Giorgio Canali & Rossofuoco - Mail, 14-05-2007 Intervista

14/05/2007 di

(Giorgio Canali - Foto da internet)

E' inutile aspettarsi un'intervista "tranquilla" da Giorgio Canali. Se i suoi testi sono quanto di più cinico si possa ascoltare in un disco di canzoni rock, figuriamoci se il Nostro mantiene un atteggiamento politically correct quando gli si chiede di esprimere un parere sull'attuale situazione italiana. Il suo pessimismo è totale. E' una delle migliori firme del nostro rock. Marco Villa gli ha fatto qualche domanda, ecco che cosa gli ha risposto.



I due album precedenti possono essere considerati come un’unica opera in due parti. Cosa c’era alla base di questa macro-invettiva?
Se mi dovessi disegnare in un cartone animato, mi farei come un omino in un angolo lontano dello schermo che urla e sbraita agitando braccia, gambe e testa, mentre al centro passano treni, aerei, mandrie di elefanti, parate militari e circensi, tourdefrance e millemigliastoriche, orde di papaboys festanti, fiaccolate civiche, processioni dell’Immacolata e del KKK, bus di tifosi di squadre rivali che fanno a sportellate tra di loro mentre cortei nuziali cercano di superare il frastuono generale con i loro clacson…chi mi sente e, soprattutto, chi mi nota nell’angolino?

La domanda a cui già da tempo ho trovato una risposta è: “Sono io quello diverso o sono loro? Sono io troppo perspicace o loro troppo tonti?” la risposta è: “Ma va’ a cacare!” indirizzata ora a me ora a loro, a seconda dell’umore del momento.

“Tutti contro tutti” in parte si distanzia da queste stesse caratteristiche di invettiva. Come è nato?
Ogni volta che parti per un nuovo viaggio ti auguri che la meta sia diversa dal viaggio precedente; ricordo le gite parrocchiali di quando ero piccolo: si finiva inevitabilmente tutti gli anni al santuario di Montepaolo…sai che palle! Se almeno ne avessi un’idea, ora che sono cresciuto (e non di poco) di dove cazzo sia ‘sto Montepaolo…
Voglio dire, almeno ci si prova ad andare da un’altra parte: è questo il proposito iniziale per Rossofuoco nell’affrontare la composizione di un nuovo lavoro. Cominciamo dal suono, ci siamo detti.

Luca ha comprato una Ludwig nuova, tutta di nylon trasparente come quella di Keith Moon, che dentro uno dei timpani ci teneva un pesce rosso (il timpano non lo percuoteva però: da buon animale era anche un animalista). Io ho ereditato una Rickenbacker con dodici corde anche se sei sono già troppe, Claude ha deciso di suonare tutti i pezzi nuovi sulla sola corda di Mi ma, con la coda dell’occhio, ogni tanto l’ho vista barare passando il mignolino su quella di La con ostentata distrazione. Marco ci ha provato in tutte le maniere a cambiare, ma ogni volta che comincia a ritoccare il suo suono ricade sempre lì, nella trappola inesorabile del gain a 10 e nel volume a quasi idem.

Comunque, alla fine, qualcosa è cambiato, nella composizione dei pezzi, nella struttura dei brani, nel colore delle canzoni. L’atteggiamento no, resta lo stesso. A nessuno di noi è mai fregato nulla di quali siano le tendenze musicali del momento e penso che questo si noti: un album di Rossofuoco resta musicalmente attuale nel tempo in quanto assolutamente ed eternamente demodé.

Per ciò che riguarda i testi, non riuscendo a impedire al mio cervello di tradurre in versi ciò che vedono i miei occhi e, siccome anche se sembra che tutto cambi intorno, in effetti tutto è sempre la stessa merda di sempre, ho come l’impressione di ritrovarmi anche stavolta a Montepaolo, e mi viene da bestemmiare…

Il parziale cambiamento di rotta di “Tutti contro tutti” prelude ad un più radicale assestamento sia musicale che testuale? Come immagini il cammino artistico futuro con i Rossofuoco?
Non faccio mai programmi a lunga scadenza, per me è stata già un’eternità aspettare pazientemente l’uscita di questo album dal momento in cui era finito. Di sicuro ho e abbiamo tutte le intenzioni di continuare a rompere i coglioni in giro con la nostra presenza, live e discografica. Sarà comunque difficile che Rossofuoco si travesta da qualcos’altro di diverso da quello che è: se ho voglia di atmosfere musicali differenti ci sono già PGR e 70 m/s (settantametrialsecondo) nella mia vita.

La dedica a Federico Aldrovandi (ragazzo ferrarese trovato morto, si scoprì in seguito che era stato pestato da quattro poliziotti, NdR) è l’emblema di un sentimento che pervade tutto il disco e che attacca l’istituzione in ogni sua declinazione. È quindi ormai impossibile poter avere fiducia nello Stato e in un’idea “laica” di nazione, basata sulla semplice appartenenza?
Vivo a Ferrara, da qualche anno. Da qualche anno la mia vita di “quasivecchio” si srotola placida in questo buco del culo della provincia…solo casualmente italiana, perché avrebbe potuto trattarsi di qualsiasi posto altrove. La mattina, quando esco, come la maggior parte del mondo che mi circonda, prendo un caffé nel bar più vicino, apro il giornale locale (non finirò mai di citare il mio amico Simone Lenzi: “i giornalisti del giornale locale scrivono male”). Un giorno mi capita di leggere la storia di un ragazzo, appena diciottenne, trovato morto in circostanze misteriose vicino all’ippodromo: si ventilano ipotesi di tresche di droga, di amici che lo abbandonano nel momento in cui, probabilmente, aveva più bisogno di aiuto. Mi dico: “Poverino”; è una storia triste, come tante…ma lo so che non è andata così, lo so già, da sempre. Lo so che sotto c’è sempre qualcosa di non detto, e so che essere un paranoico che annega nella dietrologia è il mio più scintillante pregio (il mio peggiore difetto per gli idioti).

Qualche mese dopo, qualcuno mi segnala che su internet si sta creando un caso: la mamma di quel ragazzo non ci sta. Anche lei, forse paranoica e dietrologa, ma di sicuro più informata e motivata di me e di tanti altri che hanno letto le cronache marziane di quell’evento quasi dimenticato, vuole una cosa sola: la verità! Così salta fuori che il ragazzo è stato pestato a morte da quattro rappresentanti delle forze dell’ordine. Arrivano interrogazioni parlamentari, speciali televisivi (è triste che la giustizia venga amministrata attraverso Chilhavisto o Striscialanotizia, ma questo ci meritiamo, evidentemente) movimenti d’opinione, manifestazioni: la questura all’inizio cerca di coprire tutto, poi molla e nel giro di un anno i quattro poliziotti sono rinviati a giudizio. Forse ci sarà verità per Aldro, forse no…
Per tornare alla tua domanda, i concetti di “attacco all’istituzione” di “fiducia nello stato” di “idea laica di nazione” e di “appartenenza” c’entrano ben poco con tutto ciò. Io so solo che, qualche giorno prima di capitare vicino all’ippodromo, Aldro era venuto con i suoi amici a Stienta (un altro dei tanti buchi del culo imboscati nella provincia italiana) a un concerto di Rossofuoco. Poi, nel tempo, ho conosciuto i suoi amici, quelli che secondo la prima versione dei fatti lo avevano lasciato solo a morire.

In questo disco e nei precedenti si trovano riferimenti alla televisione e alle sue derive e non si riesce mai a cogliere la direzione delle influenze tra tv e società. Cosa domina cosa?
Mi viene in mente un film: "Oltre il giardino" di Hal Ashby, l’ultimo capolavoro di Peter Sellers. Chance, il Giardiniere, vive la tivù come una tossicodipendenza… anch’io, forse. È sottile la differenza tra chi riesce a “farsi” e a sopravvivere e chi invece ci crepa. E qui salta fuori la solita domanda: “Sono io quello diverso o sono loro? Sono io troppo perspicace o loro troppo tonti? ”…la risposta la sai già.

Tu descrivi uno scenario pre-apocalittico, dove l’unica speranza è “chiudere gli occhi” continuando ad “illudersi beati”. C’è ancora spazio per reagire? Esiste una possibilità di sopravvivenza dell’uomo in quanto essere eticamente pensante?
Non sono io che me la invento questa pre-apocalisse: da piccolo c’era la guerra fredda e ci insegnavano che degli omini ligi al dovere erano lì, pronti a spazzarci/si via solo premendo un bottone. Dopo, mentre crescevo, mi continuavano a ripetere: “No future” e io, da bravo, facevo il coro come tutti. Poi è arrivata la paranoia da Y2K, con il sistema tecnocratico pronto a collassare per un fantomatico quanto inesorabile millennium bug e ora, et voilà, lo “Scontro Di Civiltà”, mentre en passant ci hanno rifilato la bufala dell’A.I.D.S. (ma secondo le stime degli anni ottanta, non dovevamo già essere tutti morti?) e ce la stanno menando con l’effetto serra e la sovrapproliferazione all’estero dei cinesi (devo crederci veramente?). Chi ha la mano del gioco detta le regole e ha tutto l’interesse a farti sentire il più transitorio possibile, la paura fa 90 e anche di più. Leggere un po’ di più Orwell e guardare un po’ meno il telegiornale…

I testi sono somma di singole immagini e riescono a sviluppare una apparente costruzione per accumulo senza perdere il filo del discorso. Concretamente come avviene la stesura delle liriche? Quanto contano i giochi di parole nei tuoi testi?
Con Rossofuoco nasce quasi sempre la musica per prima: improvvisando fissiamo atmosfere e idee che montiamo in strutture ipotetiche di ipotetiche canzoni.

Quando arriva il momento di scrivere le parole è il panico. Sono sicuro di avere già detto precedentemente tutto quello che c’era da dire, in tutte le maniere possibili, intelligenti e stupide, di avere già distorto tutti i concetti, di aver parafrasato o citato tutto quello che c’era di parafrasabile o di citabile, di avere già pronunciato gli svariati miliardi di nomi di dio (sul Tetto del Mondo si dice che questa è la maniera per far finire l’universo) e che se tutto sta ancora in piedi è solo perché questo dio non esiste. Poi dal nulla cominciano a materializzarsi frasi, ritmi di sillabe, idee che stavano nascoste sotto il letto e in un attimo finiscono dentro il microfono, perché ci ho un Neumann montato proprio lì, di fianco al letto e lì dentro, anche da appena sveglio, continuo a raccontarmi con parole diverse, cerco nuove angolazioni di vedute consolidate, nuovi giochi di parole. Qualcuno suona eccessivo, ma non è l’eccesso che mi spaventa.

Comunque, una volta registrata l’ultima frase dell’album ho tirato un bel sospiro di sollievo…Per la cronaca quest’ultima frase era: “e balla bimba, balla come se tutta questa mediocrità ti piacesse davvero”. Avevo cominciato qualche tempo prima con “occhi fissi, spalancati, sorrisi prestampati, baci, abbracci, faccetta di cera, scampati alla strage del sabato sera…”

I testi dei tuoi album sono lontani anni luce dalle seconde voci che canti nei PGR. Come riesci a fare coesistere queste due anime?
Sono ateo, non ho un’anima, figuriamoci due…

Qual è il futuro dei PGR?
Il prossimo PGR sarà qualcosa di minimale e trattenuto, molto diverso da “D’anime e d’animali”. Stiamo componendo spunti musicali, io per conto mio, Gianni per conto suo, poi ci confronteremo tra di noi, con Giovanni che sicuramente ha già una caterva di parole pronte per far nascere l’album. Comunque sia, per la fine dell’anno dovremmo essere in grado di massacrarvi ancora i coglioni con un nuovo disco; alla faccia dei detrattori, sono vent’anni e passa che stiamo facendo la storia della musica italiana e continueremo a farla.

Produzioni, PGR e ormai solida carriera solista: qual è il tuo ruolo principale?
La schizofrenia è per tutti una malattia, nel mio caso sono convinto che sia uno dei doni più preziosi che la vita mi ha fatto.

Hai portato in giro pochi mesi fa un tour acustico: perché questa scelta? Come sarà il nuovo tour?
Quello di "Rossotiepido" non era un tour vero e proprio, solo qualche concerto in qua e in la per non perdere contatto con il palco. La formula è molto stimolante, un’acustica, un’elettrica e un violoncello. Ridurre le proprie canzoni all’osso è una cosa che va provata prima o poi: se c’è sostanza resta, se non c’è ciccia… Mi è servito anche per testare qualche nuova composizione fuori dal fragore di Rossofuoco, per vedere se certe canzoni avevano ragion d’essere anche senza il muro di suono: in giro c’è troppa musica fatta solo di estetica e troppi idioti che ci cascano.

Per ciò che riguarda il tour di “Tutti Contro Tutti” mi aspetta un bel po’ di fatica fisica…è il problema di avere in banda due giovinotti che pestano, e Claude e io nonostante l’età, mica vogliamo farci la figura dei vecchi spompati…

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