C'è un aforisma abbastanza incredibile di Jorge Luis Borges - uno che di cose incredibili ne ha scritte parecchie - contenuta nei suoi Nove saggi danteschi: "Innamorarsi è dar vita ad una religione il cui dio è fallibile". Ad avere a che fare con le due teste dietro Zara Colombo, questa frase appare più limpida che mai. Loro sono Zara, per l'appunto, modella argentina - come Borges! - e voce del duo, e Luca Massaro, fotografo, artista visuale e qua compositore dei brani.
Nella complicità che traspare dalle tracce di Madre lingua, il loro disco di debutto c'è proprio la percezione di guardare questo amore come atto di fede, dove è l'errore a renderlo ancora più prezioso. Se poi si fa un minimo di attenzione, ecco che il Dante da cui era folgorato Borges compare in ben due brani - Tango e Mamma mezzanotte -, in un inatteso giochi di specchi che forse è davvero frutto di una religione accessibile solo a loro due.

Zara e Luca li abbiamo incontrati lo scorso gennaio, alla Notte dei CBCR di Rockit, folgorati da quel poco che avevamo potuto ascoltare. Ora abbiamo un album intero che scorre veloce, appena venti minuti di durata, ma pregno di cose da dire (qua la nostra recensione) e che ci ha già fatti ripassare.
Dopo La Notte dei CBCR, ecco il primo disco. Come state vivendo questo momento?
Molto bene. Stavamo aspettando questa uscita da mesi: quando è stato pubblicato il primo singolo volevamo che già uscisse tutto l'album insieme.
Partiamo dal titolo: Madre lingua. Come nasce l'italiano che compare in questo disco?
Luca ha un’ossessione per le parole e la sua lingua è quella italiana, quindi le canzoni sono una traduzione del nostro rapporto. Con loro Zara ha imparato l’italiano, ma abbiamo anche inventato un po’ il nostro linguaggio di coppia, anche nel modo di parlare attraverso i litigi, le riconciliazioni e il ritrovarsi. Crediamo che tutto questo si senta nel balbettare, negli accenti dell’album. All’inizio parlavamo in inglese, ma Zara ha imparato velocemente l’italiano perché volevo parlare con la famiglia di Luca. È stato un percorso emotivo e molto organico.
E perché non in una lingua franca, o in spagnolo?
Nella lingua madre c'è qualcosa per cui la lingua si parla quasi da sola. Vale non solo per le canzoni ma per qualsiasi espressione artistica: la lingua del tuo paese, quella che hai dentro, diventa più universale. Però ci piace anche l’aspetto internazionale: infatti l’album diventerà anche una versione in spagnolo, un doppio “madrelingua”. Ci stiamo lavorando in modo naturale: come Zara ha imparato l’italiano, Luca ha imparato lo spagnolo. È una chiusura circolare del progetto.
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Cosa cambierà tra le due versioni del disco?
L’idea è mantenere lo stesso comparto sonoro e cambiare i testi. Però ogni traduzione è anche un tradimento: non sarà mai letterale, quindi in realtà nasceranno nuove canzoni, con il senso anche completamente cambiato. Come si faceva negli anni '60 anche in Italia con la musica in inglese: una traduzione che crea una nuova canzone.
Nel brano Le stelle citate Mario Schifano, grande esponente della Pop Art italiana. Cosa rappresenta per voi?
Veniamo entrambi dal mondo delle arti visive e per noi è un maestro. Un artista totale che si è avvicinato anche al cinema e alla musica. Le Stelle è la sua band, un progetto quasi incompiuto, ispirato anche ai Velvet Underground e a quello che succedeva con Andy Warhol. Ci ha dato il coraggio di allargare il mio rapporto con la parola dalle arti visive alla musica.
Il disco si ammorbidisce sempre di più fino a La notte, canzone per me più bella del disco. Cosa rappresenta per l'album?
Sapevamo fin dall’inizio che volevamo chiudere con quel pezzo, perché rappresenta quel momento dopo la notte, quando il cielo diventa blu e ci si ritrova. È un po’ quello che succede tra di noi: magari litighiamo, ci separiamo, Luca scrive, e poi ci ritroviamo nelle canzoni. Anche a livello temporale è quel momento in cui il cielo non è più nero, ma sta cambiando colore. Abbiamo lavorato all’edit del disco con il team proprio con un’idea di struttura quasi come se fosse un libro, un libro d’artista che si ascolta in ordine, dalla A di “Atlante” alla Z di Zara Colombo.

In che situazioni scrivi, Luca? Ti isoli oppure è un processo continuo?
Scrivo prendendo appunti in continuazione sul cellulare, un po’ come un rapper. È lo stesso metodo che uso nelle arti visive: fotografo parole e poi le riutilizzo. È un flusso continuo. Poi la realizzazione sonora avviene sempre da solo, almeno per ora.
E i luoghi?
Sono molto vari: Atlante è nata in aereo andando sulle montagne dell’Atlante, in Marocco. Tango al piano della nonna di Zara in Patagonia. Mamma mezzanotte su un tetto, in una situazione stranissima.
Cioè?
È stata l’ultima canzone che abbiamo scritto. Zara stava dormendo e io ero sul tetto: ho avuto la sensazione che la canzone arrivasse da sola, come se non la stessi scrivendo io. Per questo è più aperta, quasi allucinata, e speriamo anche più universale.
Quando vi siete conosciuti, immaginavate di fare musica insieme?
È un sogno che non avremmo mai immaginato così. Però fin dall’inizio sapevamo che volevamo fare musica insieme. Luca, al primo appuntamento, mi disse: “Zara Colombo è il tuo nome vero? Sembra un nome d’arte”.
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Quali sono state le sfide principali nel fare il disco insieme?
In realtà il processo è stato molto organico. Abbiamo ruoli abbastanza definiti: Luca scrive, io canto. Abbiamo lavorato tra Milano e Buenos Aires, facendo anche cinque canzoni in cinque giorni. La parte più difficile è stata l’attesa dopo aver finito i pezzi.
I vostri background musicali quanto si incrociavano?
Io vengo da una famiglia di musicisti, Luca aveva molti amici nella musica. Infatti l’album è stato prodotto da Dumbo Gets Mad, che è molto amico di Luca ed è molto amico di due fratelli di Zara: loro hanno una band che si chiama Bandalos Cinos, adesso sono nominati ai Latin Grammy, sono tra le band più ascoltate in America Latina. C’è un filo conduttore sonoro che ci accompagna da tutta la relazione, anche prima. È stata una coincidenza molto bella e queste persone ci hanno aiutato tantissimo, sia emotivamente che tecnicamente.
È un disco familiare, quindi?
Sì, ma non è solo la famiglia in senso stretto. I personaggi delle canzoni sono aperti, possono essere anche simboli di qualcos'altro. Ci interessa questo rapporto semiotico e simbiotico tra lingua e identità, così come il lato puramente linguistico: si impara a parlare dai genitori e poi ci si stacca da quel linguaggio.
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L'articolo L'utile idioma di Zara Colombo di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2026-04-03 16:24:00

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