Intervista doppia: Hyst VS Luche Intervista

Hyst e Luche dei Co'SangHyst e Luche dei Co'Sang
28/11/2014

Due artisti profondamente differenti, due tipi di rap agli antipodi: abbiamo fatto pranzare insieme Luche (celebre parte dei Co'Sang) e Hyst, gli abbiamo dato qualche spunto di riflessione e loro sono letteralmente andati avanti per ore. Ecco alcune delle cose più interessanti che sono venuti fuori. 

 

Primo tema: il tempo. Quanti anni diamo ancora al rap in Italia? Tornerà underground così com'è diventato commerciale? 


Luche: Io spero che resti mainstream, ma può essere che torni underground. Sta già succedendo se ci fai caso, il picco è stato raggiunto l’anno scorso, e ora sta già scendendo. Ovviamente come genere è rimasto, si è stabilito e i rapper continueranno a vendere, però non è così facile fare oro come è stato per questi due anni appena passati. In ogni caso la musica che sta uscendo in questo momento è talmente di basso livello che la cosa non è più cool; per un momento far parte del mondo rap è stato cool, ora in giro c’è troppo trash, troppo rap per bambini. Giustamente il ragazzo di 23-24 anni che si trova ad andare a un concerto assieme ad uno di 12 anni non si prende bene e la volta dopo non ci va, così come le ragazze, magari quelle un po’ più cresciute che lavorano: se devono andare ad un concerto pieno di ragazzini del liceo di 14 anni, non ci vanno. Purtroppo l'ondata rap in Italia è arrivata 25 anni dopo, deve passare, e si deve sperare che questi ragazzini crescano. Il rap in Italia deve diventare un minimo più adulto, non dico che dev'essere una cosa per quarantenni, però insomma per ragazzi un po' più grandi. Se avessi 5000 bambini di dodici anni davanti al palco non mi sentirei soddisfatto, ti dico la verità. Ne preferisco 600 dai diciassette anni in su. Che ho da dire io ad un bambino di 11 anni?

Hyst: Secondo me basta guardare altre nazioni, altri territori in cui la cosa è già avvenuta prima che in Italia. Un genere musicale quando attecchisce non è che poi muore o sparisce. Dipende molto dall’humus antropologico del posto: in Francia ha attecchito ed è rimasto perché nel bene e nel male c’è un substrato antropologicamente giusto per il rap, per cui si è solidificato, ha messo radici. Noi abbiamo passato già 2-3 fasi di oscillazioni di visibilità, che poi la visibilità è una cosa che succede ciclicamente. Quello che ho visto nella mia esperienza è che ogni volta che esplode, esplode un po’ di più della volta prima e quando cala di nuovo, non cala così a fondo come la volta prima. Chiaramente questa cosa dovrà avere un limite, quest’ultimo periodo è stato estremamente fruttuoso e i rapper più esposti hanno fatto cifre simili a quelle dei musicisti di musica leggera, se non anche di più in alcuni casi. O almeno diciamo è sembrato questo, a livello di percezione collettiva. Poi siamo in un periodo in cui la percezione collettiva è veramente relativa, nel senso che è talmente manipolata dalla risposta dei social, spesso comprata (vedi le visualizzazioni su YouTube), che porta ad una serie di paradossi per cui artisti con grandissima visibilità si trovano a cancellare il tour, e altri che fino a ieri erano sconosciuti chiudono invece 40 date. È molto difficile leggere la cosa perché ognuno racconta un po’ quello che vuole, però la percezione generale è che il picco lo abbiamo appena passato, il picco di visibilità, di possibilità, di opportunità per tutti. Non si tornerà ad un underground come quello che c'era prima di questo botto, e anche se tornerà, avrà alle spalle l’esperienza di ciò che c'è stato: da Fibra a Marra, da Bello Figo Gu a Moreno. 

Luche: Secondo me è una cosa dovuta al fatto che sono stati fatti degli investimenti sbagliati; le case discografiche hanno puntato su artisti che non vendono, facendo partire un meccanismo in cui nessuno fa bene il suo mestiere. Hanno puntato soldi, loro e gli sponsor, su degli artisti che non valgono, con il risultato che poi quei soldi non sono tornati. Poi magari arrivi tu e i soldi non te li danno, perché si sono scottati con delle esperienze sbagliate. Molto dipende anche da questa continua ricerca del ragazzino diciottenne: si produce a tutti costi il ragazzino perché è più giovane e ha la carriera davanti, quando invece a uno più grande che ha già lo zoccolo duro basterebbe solo un minimo di promozione dietro. Io sono convinto che ci sono artisti validi che possono fare la differenza, se solo le risorse non fossero sprecate sui diciassettenni. 

Hyst: Non è neanche quello della carriera secondo me il discorso. Si produce l’ipergiovane perché rappresenta il pubblico di riferimento, ha già quel target di giovani che è quello che apparentemente consuma di più. Finito quello alla major non interessa che il ragazzo faccia altri dischi dopo, ma non perché la major sia un demonio, è che loro sono convinti che il mercato vada così e seguono solo questo modello di business, perché è il meno impegnativo. Impiegano per il pischello una serie di attività di promozione, di lancio, di produzione dell’album, mettono a disposizione una serie di figure professionali. Quando la festa è finita prendono tutto l’entourage e lo spostano su un altro prodotto. È una sorta di filosofia da fastfood.

Luche: Però se devo citare un esempio positivo, La Carosello Emis Killa lo segue bene da sempre, anche per il secondo disco ho visto che la promozione è continuata, non è che hanno sparato i primi due singoli e poi si sono fermati. Ci sono altre case discografiche che hanno molti artisti e non riescono a gestirli, quindi vanno sulla hit: se tu un anno riesci a fare la hit vai bene, se un anno non la fai…

Hyst: In realtà è esattamente quello che succedeva negli anni '60 quando uscivano i pezzi italiani e cover dei pezzi americani superfresh del momento, gli anni di “Pregherò”: si trattava di strizzare, di consumare lo straccio il più possibile, perché c’era un target di riferimento che consumava e dimenticava, consumava e dimenticava. La questione è che le discografiche hanno questo modello di business e credono sia l'unico possibile. Se come la Carosello per Emis anche le altre etichette avessero degli artisti su cui poter puntare sul lungo termine, magari spendendo meno ma in modo costante, guadagnerebbero di più. Rispetto alla Violetta e al Moreno di turno. In Italia è chiaro che è più faticoso stare dietro ad un artista per dieci o quindici anni.


Secondo tema: il business. Cosa ne pensate del fatto che molti rapper lancino linee di accessori e abbigliamento? 


Luche: Io ho tanti interessi oltre la musica, e per me la moda è un altro modo di esprimersi, è arte. Molto spesso questa cosa viene criticata e non viene capita. Io guardo agli stilisti come a degli artisti: mettere insieme un capo che vesta in un certo modo, con dei tessuti particolari... per me è arte anche questa. Io da sempre ho disegnato cose, fin quando ero piccolo, quando andai a Londra, prima di fare Co'Sang, compravo tutti i jeans della Levi’s usati, me li ricostumizzavo e me li andavo a vendere ai mercati a Londra, a Portobello.
Poi lo stile hip hop è sempre stato una cosa che è andato di pari passo alla musica. Anzi prima che diventasse una cosa politica o di strada, contava il fatto che ai block party fossi il più fresh. Quindi per me lo stile è importante, è un altro aspetto dell’artista, un altro modo di esprimersi. Per me in particolare diventa anche un business per supportare i miei progetti musicali; essendo indipendente, e non avendo una marca che mi dà un tot all’anno per vestirmi o per mostrare un modello di scarpe, i video e le produzioni sono tutte fatti da me. Avere il mio brand, promuoverlo nel video, diventa un modo per metterlo nel cerchio. Il business si mantiene tramite la pubblicità dei video, ma poi è il business stesso che mantiene i video, capisci? Quindi promuovo tutte e due le cose allo stesso tempo. Poi uno deve anche ingegnarsi e capire delle cose per il business, e secondo me al giorno d’oggi non puoi essere un artista e fregartene del resto: se non hai anche un po’ di visione sul business hai una marcia in meno. 

Hyst: Io ho un approccio abbastanza opposto al tuo. Nel senso che anche io mi diverto tantissimo a vestirmi in base al mood o in base alla situazione, anzi tendenzialmente mi diverto di più ad andare per contrasti, presentarmi in un posto vestito al contrario di come ci si dovrebbe presentare. Ancora di più mi piace riuscire a fare questa cosa spendendo 8 euro in totale. Detto questo, è chiaro che bisogna fare virtù di tutta una serie di cose, è normale che oggi il rapper o il musicista si trovi nella posizione di dover fare molto business intorno al proprio lavoro, quindi occuparsi di vari gadget e accessori, di dover monetizzare le views. Ma tutto questo viene da una questione centrale, che in questo momento è anche culturale: il rapper, ancora più che gli altri musicisti, finisce per essere testimonial di sé stesso e non creatore di contenuti musicali. Nella maggior parte dei casi i contenuti delle canzoni servono a fare promozione al prodotto, ed è una cosa che mi ricordo diceva candidamente anche 50 Cent.
Non sono uno che ama giudicare le cose per giuste o sbagliate, ma io non vivo così il fare musica. Per me il brano è più importante di chi lo esegue, è più importante che una persona possa ascoltare, godere, trarre qualcosa dal brano anche senza sapere che aspetto ha la mia faccia o le mie scarpe. 

Luche: Secondo me è giusto quello che dici tu, è la realtà. Ma il motivo è che dalla musica non si guadagna più come si guadagnava venti anni fa; quindi è vero che 50 Cent ha venduto 10milioni di copie in una botta sola, però se non avesse creato la Vitamin Water e non l’avesse venduta alla Coca Cola, quei 400milioni di dollari se li sarebbe sognati. E poi in America dai dischi si guadagna ancor meno che in Italia: consideriamo che da noi un disco viene venduto a 15 euro, di cui 7 euro se li prende il negoziante e il resto viene diviso tra casa discografica e artista. Se è su major l’artista prende un euro, gli altri invece prendono sui 60 centesimi. In America i cd vengono venduti a 9 dollari e 99, quindi anche meno. Gli artisti americani di cui parliamo poi non hanno nemmeno un lavoro oltre la musica, e ovviamente per mantenersi e assicurarsi un futuro (visto che la carriera di un rapper può durare se sei fortunato 6 o 7 anni) giustamente si creano i loro prodotti. Quindi io non condanno questa cosa, la devono fare per forza per poter sfruttare la loro visibilità, che non paga tramite la musica.

Hyst: No è vero, infatti anche io non condanno questo meccanismo a priori. La domanda che mi faccio io a monte, filosoficamente parlando è: questo percorso qua cosa costruisce? In termini proprio culturali, cosa rappresenta oggi? 
Penso per esempio ad una come Ani Di Franco, che è arrivata al venticinquesimo album, il primo se l’è stampato da sola a 18 anni, nel corso della sua carriera ha avuto proposte continue da qualsiasi major che però ha sempre rifiutato; ora ha l’etichetta sua e va avanti così, ogni anno si fa un tour mondiale, è stata a settembre all’Alcatraz e l'ha riempito. Va avanti così come un trattore, e non la ferma nessuno.

Luche: Anche per Erykah Badu è la stessa cosa. Voglio dire, tutto sta a te poi, in base a quanto sei ambizioso, a cosa vuoi dalla musica…

Hyst: Cosa vuoi dalla musica, e cosa vuoi dalla tua vita. A me personalmente l’idea di fare una carriera come quella di uno sportivo, l’idea che il mio percorso artistico legato al rap sia determinato da una serie di fattori industriali, non mi interessa assolutamente. Mi piace molto pensare che continuerò a fare musica fino al giorno in cui mi andrà.

Luche: Sono d'accordo ma secondo me le due cose non si escludono, secondo me deve quadrare tutto, sia l'aspetto artistico che quello economico.

Hyst: La misura in cui dalla musica cerchi di rientrare è una misura che decidi tu. Decidi tu, esattamente, quanto può influire sul prodotto che fai. Se però decidi di campare di musica, ti troverai costretto ad entrare nella logica di essere testimonial di te stesso e a fare delle scelte musicali che ti consentano di vendere. Ti poni nella condizione in cui ti fai una domanda come: “Faccio il disco che voglio fare? O faccio il disco che definitivamente convince quel pubblico a prendersi anche la maglietta?” “Dico le cose che voglio dire? O dico due key words in modo tale che posso farci la maglietta e la vendo sicuro perché sono frasi fortissime?”

Luche: Va be' ma puoi fare tutte e due, un po' di furbizia è sana. Io per esempio conosco bene il mio mercato e conosco bene il mio pubblico. Ma sia quando stavo nei Co' Sang sia adesso, la maglia non la produco se ne devo vendere poche. La creatività fa parte anche di questo.

Hyst: Sì ma questa politica del monetizzare è una politica che ha diverse gradazioni, e si rischia di arrivare a un punto per cui per rientrare in certe logice economiche non si sta facendo più il musicista: si sta solo cercando di vendere un prodotto. Quindi se tutti iniziamo a dare per scontato che sia legittimo ragionare in questa maniera, è possibile che l’ago della bilancia vada tutto da quella parte, e allora chi è che sta più raccontando i cazzi propri in musica se bisogna prima di tutto essere testimoni di se stessi?

(foto di Stefano Iannuso)


Terzo tema: l'invidia. Qual è la qualità che riconoscete a determinati rapper italiani che voi non avrete mai?


(Ridono)

Hyst: È una domanda strana, dà per scontato che ci sia invidia!
 
Luche: No ma è una domanda strana pure perché di base ogni rapper pensa di essere il più forte. Di sicuro io non invidio niente a nessuno personalmente, però posso apprezzare le qualità degli altri: per esempio di Marracash apprezzo il suo modo di raccontare, di analizzare e di descrivere la società, come posso apprezzare la sua ironia che non è banale e riesce sempre ad essere di qualità senza mai scadere. Lo apprezzo però è il suo stile, non posso invidiare la sua qualità perché io ho la mia e ognuno di noi si distingue per qualcosa. Una qualità che io non avrò mai però è quella di fare quei pezzi trash super cafoni; forse quel fiuto del business là non l’avrò mai, credo.

Hyst: Appunto, in realtà è quasi impossibile chiedere ad un rapper chi invidi. Anche se ci fosse una cosa che invidia da qualche parte, sicuramente non te lo direbbe a prescindere. In realtà è strana come domanda nel senso che tecnicamente e strumentalmente ci sono mille cose che uno vorrebbe saper fare molto meglio di come le fa; mi piacerebbe essere un freestyler come Ensi o Mirko, di Marra mi piace tantissimo la tecnica di scrittura, mi diverte tantissimo. Ce ne sono tanti che hanno delle qualità, però ha ragione Luche, sono cose che non vorresti addosso a te perché al tuo percorso non servono a niente.

Luche: Per esempio io non invidio Ensi, forse nel freestyle è più forte di me, è un grandissimo amico, però è la sua cosa, io non vorrei essere un freestyler. Io sono contento di quello che sono. Non è una questione di invidia, però l’unica cosa che magari vorrei avere sono i mezzi che altri artisti hanno, per esempio budget promozionali più grossi. Ma lì rientriamo in un altro discorso. Se parliamo solo di arte, di creazione, di musica io sono contento del percorso che sto facendo, consapevole che comunque devo crescere in alcuni aspetti. 


Quarto tema: conoscere se stessi. 
Hyst cosa ti interessa sapere di Luche? Luche cosa ti interessa sapere di Hyst? 

Luche: Ho ascoltato il disco e ho notato che si parla molto di rap, del tuo modo di farlo, di come lo vorresti fare e di come ti posizioni rispetto agli altri. Insomma parli a fondo dell’hip-hop, quasi come se fosse una religione. Quindi volevo sapere: perché parlare di rap nei dischi rap?

Hyst: Il fatto di darsi una serie di paletti sia tecnici, che filosofici, che di attitudine nella scrittura credo sia una caratteristica sia mia che del disco. Credo che ogni artista dovrebbe scegliere una serie di comportamenti artistici, sia dal punto di vista tecnico che di contenuti. Ci deve essere una dichiarazione d’intenti. In queste cose sono molto rigido: nonostante le posizioni siano mutevoli nel tempo e possano cambiare a seconda dei progetti, nel momento in cui vengono scelte, devono essere estreme. È come progettare una linea di abbigliamento, per rimanere nel discorso di prima; uno inizia e dice “vabbè io questa stagione la faccio con questo tessuto e questi tre colori”. Basta, chiuso il discorso, si affronta la cosa con questi criteri.
Per me in quel momento era molto importante definire, operare delle scelte molto chiare e molto radicali su questa cosa proprio perché l’album venisse letto con quelle caratteristiche e in quel contesto.

Luche: Tu parli molto di voler comunicare, ma cos’è che vuoi comunicare?

Hyst: Ogni brano ha la sua chiave; ad esempio in “Essere o non essere” è la sensazione di essere frustrato e di non avere più voglia di comunicare diplomaticamente e quindi essere più aperto. C’è anche il discorso che abbiamo fatto prima sull’essere testimonial di se stessi, ci sono gli artisti “intrappolati” in una serie di immagini e di contenuti che gli hanno dato una prima visibilità efficace, e quindi hanno continuato a marciare su quella cosa perché è quello che il pubblico si aspetta. Il problema è che molto spesso, per come è fatta la società, le cose che hanno un appeal più rapido sono quelle culturalmente più dannose e quelle che finiscono per dare peggiori risultati sul lungo termine.

Luche: Qual è l’alternativa che dai tu? Mi ricordo un pezzo nel quale ripeti a te stesso “devo essere vero”; cosa significa per te rimanere vero? Perché senti il bisogno di dirlo in un pezzo?

Hyst: Perché i pezzi li scrivo non tanto per me quanto per chi li ascolta, devono avere una serie di segnali leggibili che possono diventare dei mantra da avere a disposizione, dei messaggi che uno possa a sua volta utilizzare strumentalmente. Sono molto esplicito, molto chiaro, molto tecnico su certe cose, e ci tenevo che fossero chiarite dal punto di partenza, e poi penso che certe cose, come le ho dette io, non sono ancora state dette. A parte questo però l’album è più propositivo che critico. Laddove c’è la critica non è mai fine a sé stessa, c’è la volontà di indicare qual è il comportamento che è produttivo e quale invece non funziona. Per esempio alcuni musicisti si trovano a vendere con costanza un certo tipo di messaggio superficiale, un certo tipo di contenuti, e il bello è che c’hanno una certa età e non sono neanche più ragazzini. Mi verrebbe da chiedergli “se a te ti nasce una figlia, a tredici anni tu cerchi di comunicare questa come esperienza? Cioè questo è il top della tua esperienza come essere umano? Il top di quello che hai capito della vita? Perché se questo è quello che passerai tua figlia andrà in giro a far bocchini per il gioiello o per il vestito…”

(foto di Stefano Iannuso)

Luche: Ho capito quello che vuoi dire, però questa figlia invece secondo te cosa deve ascoltare? Quale storia avresti da raccontare tu a questa figlia? C’è una canzone del tuo disco, “Cassandra”, che mi è piaciuta perché parli della vita, affronti vari temi. Ma non condivido quando nel disco rap si parla di rap. È una presa di posizione che non riesco proprio a capire, sembra arrogante, come dire “io sto sul piedistallo, io so come si fa il rap, voi non lo sapete, quindi state sbagliando tutto”.

Hyst: intenzionalmente non c’è mai un discorso di superiorità. Se proprio si deve individuare un discorso, è un discorso di differenza dovuta ai risultati culturali che porta un certo percorso che l’artista ha scelto di seguire. È una differenza per dire “io sto attento perché non voglio far del male a chi ascolta”.

Luche: Ho capito ma tu non hai nessuna responsabilità come musicista

Hyst: Io penso di sì

Luche: Se noi dovessimo essere responsabili, che posto avrebbe nella nostra musica lo spingersi oltre e cercare di provocare, di scoprire? Per me è un limite, uno deve buttare fuori quello che ha dentro. Se fosse stato responsabile Jim Morrison non avrebbe mai potuto scrivere le cose che ha scritto.

Hyst: Su questo sono d’accordo, ma sono d’accordo anche sul fatto che i paletti sono la linfa vitale di un artista, di qualsiasi artista. Non mi ricordo chi era il pianista che diceva “se il pianoforte avesse infiniti tasti io neanche mi siederei a suonarlo”. Tante più sono limitate le possibilità di un artista, tanto più esplosiva diventa la sua capacità di trovare una forma creativa all’interno di quel piccolo circuito. È come nei film: siamo sempre più emozionati quando c’è un protagonista che viene messo alle strette da una serie di eventi e che in qualche modo, una gomitata qua, un calcio di là, riesce a uscire fuori e a ottenere quello che vuole. L’artista questa cosa la fa su se stesso.

Luche: E qual è il limite che tu ti poni, per esempio?

Hyst: Il primo è di rispettare un’idea molto chiara di grazia ed eleganza, che finisce per raccontare, per mettere in mostra una forma di bellezza, che è una visione totalmente soggettiva. Una mia idea di bellezza secondo cui non posso utilizzare certe forme, certe parole, certi contenuti, certe immagini, certe sensazioni. Tutti i paletti servono a questo: servono a comprimere, a mantenere il focus. Se dovessi pensare di rappresentare la vita esattamente così com’è, così come la vedo, mi attacco la go-pro in fronte e via. Io credo che un parametro nella scrittura dei pezzi ce l’hai anche tu. Qual è?

Luche: Io sono molto spontaneo, sinceramente non faccio molti pezzi ironici perché non riesco a mettere in musica la mia ironia, ma è qualcosa su cui sto lavorando. È un mio limite ma non è un mio paletto, io non voglio avere paletti, non ho parametri. Quando chiudo un album mi basta sapere di averci messo tutto quello che avevo dentro, tutti gli aspetti della mia personalità e le cose che ho vissuto. Non mi metto a selezionare gli argomenti, non penso ci siano cose di cui posso o non posso parlare; anche se per la gente posso raccontare solo di gomorra, per me non è così, perché io non sono questo. 

Quinto tema: rimanere focalizzati. Qual è il vostro Mantra?


Hyst: Il mio mantra personale è quello di mantenere in ogni cosa che faccio un livello di grazia morale, comportamentale e estetica.

Luche: Non lo so, sinceramente non ne ho uno solo, ho varie religioni. Credo nell’evoluzione di ogni essere umano e che ogni essere umano abbia un messaggio che si sviluppa nel tempo e cresce. Però un mantra potrebbe essere quello dell’essere sempre sincero con se stessi e a raccontare davvero la propria esperienza. Io è questo che voglio essere, voglio raccontare mio stesso nel bene e nel male, voglio essere un libro aperto e cercare davvero di lanciare un messaggio che possa servire a qualcuno. Credo nella sincerità dei messaggi che mando, nelle cose che dico. Però se ti dovessi dire che vivo per una regola o per una definizione non te la so dire; vivo semplicemente la mia vita, le mie esperienze, i miei pensieri.



Tag: intervista

Pagine: Luche Hyst

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Le parole che non vorreste mai sentire (sono quelle più importanti). L'intervista tra Nitro e Bologna Violenta.