Nevi di Frontiera - Mail, 11-12-2007 Intervista

18/12/2007 di

(I Nevi di Frontiera - Foto da internet)

I Nevi di frontiera sono un giovanissimo gruppo padovano. Li abbiamo conosciuti per caso, non avevano nemmeno un demo pronto e ne hanno registrato uno apposta solo per poter fare questa intervista. Cantano di un mondo piccolo e poetico, a metà tra il sogno e un passato ormai troppo distante. Marco Villa ha fatto una chiacchierata telematica con Pietro (autore di tutti i testi e della maggiorparte delle musiche). Per ringraziarci, i tre hanno registrato un brano inedito in esclusiva per Rockit.



Doverosa presentazione: cos’è Nevi di frontiera? Dove nascono e come si sviluppano queste “Sinfonie senza pretese”?
Nevi di frontiera è un progetto partito per gioco e sviluppatosi in modo altrettanto ludico: avevo musicato alcune mie poesie ed ho chiamato Muso (basso) e Kemp (chitarra solista) per provare a riarrangiarle e vedere cosa ne sarebbe uscito. In brevissimo tempo abbiamo registrato in salotto i quattro pezzi che sono sul Myspace, decisi a non procedere oltre quel piccolo passo incerto. Non siamo una vera band, non facciamo mai prove, tantomeno concerti, ci ritroviamo semplicemente ogni tanto e strimpelliamo (ricorda un po’ la filosofia dei Silver Jews?). “Sinfonie senza pretese” nasce proprio grazie a voi: ci avete chiesto un demo che non avevamo ed in due giorni abbiamo creato e registrato altre quattro canzoni (sempre tratte dalle mie sillogi di poesie). Una volta registrate ci siamo accorti che tutto, dalla creazione, alla produzione, alla qualità, al contenuto, alla fruizione era senza pretese, era una piccola impronta trascurabile ma incredibilmente nostra, era il perfetto figlio dei nostri pomeriggi post-adolescenziali trascorsi in accidia: un’accidia positiva e creativa, di quelle che ti strappano involontari aforismi immortali davanti ad una birra e tre amici, di quelle che generano piccole costellazioni di filosofia efficace, destinate a sparire alla birra successiva.

Sul vostro Myspace sono presenti parecchi esponenti musicali del NordEst, gruppo Riotmaker su tutti: avete legami forti con le realtà della vostra zona?
In realtà non ci concediamo grossi slanci di affetto col territorio, “Sinfonie senza pretese” poteva nascere ovunque, è un demo senza patria, proprio per quello ci chiamiamo “Nevi di frontiera”: quando la neve cade sui confini ne occulta la linea e crea uno spazio omogeneo, senza appartenenze di alcun tipo, è una sorta di democratizzazione meteorologica imposta e ben accolta in quanto bellezza e purezza. Così è la nostra musica ed i temi trattati.

La top friends così squisitamente farragginosa è legata alla mia profonda amicizia con tutti i talentuosi figli della Riotmaker che è un po’ la mia seconda casa.

A livello di riferimenti mi verrebbe da nominare Dylan filtrato da De Gregori, oppure, restando in ambito indie, un Artemoltobuffa con un maggiore interesse per la narrazione: ci possono stare? Altri riferimenti?
Ovviamente c'è molto Dylan e De Gregori, ma ancor più Guccini. Quando ho musicato le mie poesie volevo fare qualcosa di più simile agli Iron & Wine ed Andrew Bird, ma la mia decennale ossessione per i cantautori della scuola genovese e bolognese ha preso il sopravvento. E' un po’ il mio limite, sarò sempre una delle tante eco che scimmiottano Guccini, ma ormai è diventato un po’ lo stile del gruppo e pare che sia di gradimento. In futuro mi darò al pop d'autore magari.

Mi sembra che il vostro immaginario principale sia quello di una piccola provincia lenta e apparentemente slegata dal tempo presente: è un luogo da sogno o sono immagini che vedete intorno a voi?
Come dicevo, le canzoni sono tratte dalle mie poesie e queste non appartengono affatto alla realtà padovana. Io sono cresciuto a Tarvisio, un posto magnifico per l'infanzia ma orribile per i processi di maturazione: è una piccola località di provincia che si traveste da metropoli; della provincia mantiene la totale mancanza di stimoli, della città ruba le ipocrisie, un ingiustificato orgoglio ed un’opprimente presunzione di superiorità. I testi risentono inevitabilmente della sua lentezza ed in un certo senso sono onirici: parlano di luoghi che non esistono più, della Tarvisio che con le sue nevi, il suo esoterismo e le sue fiabe, aveva un effetto magnetico di fascinazione sui miei occhi di bambino, ma che col tempo si è sgretolata davanti ai miei occhi di giovane uomo, un po’ perché è cambiata, un po’ perché non sono più capace di emozionarmi in quel modo. Tutte le sensazioni di malinconia, nostalgia, depressione ed apatia del disco hanno le loro radici in quella Tarvisio a metà tra un ricordo velato di dolcezza ed una realtà inconciliabile con la mia. Direi che “Il borgo e la sua montagna” descrive perfettamente questa sensazione. E' ovvio che la montagna ha ancora un fascino fortissimo per me, è il fascino che risiede: “nell’alchimia serena d’un camino,
nella disciplina silenziosa dell’abete,
nell’altare improfanabile di un libro al comodino”
(l'autocitazione sazia il mio egotismo). Ora ci torno il meno possibile.

“Corsaro piangente” è una narrazione molto particolareggiata, capace di descrivere nel dettaglio senza essere pesante: dove nasce il personaggio? Come avete affrontato la stesura del pezzo?
"Corsaro piangente" la scrissi in aula studio in un periodo in cui mi sentivo ribollire un autentico sangue corsaro, fagocitavo Conrad e Pratt e sognavo di imbarcarmi verso l'oceano indiano. E' stata la prima ad essere stata suonata alla perfezione sin dall'inizio ed è ancora la mia preferita.

Mi piace perché cozza con le altre: in un disco "senza pretese" che parla di quante piccole cose ci siano nel nulla, questo slancio epico dà al demo un tono solenne ed inaspettato. Una rosa nel deserto...

Perché un pezzo in inglese?
Il pezzo in inglese è nato prima di ogni altra canzone ed è l'unico ad essere stato scritto proprio per divenire canzone: avevo la melodia in testa (di solito prima scrivo e poi ci adatto la musica) ma non riuscivo ad adattarci l'italiano, l'inglese così fluido e musicale era l'unica soluzione. Forse senza quella non avrei mai scritto le altre. Non la amo particolarmente, anche perché la mia pronuncia è pessima, ma è divertentissima da suonare ed è la preferita di mia madre.

L’ultimo pezzo, recitato e con voce distorta, spiazza l’ascoltatore: cosa ci si deve aspettare dai prossimi pezzi?
L'ultimo pezzo è una cosa a sé che non avrà riscontri sul nostro stile futuro. E' stato completamente improvvisato in fase di registrazione (Muso e Kemp sono dei musicisti eccezionali) ed io ho recitato una mia poesia con un megafono. Ci piaceva l'idea del sogno per chiudere l'ipotetica giornata in cui si inserisce la scaletta del demo e così ho scelto un testo molto profetico. Il titolo, “Sogno 298” nacque così:
Pietro:"come la chiamiamo?"
Muso: "sogno"
Pietro: "mettiamoci un numero"
Kemp:"quanti sogni hai fatto in vita tua?"
Pietro: "non saprei"
Kemp: "secondo me almeno 298"
Pietro: "fatta!"

Secondo me siete molto bravi nei pezzi ultra-intimisti o in quelli narrativi, un po’ meno nel pezzo “da osteria”: come a dire che il vostro cantautorato è a fuoco in una bolla immaginaria in cui convivono gli estremi. Come si è strutturata questa poetica? Cosa significa oggi essere cantautore?
Il pezzo da osteria è in effetti di registro molto più basso e popolare, ma anche quello mi appartiene: a Tarvisio ci sono solo bar e quando trascorri lì tutti i giorni, la sbronza diventa un rituale amorevole; finché non si fugge da Tarvisio verso il mondo, si pensa che quello sia il modo migliore per trascorrere una “notte perfetta”. In mare sangue chiama sangue, in montagna vino chiama vino... è una chiamata che ancora raccolgo.

Come in ogni cantautorato gli estremi ed i registri devono convivere, il folk è l'espressione artistica della democrazia, no? Guccini passava da “Radici” a “Opera buffa”, noi da “Il borgo e la sua montagna” a “Notte perfetta”.

Non so come nasca la mia poetica, non sono un grafomane, dietro ad ogni silloge c'è uno studio intenso ed un faticoso lavoro filologico; sono molto influenzato da quello che leggo, quindi cambio molto spesso, i sentimenti poi li adatto alle influenze letterarie.

Credo che il cantautore fondamentalmente sia un poeta che sa rendere la poesia più gradevole, una volta erano i trovatori. Quasi nessuno legge più poesie, ma i cantautori sono molto ascoltati: è una poesia più democratica; in un mondo dove tutti scrivono e nessuno legge, forse un giorno sarà l'unica poesia possibile.

Ascoltando l’inedito che accompagna questa intervista, mi sembra che di gucciniano tu abbia anche il credo “cantare il tempo andato sarà il mio tema”: fuga dal presente perché è brutto o perché è difficile parlarne?
Non credo che esista un presente “brutto” ed un passato “bello”, è sempre il paradosso del “si stava meglio quando si stava peggio”; probabilmente per i bambini di oggi il presente è bellissimo ed il loro futuro sarà deprimente, il concetto di romanticismo che risiede nel passato va adeguato a tempi e generazioni (io ho solo 23 anni); Guccini lo descrive perfettamente in “Culodritto”. Certo il mondo cambia e forse in peggio, ma sono soprattutto le persone che cambiano, cambia il loro sguardo, la loro sensibilità ed attitudine all'emozione. Da piccolo mi emozionavano i piccoli rituali, oggi non li vedo, non perché non esistano, ma perché il mio sguardo è corrotto, ha perso la sua verginità. L'unico modo per rivivere quel tipo di bellezza primitiva è ricercarla nei ricordi nostalgici; i ricordi sono sempre velati da una magia che li rende assoluti. Ammetto che mi è più facile parlare di cose perdute, non sarebbe difficile parlare del presente, ma risulterebbe meno affascinante: il passato ha una misteriosa attrazione sull'individuo.

Ma non voglio fossilizzarmi sul cliché dello sguardo malinconico ad un passato irrecuperabile; in futuro vorrei cambiare il mio approccio di scrittura: mi sforzo di essere il più diretto possibile e di utilizzare emozioni semplici, ma ricado sempre inevitabilmente nell'uso ostentato di cultismi ed intellettualismi per paura di sembrare banale... devo cambiare strada. La scuola genovese aveva sì esponenti molto colti e "per pochi" come De André, ma aveva anche dei geni differenti: Gino Paoli è l'unico cantautore che riesce a cantare la banalità rendendola poetica, ci riesce perché lo fa con un'intimità devastante che ne cancella ogni traccia; è emozione pura in giro di Do, un brivido irrelato che corre dalle orecchie alle dita (ad oggi “Vivere ancora” è la mia canzone preferita). Vorrei saper scrivere testi del genere, ma hanno bisogno di un supporto melodico che spezza il fiato ed io non saprei farlo. Paolo Conte è il compromesso perfetto tra lo scrittore colto e quello intimo, dipinge delle immagini perfette, rendendole evidenti e bellissime anche a chi non conosce la realtà cantata. Il suo è uno strumento diverso: uno straordinario utilizzo dell'analogia. Sto facendo mia questa tecnica, ma Conte è il maestro assoluto dell'analogia e come dice lui "il maestro è nell'anima e dentro l'anima per sempre resterà".

Commenti (6)

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  • Stefano "Acty" Rocco 20/12/2007 ore 15:22 @acty

    ...uno dei che? ma de'ndo'sei?

  • enver 20/12/2007 ore 16:44 @enver

    sai, a noi del nord ci contamina l'influenza francese... ;)

  • suiteside 20/12/2007 ore 17:27 @suiteside

    Enver, sei del nord-est, al massimo puoi parlare crucco.
    Il francais lascialo a noi del nord-ovest :)

  • enver 20/12/2007 ore 17:37 @enver

    TU saresti del nordovest? già, dove si balla la famosa pizzica sanremese... ;)
    parlo slavo!

  • suiteside 20/12/2007 ore 17:52 @suiteside

    ah, ma io baro, il francese lo so male, per non parlare dell'albanese....[:

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