Mace: L'arte di far ballare bene Intervista

Tutte le foto sono di Cristiano Miretti - MaceTutte le foto sono di Cristiano Miretti - Mace
13/05/2016 di

Durante la scorsa edizione aveva acceso il fuoco con il dj-set di sabato notte in Torcida, così quest'anno gli abbiamo affidato la chiusura del venerdì sul Pertini. Siamo sicuri che Mace non ci deluderà nemmeno durante il prossimo MI AMI Festival (qui i biglietti). Nel frattempo l'abbiamo sentito e ci siamo fatti raccontare i suoi segreti da produttore e da dj e l'aria che tira ai piani alti del pop italiano.

Sei uno e trino: dj, produttore in proprio di bombe da dancefloor e produttore per altri in ambito più rap/pop. Quand'è che ti diverti di più?
Se ci fosse una cosa che mi diverte di più farei solo quella (ride). Ho l'esigenza di rimanere con queste tre attività in parallelo: adoro stare in studio e produrre musica, mi piace la libertà che ho nel fare le robe per me, però allo stesso tempo se non avessi modo di suonare a contatto con la gente credo che impazzirei. E poi c'è il produrre per altre persone, che è un altro tipo di stimolo, fare beat, confezionare roba su misura per altri artisti mi emoziona ancora tanto.

Quali sono le qualità più importanti che deve avere un produttore?
Io credo che esistano due tipi di produttori: quelli iconici, chiamiamoli così, che sono stati capaci di creare un loro suono solido e a cui la gente si affida perché vuole quello. Se pensi all'hip hop è quella fascia di producer che va da DJ Premier a DJ Mustard. E poi ci sono i produttori più versatili, che si adattano invece all'artista con cui lavorano, e nei quali mi inserisco anche io. Forse è perché ho un deficit d'attenzione altissimo e se non cambio dopo un po' mi annoio, ma mi piace lavorare e sperimentare, soprattutto sui pezzi degli altri.

Di solito l'artista con cosa arriva da te? Prendiamo come esempio una delle ultime hit che hai prodotto insieme a Zizzed, il pezzo di Sanremo di Rocco Hunt, "Wake Up"...
Rocco voleva scrivere un pezzo per il repack dell'album, così è venuto da noi insieme al suo manager, Chief, già con un abbozzo di ritornello e ci ha chiesto di lavorare su un pezzo che fosse in stile Reset!, molto dance quindi. Quando noi l'abbiamo ascoltato in realtà gli abbiamo fatto una controproposta, ci piaceva l'idea di riprendere un background funk molto napoletano, che con il testo della canzone poteva sposarsi bene - fai conto che ascoltandola a me sono subito venuti in mente i Napoli Centrale - e così è nata "Wake Up". A loro il pezzo è piaciuto molto e hanno deciso di presentarlo a Sanremo. In quel caso quindi siamo partiti da un'idea e siamo arrivati poi a un'altra ma diciamo che ci siamo mossi in uno stesso campo semantico.

Con IZI invece com'è andata?
Con IZI in realtà è stata la prima volta nella storia che ho lavorato con una persona che ho conosciuto solo dopo la produzione del pezzo. È stato Shablo a parlarmi di lui, ho ascoltato le sue cose precedenti, mi sono piaciute, e così ho preparato per lui una cartella con una serie di strumentali, dalla quale poi loro hanno scelto il beat che è diventato "Chic". Hanno preso una produzione che già solo strumentale mi piaceva tantissimo, perché appunto si prestava sia al rap che a un'interpretazione più melodica.

Qual è la qualità più importante che gli riconosci come rapper?
È che è bravissimo proprio a rappare, sa stare sulla base e interpreta molto bene, che non sono delle caratteristiche così comuni. E poi ha anche una delivery pazzesca e un ottimo istinto per le melodie, mette bene insieme tutti gli ingredienti che un rapper al giorno d'oggi deve avere.

Abbiamo parlato di due artisti che, partendo da un background comune come quello del rap, sono riusciti o stanno riuscendo, nel caso di IZI, a fare dei numeri importanti. Come vedi la situazione generale nel mercato pop italiano?
Guarda io speravo che con il successo dell'hip hop, non dico l'attitudine degli artisti però la musicalità, il tipo di suoni utilizzati, sconfinassero un po' nel pop. Se tu ci pensi adesso fanno disco d'oro o disco di platino dei dischi che fino a qualche anno fa sarebbero stati considerati discograficamente improponibili, e speravo che questa cosa potesse influenzare positivamente la discografia più pop, parallelamente anche al successo di diversi musicisti elettronici. Ci puntavo credimi, ma mi sono dovuto arrendere all'evidenza che gli artisti italiani hanno pochissime volte le palle per provare a fare qualcosa di diverso, i discografici ancora meno e quindi ti dico che forse qualcosa potrà cambiare, ma sarà un procedimento molto più lento di quello che immaginavamo. E comunque sono sicuro che questo cambiamento, se ci sarà, avverà quando sul mercato mondiale saranno già in atto altre tendenze. Io quando mi sono confrontato e ho prodotto per artisti pop molte volte ho dovuto smussare le mie idee, perché l'artista o i suoi discografici non avevano il coraggio di fare lo step successivo.

Ci sono degli artisti mainstream coi quali senti potrebbe venirsi a creare un feeling interessante?
In Italia ci sono degli interpreti che mi piacciono molto, come Marco Mengoni o Francesca Michielin, che è gente che secondo me si presterebbe tanto a fare cose super particolari, però li vedo ancora fermi a delle sonorità più classiche. Il bello è che sono degli artisti che a volte vengono percepiti dai discografici come gente con delle produzioni alternative, delle sonorità quasi elettroniche, ma per come la vedo io quello è pop italianissimo, che non si schioda dalla formula che ormai conosciamo a memoria. Come loro ce ne sono tanti altri, magari vanno a casa e si ascoltano Flume, però dopo il disco lo vogliono fare in maniera super tradizionale perché devono confrontarsi col pubblico, le radio, etc. Forse però nel futuro prossimo, quando si capirà che vendere dischi non è più la sola strada percorribile per garantire la sostenibilità del mercato, allora si sentiranno più liberi di sperimentare e ci saranno più spazi per roba nuova.

Quali sono i produttori che per te, adesso, parlano meglio la lingua del pop contemporaneo?
In primis Flume, che già dalla primissime cose che ha pubblicato qualche anno fa si capiva sarebbe diventato un fuoriclasse. Poi adoro anche Cashmere Cat e Lido, il suo amico norvegese. E poi Jamie xx ovviamente, questi quattro produttori sono nel mio olimpo personale.

A proposito di djing invece volevo chiederti, anche in quel caso, qual è la maniera giusta di approcciare la pista, secondo te?
Dipende dal gusto che hai, se hai un gusto estremo è difficile conciliare le due cose. Il mio approccio dipende tanto dal posto dove sono, se mi trovo in un club ho una mia etica professionale che mi impone di non suonare mai un disco che non mi piace, però i dischi più ricercati e particolari preferisco farli sentire a un pubblico più predisposto, nei club evito un approccio più snob. Se sei in un discoteca la gente è lì per ballare, non bisogna mai dimenticarlo questo, il corpus centrale del set deve fare divertire secondo me. Poi alcune sere mi sono trovato anche a suonare delle robe bizzarre, diciamo che non c'è anche in questo caso una regola ben precisa.

Hai girato il mondo, dov'è il paese in cui hai avvertito di essere riuscito a creare un maggior feeling con il pubblico?
In Giappone direi, hanno una tale predispozione e un rispetto per la musica. Già il fatto che loro sono in un locale a sentirti significa che hanno grande rispetto di te e vogliono sentire ogni singola nota che suona dalla tua consolle o dal tuo strumento. E poi hanno questa incredibile attenzione per quello che fai, si documentano molto, le nicchie musicali in Giappone sono anche numericamente più piccole rispetto a quelle che abbiamo in Europa, però hanno un livello di attenzione altissimo. Se ci metti anche che hanno anche grande fascino per tutto quello che arriva dal mondo occidentale diciamo che ti trovi davanti un pubblico molto educato e molto ben predisposto e assolutamente non snob. E l'altra cosa fighissima è che una delle prime cose che noti di loro è che sono gente molto timida, molto bloccata socialmente, fanno una fatica incredibile a interagire, ma poi quando mettono piede nella pista si scatenano come dei pazzi, come se nessuno li stesse guardando. Questo cambiamento improvviso che subiscono mi ha sempre affascinato.

E in Italia? Qual è una situazione che scalda il cuore e le gambe?
A me piace suonare in Italia, certo salvo rare occasioni non siamo un pubblico educato musicalmente, la gente non scopre, non ascolta, è difficile far comprendere i tuoi sfizi d'artista. Però comunque rimane casa mia, diciamo che so come prendere il pubblico italiano e mi diverto molto a farlo, non esiste una situazione particolare.

Più di un dj sostiene di avere dei problemi a suonare nei festival
Sicuramente non è facile per uno che è abituato a suonare nei club, soprattutto i festival in cui si sperimentano generi diversi. Ovviamente devi mettere in conto che non puoi accontentare tutti, devi già superare in questo caso le tue insicurezze, devi essere convinto dei tuoi mezzi, sai che facendo al meglio quello che sai fare l'altra meta della gente reagirà comunque bene.

Quest'anno suonerai per il secondo anno consecutivo al MI AMI Festival. Come te la sei vissuta lo scorso anno e che aspettative hai per questa edizione?
È stata una figata, perché ho visto come mi sono conquistato a poco a poco il pubblico che avevo davanti. Appena finito il concerto di Night Skinny il tendone s'è svuotato, ma io ho comunque tirato dritto per la mia strada e dopo dieci minuti s'era già riempito ed è rimasto imballato fino alla fine. In quel caso ho fatto esattamente quello che dicevo prima, è stata proprio bella quella emozione di riconquistarti la gente a poco a poco. Quest'anno il main stage sarà ancora di più una figata, sono molto gasato.

Tag: elettronica

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