Vanvera (Mauro Vacca) - Mail, 05-01-2008 Intervista

10/01/2008 di

(Vanvera - Foto da internet)

Mauro Vacca è Vanvera, giovane cantautore sardo che è riuscito ad attirare l'attenzione di Rockit grazie ad un album d'esordio - "A wish upon a scar" pubblicato dalla cagliaritana Here I Stay - a dir poco affascinante. Canzoni crude e scure che colpiscono chi ascolta lasciando segni indelebili. Parole taglienti accompagnate da musiche alla Bad Seeds o da ballate straccia-mutande. Marco Villa l'ha intervistato.



Introduzione scontata: chi è e da dove arriva Vanvera?
Vanvera è Mauro Vacca, un 36enne sardo che ha iniziato la sua carriera musicale nel 1991 come batterista degli Arte Del Fallimento (trio punk crepuscolare), per poi dare vita (una dozzina di anni dopo) al progetto solista Vanvera. Esso nasce dalla passione per il canto, inizialmente accompagnato da un timido strimpellare di chitarra, per poi prendere una forma più articolata (soprattutto nell’home recording), ma sempre tesa alla semplice ricerca di uno strofa-ritornello diretto ma, nei limiti del possibile, poco scontato. Vanvera nasce ufficialmente nel 2004 col demo “Thug Hugs”, che conteneva alcune rivisitazioni di traditional e spiritual americani, filtrati da una sensibilità spiccatamente new wave-britannica e dall’amore per le sonorità acustiche.

Per farla difficile... un busking crooner a Manchester!

Com’è nata la decisione di lavorare in solitudine al tuo disco, suonando tutti gli strumenti?
Ho iniziato presto a registrare su multitraccia, addirittura con tecniche primitive (ad esempio suonare su registrazioni mandate su una radio e registrare il tutto con un secondo apparecchio!), per cui la dimensione solitaria mi è sempre stata congeniale. Adoro registrare in solitudine. E non sono un asso in nessuno degli strumenti! I primi esperimenti portarono a brani di sola voce, stile Housemartins di “Caravan of love”. Poi iniziai a mettere assieme batteria e basso. Poi l’avvicinamento alla chitarra, lo strumento per me più completo. Se una canzone funziona chitarra e voce, l’80% del brano è fatto e poi non rimane che decorare un po’!

Unica eccezione è la presenza di Giorgio Canali: da dove scaturisce? Che apporto ha fornito all’album?
Ho registrato il disco al Natural Head Quarter studio di Ferrara, con Max Stirner (l’immenso Manu Fusaroli). Giorgio è di casa là, e mi ha lasciato la sua fantastica Gretsch per registrare! Passava di tanto in tanto durante le session e si è subito dimostrato disponibile a partecipare al disco.

Compare in due brani. In “Haunt” ha cosparso di miele il mio ballatone straccia-mutande con una chitarra arpeggiata con tremolo, mentre in “Emma am I a hyena?”, avvertendo un po’ di vuoto nel pezzo, ha tirato fuori un semplice giro di basso, secco e sferragliante, che ha dato sicuramente la marcia in più. L’apporto, per quanto limitato a due soli pezzi, è grande soprattutto per la naturalezza e la disponibilità con cui si è messo a disposizione di un esordiente. Grande Canali.

Mantenendo inalterate le atmosfere, l’autarchia in studio non è replicabile dal vivo: cosa cambia dal disco al live?
Questo è sempre stato il quesito di tutti noi. Sarà possibile (facile? difficile?) trasporre sul palco le musiche da me registrate senza alterarne l’essenza? I brani non sono complessi, ma è sempre stato chiaro che chi avesse suonato con me avrebbe sì dovuto limitarsi a fare l’esecutore di parti già esistenti, senza però fare il session man distaccato. Fortunatamente sono circondato da splendidi musicisti qua in zona, così sono nati presto i “Bei Tenebrosi” (così chiamo chi mi accompagna dal vivo). Il primo concerto è stato suonato ad agosto, con soli tre giorni di prove in gruppo... ed è andato alla grande! Da lì si sono susseguite le date, con qualche avvicendamento nella line up, ma sempre con buoni risultati. Le atmosfere si sono a tratti indurite e la visceralità di alcuni pezzi sta venendo fuori più che nel disco: tutto ciò senza comunque intaccare le atmosfere più pacate e riflessive. Sono solito aprire e chiudere i live con brani alla chitarra, da solo.

Sia in relazione ai live, sia in un’ottica più generale, cosa significa per un musicista risiedere in Sardegna?
Abitando su un’isola ci sentiamo un po’… isolati! E’ tutto sicuramente meno immediato (e più in salita) rispetto a chi sta in continente. Uscire per una o due date può essere più dispendioso che remunerativo, soprattutto ora che siamo agli inizi, ma siamo coscienti che ogni esperienza è un investimento, per cui ben vengano i meeting per le etichette, i festival e tutto ciò che può far conoscere la Here I Stay (la nostra label) e i suoi gruppi al di fuori degli angusti confini sardi. In cima a tutto, la Sardegna rimane un posto splendido in cui vivere ed è già motivo di orgoglio riuscire a far risuonare le nostre note nelle case dei nostri conterranei.

I tuoi pezzi suonano molto lontani dai canoni italiani: cosa c’è di italiano in quello che suoni?
Di italiano mi sa poco... forse la passione per le melodie cantate o l’amore come tema quasi centrale nei testi. I brani del disco li sento di certo poco italiani, e sono in molti che gradirebbero sentire un cantato nella nostra lingua, ma per ora non mi ci trovo e di certo preferisco l’inglese come lingua da cantare. Il mio io musicista non si pone grosse questioni geografiche o di appartenenza, nasce soprattutto dalla passione per le musiche inglesi e americane e in fondo è nelle loro tinte che vuole andare a parare.

La Sardegna rientra in qualche modo in quello che suoni e che scrivi?
Poco: forse inconsciamente, forse il mio spleen è un risvolto della sardità! Mi piace pensare che l’essere sardo sia identificabile con la buona dose di umiltà che cerco di mettere in tutto quello che faccio. Ci provo, credo. Poi, chissà, forse anche un po’ di individualismo è da imputare all’idea di isola… Del sardo come lingua mi piace la cadenza, la durezza, il ritmo, le erre incazzose... tutto ciò fa molto stomp blues!

Chi sceglieresti come punti di riferimento per la tua musica? E in Italia chi senti affine al tuo stile?
Nick Cave ragazzi, il grande Nick Cave; senz’ombra di dubbio è il mio idolo. Non è un caso che tutti lo citino come principale artista affine! Beninteso, non sono così sicuro che musicalmente Vanvera sia così Cave-dipendente! La voce palesemente lo ricorda (mica lo nego!), ma le musiche non fanno il verso ai Bad Seeds: non ne avrei le capacità né la velleità.

Altri punti di riferimento… PJ Harvey, Morrissey, Tom Waits, i Violent Femmes, Joe Strummer, Johnny Cash
In Italia… non saprei, c’è tanta bella roba che ancora non conosco. Il mio preferito, il più grande di tutti, è Vinicio Capossela, ma è galassie avanti….

Sento vicini Fisheart, Le Loup Garou, gli Ardecore, Marco Parente.

Il primo elemento che mi ha colpito nei tuoi pezzi è la presenza di una fisicità intensa, quasi carnale. Ti ritrovi in questa lettura? Da dove nasce questa impostazione?
La carnalità, la sanguignità… stanno venendo fuori soprattutto dal vivo. Mi sto sciogliendo a poco a poco. Il disco ha una buona energia (ancora una volta grazie Manu!). Ciò nasce da troppe implosioni emotive e forse da un inguaribile bipolarismo. E poi ogni tanto lo Scorpione che è in me fa capolino….

Punto forte del tuo lavoro è l’atmosfera che viene a crearsi: che importanza hanno i testi in quest’ottica?
Un’importanza fondamentale. Alle parole chiedo ritmo e colore e possibilmente una bella storia da raccontare. I giochi di parole, gli scioglilingua, gli slogan sono una mia prerogativa, ma chissà quanti puristi dell’inglese si farebbero delle grasse risate per i miei probabili strafalcioni. Il batterista di PJ Harvey (Rob Ellis) mi illuminò sul fatto che si dice a hyena e non an hyena, come invece canto nel disco. Mi piace la poesia limpida, mi piacciono le ballate assassine, l’ironia, l’amarezza, il sarcasmo, i contrasti. Mi piace la poesia limpida, ma i nonsense mi danno più senso. L’importanza delle parole nei miei pezzi è tanta. Mi piacciono le work song scandite dal ritmo delle frasi… se poi la melodia è bella e il significato c’è…. Cosa chiedere di più? Beckett’n’roll kids!

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