Venezia - Mail, 08-02-2008 Intervista

08/02/2008 di

(Giuseppe Coluccelli - Foto da internet)

Giuseppe Coluccelli è un giovane diciannovenne, il suo gruppo - i Venezia - è quanto di più interessante e fresco sia uscito ultimamente in zona math/post-rock. E' un ragazzo intelligente, consapevole di cosa voglia dire fare musica in Italia e con la speranza che questo diventi il suo vero lavoro. Marco Verdi lo ha intervistato.



La storia dei Venezia è relativamente (molto) recente. Ragazzini con il coraggio dell’autoproduzione. Quando vi siete accorti che in giro c’era dell’interesse per la vostra musica?
Ce ne siamo accorti soltanto con il disco: è stato tutto molto casuale, e ancora non riesco a capire quanto interesse effettivamente ci sia per noi. Prima non me ne rendevo conto, anche perchè i pareri provenienti dagli addetti ai lavori non sono stati subito rassicuranti. Da chi ci dava del genio a commenti del tipo: “Bello, più forza e carattere di altri ma è passato il tempo per questa roba…". Insomma, tutto molto relativo!

Percorso a ritroso: da “Venezia” al concretizzarsi di un’idea. Come, dove, quando e soprattutto perché?
Venezia nasce come cosa personale. Vuoi vedere cosa viene fuori, e se finisce, come finisce. Sei curioso per cosa ti farà vedere e sentire. Nasce perchè sono affascinato. Si tratta di un rapporto personale assemblato grazie alla vita e alle persone che mi stanno attorno: grazie a mia mamma, alla natura, alla musica. Grazie soprattutto al gruppo stesso. Venezia è un processo costante che ci fa vedere solo la creazione finale tenendo nascosto il procedimento; è una continua lavorazione di suoni, immagini, sensazioni, gusti, che vengono accumulati, assemblati e trascinati al di fuori, non a caso ma neanche volontariamente. Tutto ciò forma gli otto pezzi del disco e darà vita ai prossimi. Assieme alle motivazioni personali c'è anche la volontà di far ascoltare a più persone possibili quello che facciamo… e far vedere cosa c'è d'altro, soprattutto.

Chi è "il gruppo"?
Provai il primo pezzo con altre persone, ma con loro non funzionò per motivi di tempo. Proposi poi lo stesso brano a Mattia, amico dalle scuole medie: inizialmente eravamo io alla chitarra e lui alla batteria. Solo poi si è unito un bassista (Lorenzo, anche lui vecchio amico). Dopo qualche mese di prove escono quattro pezzi, e andiamo a registrare. Il risultato a livello di suoni e struttura non ci convince molto, e rimane nelle nostre mani. Tutto questo accade a Forlì, un anno e cinque mesi fa circa.

Dunque, prima del disco d’esordio un demo praticamente mai circolato e tanto lavoro di assestamento in sala prove. Cosa hai fatto di preciso in quel periodo?
Suonavo, strutturavo i pezzi e ricercavo soluzioni più soddisfacenti nell'arrangiamento e nei suoni. Facevo lavori di merda per potermi pagare la strumentazione, provavo a studiare, litigavo e amavo la mia morosa, mi affezionavo a cose e a persone, pensavo al disco che volevo fare e alle aspettative. Pensavo e penso al tempo: più di altri, questi sono gli anni che sto dedicando a suonare.

Quanto lavoro mettete nella vostra musica? Componete d’istinto, o c’è un forte equilibrio dietro alle vostre canzoni?
Dipende. Anzi, è veramente casuale. Le note vengono sempre scelte, le suono in diversi modi cercandole e pian piano si compone il giro; completamente a caso sono i ritmi dei pezzi che nascono insieme alle note che trovo. All'interno di un brano poi cambiano piccoli dettagli che vediamo in ritardo o che percepiamo in un momento diverso dalla composizione. Di solito io sistemo il pezzo a casa e lo porto in sala prove quasi ultimato, e sta agli altri buttarcisi dentro come possono. Mediamente impieghiamo un mese di tempo per finire una canzone.

Quanto tempo ci avete messo per comporre e registrare i brani del disco?
La composizione non si è mai fermata neanche adesso: qualcosa dal disco è già cambiato, e stiamo lavorando su qualche parte che non ci convince. Alcuni pezzi risalgono alla nascita della band e altri solo a qualche settimana prima di entrare in studio. Poi le registrazioni sono durate 3 giorni, ma ci siamo resi conto che è troppo poco tempo! Nei mesi antecedenti facevamo parecchie prove durante la settimana, e nonostante tutto poi le idee si moltiplicavano. Da parte mia credo che lo studio rappresenti veramente il momento migliore per noi.

Dove avete registrato il disco? Che strumentazione avete usato in studio e dal vivo?
Abbiamo registrato al Cosabeat di Villafranca (Forlì), mentre mixaggio e masterizzazione sono stati fatti allo Studio 73 di Ravenna. Per la chitarra uso un Fender Hot Rod, più qualche effetto (Blues Driver, equalizzatore, riverbero, Octaver). Il bassista ha utilizzato testate Lombardi e Ampeg, entrambe valvolari, anche se non si capisce dove sia finito il suono. Il batterista, invece, una batteria da studio con piatti grossi e tutto l'occorrente per potersi definire "batterista" e non "violinista"!

“Venezia” ha il valore aggiunto di un artwork curatissimo e dall’aspetto molto originale. E’ vostra l’idea? C’è l’acqua, c’è un corpo nudo… che significa?
L'idea non è nostra. Le grafiche sono state fatte da un'amica, Clio. Conobbi i suoi lavori e le parlai dei concetti di Venezia e su cosa si muoveva tutto; qualche giorno dopo ci furono le prime idee. Il corpo che galleggia è un’isola di passaggio tra i due stati che quel corpo vive: da una parte l’abisso, e dall’altra lo spazio infinito. Il corpo che galleggia è un piano di lavoro, è isola e struttura, mentre le onde sono il suono… come la musica, come le note. I concetti cambiano e si approfondiscono di volta in volta: inizialmente sembrava avere meno significati. Adesso è sempre più perfetto.

Una curiosità obbligata: ma cosa c’azzecca Venezia con Forlì?
Ovviamente nulla. Venezia è la città sommersa (o quasi), che vive con l'acqua. Architettura, cemento, linee annegate a contatto con la fluidità dell'acqua. La nostra musica, i brani, le note sono calde, dolci, fredde, sentimentali. Le strutture sono complesse, nette, fini, spesse, grosse, spezzate. Venezia rappresenta un'immagine, più che un vero e proprio nome, e spiega bene quello che stiamo facendo. Le note prendono il posto dell'acqua e la struttura (e ritmica) dei pezzi quello della città.

Parliamo di post-punk, math-rock, “post” e Chicago in generale. Parliamo di Steve Albini. Infatuati?
L'unico gruppo che mi sento di nominare sono i Tera Melos e non sono di Steve Albini: loro mi hanno dato da pensare. Siamo ricollegabili a quella scena, ma nessuno di noi ci ha mai avuto a che fare in maniera particolare. Penso forse sia una questione di concetti in comune con il signor Albini…

Eppure il vostro disco è sempre in bilico tra arpeggi schizoidi e suono crudo a là Touch and Go, e melodie dal taglio (posso?) pop.
Credo ci sia molto pop o boh?, non so come chiamarlo. Credo che molti si facciano fregare dal fatto che siamo veloci e che cambiamo spesso il tempo: questo non ti dà la certezza che la parte prima sarà uguale quando la risentirai, dopo. Tutto è mutevole e non fisso, è un mettere sempre in discussione le parti e disegnarle ogni volta diversamente: questo non ti fa concentrare sulle note, ed è molto difficile riuscire a vivere la ritmica e le note contemporaneamente… capendo entrambi. Vedo pop solo in un’ottica diversa: é con un piglio più veloce, meno prevedibile, più ricercato o più personale.

Quali sono i vostri ascolti e quanto si riflettono nei Venezia?
Tra i miei dischi c'è stato un po' di tutto, tra post-rock, noise, punk/hardcore, pop. Adesso sto ascoltando "Hot Rats" e "Freak Out!" di Frank Zappa e un paio di album dei Led Zeppelin. Da quando suono il rapporto con la musica ascoltata è diventato una cosa che ci deve essere, ma non costantemente… ogni tanto. La vedo come una spinta verso la composizione, un aiuto: ti rende attento a quello che serve per comporre, una cosa del tipo "devo usarla per...", anche se ovviamente non è solo questo. Comunque cerco di lasciare spazio anche per ciò che non è musica, credo serva in misura uguale per la composizione. Poi in generale un po' tutto si riflette nei Venezia, solo che usiamo dei trucchi per non farlo vedere troppo…

A 19 anni, in Italia, spesso non si viene neanche presi in considerazione, solo per l’età anagrafica. O magari poi sono pesci in faccia. Altrove, invece, il sistema funziona ben diversamente… Soffrite questa situazione (specie dal vivo e nei rapporti con le etichette), o non vi pesa?
L'età, come un sacco di altre cose, non esiste. Dovrebbe essere solo un mezzo per rendere più comodi i conteggi. Ci è sfuggita la mano e ormai età significa credibilità. Età è anche esperienza ma per questo si dà per scontato che se una persona ha avuto 19 anni di esperienza e un'altra 40, allora quest'ultima ha più motivi per fare cose rispetto all'altra. Invece basta riuscire a capire che il tempo degli altri può venire gestito diversamente dal proprio. Ma ognuno reagisce diversamente alla vita.

Noi che siamo qui a parlare o a leggere o a suonare dovremmo evitare di concederci alla statistica e credere nell'eccezione, ma è tutt’altro che facile. Altrove non è come qui, eppure non ci pesa. Chissenefrega se un produttore mi tratta come un pezzente, o certi gestori di locali, se rispondono, m'infamano. Ho bisogno di loro per la promozione e tutto il resto ma allo stesso tempo posso farne a meno: trovo altri modi, e se non ne trovo faccio le cose da solo come ho fatto fino ad ora. E va tutto bene.

Eppure le nuove piattaforme sul web permettono di superare certe barriere comuni: avete mai pensato di concentrare i vostri sforzi promozionali sull’estero, piuttosto che in Italia? In generale, come vedete la cosa?
In Italia, grazie ad internet sono riuscito a venire in contatto con molte persone che ci hanno dato una mano. Proprio adesso stiamo spedendo i dischi in Europa e America; un'etichetta oltreoceano si è offerta di stamparci il vinile. Noto che in Italia la musica funziona sulle amicizie, ed è bellissimo, ma visto che io non posso conoscere tutti, la cosa diventa complicata… Ma poi quando un'etichetta ti dice che il disco è stupendo e alla fine produce l'ottavo album dell'anno dello stesso gruppo di amici, un po' ti prende male, come si fa? Parlo in generale: ci vorrebbe un po' più di meritocrazia. L'idea di autoprodurre tutto è dura ma mi pare che funzioni: spendo tanti soldi, ma sono sicuro delle cose che faccio… perché è il mio lavoro.

Commenti (1)

  • enver 11/02/2008 ore 11:59 @enver

    mi piace come ragiona. e la sua è una grande band

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