto "Lucci", poi chiaro che a Roma ci vengono tutti i miei amici, ma è un di più. «Ci viene Coez?» che cazzo te ne frega, se viene è una bella sorpresa per tutti e due. Tu però devi venire per me, sennò stattene a casa. Oggettivamente non c'erano molte tracce in cui potevo inserire Silvano. Artisticamente mi devo anche confrontare col fatto che lui ora fa un'altra roba e non mi va di chiedere a uno che adesso canta di rappare. Come se lui mi chiamasse sul suo disco per cantare. È innaturale. Ci penseremo con le prossime mosse.

Chiudiamo proprio con questo: già all'inizio dell'intervista mi hai detto che farai uscire nuovo materiale più velocemente. È un impegno non da poco.
Sì, non ho idea di come perché devo ancora parlarne con Ford. Diciamo che l'obiettivo è suonare il disco e lavorare a questo disco, con un tour estivo e uno invernale. Mi abituerò a lavorare con singoli che non staranno poi da nessuna parte. Fare rap, buttare fuori nuovi pezzi. Non farò rap troppo troppo coatto perché non è più nelle mie corde.

Però qualche mese fa è uscito Golovkin Freestyle.
Ce la faccio a farlo, il problema è che non ci posso fare un disco. È sempre più complicato trovare qualcosa da dire. Esaurito il veleno giovanile e i problemi diventa difficile. O parli di temi universali come l'amore, cosa che non riuscirei a fare, o di libri, ma mi sembra troppo spocchioso come esercizio. L'obiettivo è fare quello che il buon Sean Price definiva "grown man rap" e farlo fatto bene, con quella consapevolezza di chi sta facendo una cosa che gli piace e che la sta facendo bene, senza rosicare o passare come sfigato. Basta.

Tag: intervista rap italiano

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