L' Enfance Rouge - Mail, 16-12-2006 Intervista

19/01/2007 di

(François Cambuzat - Foto da internet)

François Cambuzat è sicuramente uno dei personaggi più importanti per il rock d'avanguardia degli ultimi 10 anni. Girovago, sperimentatore e provocatore, i suoi gruppi hanno toccato ogni possibile aspetto della cultura musicale. Una lunga intervista: il musicista si lancia nel racconto della sua vita e dei suoi progetti - dai Kim Squad verso la fine degli anni '80 fino ai più recenti L’Enfance Rouge - non limitandosi nelle critiche e negli atteggiamenti polemici, soprattutto nei confronti dell'Italia.



François, dove vivi in questo periodo?
La base de L’Enfance Rouge è ora in Salento, tra Maglie ed Otranto. Chiara ed io siamo approdati qui per scegliere il posto migliore per fare crescere nostra figlia. Tre posti sono in lista: il Salento, l’Andalusia e Tunisi. Non so se rimarremmo qui.

…ed eri in Italia anche nel 1987. Come ci eri arrivato? E come è, poi, nata la decisione di registrare “Young Bastards” (disco dei Kim Squad, pubblicato nel 1987, NdR) ?
Oltre la musica, avevo cominciato una carriera di giornalista, a Londra poi a New York. Ero free-lance, e pubblicavo su Libération, Actuel, City, Façade e altre riviste. Avevo proposto due articoli, su Roma e Napoli, che erano stati accettati. A Roma, ho incontrato Angelo Pinna, giornalista e batterista. Abbiamo iniziato i Kim Squad per scherzo e rabbia. Quasi subito, abbiamo vinto un qualunque concorso nazionale chiamato “Indipendenti”, e subito dopo I Soluzionisti ci ha chiesto di incidere un disco con la distribuzione Virgin.

Dopo quel disco c'è stato un progressivo allontanamento dalle sonorità punk rock per abbracciare atmosfere più intimiste culminate, dopo qualche anno, nella “musica d’avanguardia” proposta con Il Gran Teatro Amaro.
Sono un curioso. Mi piace prendere altre vie, quelle che non conosco ancora. La vita è una sola: non c’è tempo da perdere, dobbiamo realizzare/vivere almeno 20% dei nostri sogni. Per tornare ai Kim Squad, all’epoca (anni novanta) tutti i gruppi cominciavano a suonare in rotta verso quello che sarebbe diventato il grunge; io decisi di fare esattamente il contrario: suonare assolutamente senza elettricità nè microfoni, ma di essere ugualmente violento e abrasivo, sia armonicamente che dal vivo. Da lì nasce Il Gran Teatro Amaro: musicalmente, eravamo molto vicini alla classica contemporanea (Ligeti, Kagel, Boulez, Nono…), ma anche ad altre musiche, come la rembetica o il tango. Ma dal vivo eravamo dei terroristi, capaci di ferire concretamente, ovvero fisicamente, il pubblico.

Come la definiresti l’esperienza de Il Gran Teatro Amaro: quali ne erano le velleità?
Il Gran Teatro Amaro è stata un’esperienza molto forte, e dura. In poco tempo, abbiamo firmato per la RecRec e siamo stati amatissimi dalla stampa tedesca. Il terzo anno abbiamo fatto più di 200 concerti in soli 12 mesi. Siamo stati invitati da festivali prestigiosi come il Documenta di Kassel. Il Gran Teatro Amaro sperimentava con la musica e con l’emotività del suo pubblico.

Il progetto si è sviluppato quasi esclusivamente all’estero: dove vivevi in quel periodo?
Prima ho vissuto ad Amsterdam. Poi mi sono spostato a Berlino Est, quindici giorni dopo il crollo del muro. Quando gli adolescenti turisti in male di alternatività sono arrivati lì, ho cambiato per Hamburg, poi Tunisi.

Poi, dopo qualche anno, è nato L’Enfance Rouge...
Dopo 6 anni con il Gran Teatro Amaro, volevo di nuovo altre nuove vie. Il gruppo aveva un tale successo che presto diventò stanco di predicare ai convertiti. Sono tornato all’elettricità, ma soprattutto alla trance.

L’ultimo lavoro de L’Enfance Rouge, è “Krsko-Valencia”: un disco davvero splendido (uscito per Wallace Records nel 2005, NdR), il degno culmine di quanto hai fatto fino ad ora. Per te cosa rappresenta?
Dall’inizio, L’Enfance Rouge ha sempre scelto i nomi di due città attraversate come titolo per i suoi album. Krško è in Slovenia, Valencia è in Catalunya spagnola. Facciamo una media di 80 concerti all’anno, per lo più fuori Italia. Da dieci anni, registriamo e pubblichiamo anche pochi dischi, per scelta. Allora sai, un nuovo album ci aiuta a marcare il nostro tempo e la nostra geografia. Erano tre anni che non avevamo fatto uscire un nuovo lavoro. Da “Rostock-Namur” abbiamo registrato ben quattro album che abbiamo infine buttato via. Siamo quel che si dice in francese “des enculeurs de mouches”, e non abbiamo bisogno di pubblicare qualsiasi cosa per organizzare le nostre tournée o soddisfare il nostro ego. Viviamo totalmente della nostra musica, rimanendo liberi e totalmente padroni delle nostre produzioni. Vendiamo o accordiamo delle licenze, in Italia e all’estero, senza firmare nessun contratto che ci lega a lungo termine senza garanzie. L’Enfance Rouge è un gruppo di cosi detto “avant-rock”, una definizione che non vuol dire altro che uno spiccato piacere per la sperimentazione, dalla composizione all’improvvisazione. Volevamo che questo nuovo album rispecchiasse i nostri concerti, fisici e rischiosi, composti come selvaggi. Quello che mi piace moltissimo del rock è l’aspetto shamanico del concerto, del tipo “siamo noi a condurre la danza”. E’ fondamentalmente una musica semplice con un fascino estremamente forte. Dovrei anche aggiungere che vengo dalla Francia, dove il rock è stato ed è ancora una ragione di vita e un modo di pensare. Da lì tutto l’idealismo che mettiamo nel nostro lavoro. E poi c'è la libertà, che si conquista e che si paga: guadagnare poco, essere parco, ma poter vivere come si vuole, dove si vuole e come si deve. "Libertà" è la parola.

A breve con L’Enfance Rouge partirete in tour: quali saranno le tappe? E come si svolgeranno i vostri spettacoli ?
Partiamo a fine dicembre e finisce in giugno. Il tour tocca Spagna, Francia, BeNeLux, Germania, Austria, Svizzera, Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Herzegovina, Grecia. La set-list è nuova, abbiamo introdotto i brani che registreremmo a marzo, agosto e settembre con dei musicisti del Conservatorio di Tunisi, con gli arrangiamenti scritti dal grande Mohamed Abid. Niente ethno-minchia, o velleità sentimentalo-turistico-orientale, ma questa vecchia voglia nostra di mescolare la nostra elettricità malata occidentale con i quarti di tono della musica orientale. E’ un’altra nuova esperienza. Feedback, larsen e violini maghrebini: un vecchio sogno.

Come siete accolti all’estero?
Il pubblico de L’Enfance Rouge è lo stesso, a Barcellona, Biella, Bruxelles o Borj El Khadra. Quello che cambia, sono gli impegni che prendono gli stati verso l’arte in generale. L’Italia è a l’ultimo posto: il ruolo sociale dell’arte e dell’artista non è minimamente preso in considerazione, nel paese di Carmelo Bene e dei Sinistri. A tale punto che possiamo dire ai politici del Bel Paese che sono dei spacciatori di droga, perché tra la disoccupazione, l’eroina e il suicidio, non vogliono pensare ad altre alternative. Farsi un giro nei luoghi dell’arte europeo è edificante: non esiste una sola struttura di quel tipo in Italia, peraltro uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma in fondo è molto semplice: i politici vogliono degli italiani male informati ed ignoranti.

Come ti sembra la scena indipendente italiana rispetto quelle del resto dell’Europa?
Vivida e disperata. Eccezionale ma senza futuro, per le ragioni politiche appena dette.

Ho letto tue dichiarazioni riguardo la realtà della musica dal vivo in Francia: limitate possibilità di esibirsi dal vivo, e molti altri aspetti stagnanti…
Erano dichiarazioni di anni fa, quando l’onda della musica francese era quasi soltanto fatta di gruppi detti “rock-festif” (il riferimento italiano a tali gruppi potrebbero essere i Modena City Ramblers, Giuliano Palma & BB, NdR), nello stesso periodo dell’ “edonismo reagganiano” in Italia. Tutto il resto, nella musica elettrificata, non contava, o quasi. Poi le chiese musicali sono state abbattute.

…a questo proposito mi vengono in mente i Litfiba che invece, negli anni ’80, vedevano la Francia come la Mecca della scena indie: al punto di pensare di trasferirsi a vivere Oltr’Alpe.
…e i francesi sono stati salvi da quell’orrore fiorentino. E’ vero però che all’epoca, Jack Lang (ministro della cultura) cominciò anche ad organizzare e strutturare gli aiuti destinati alle musiche amplificate. Il suo pensiero sembrava semplice: la cultura aiuta a vivere, aiutiamo dunque la cultura. C’è molto da ridire sul suo operato (ed è sano avere sempre da ridire), ma Lang fa comunque parte di una tradizione di politici con una volontà culturale, iniziata forse da Malraux.

E cosa ti piace dell’Italia da spingerti a sceglierla come una delle tue tappa di soggiorno preferite?
Il motivo era la resistenza organizzata dai Centri Sociali. Era una delle rare boccate d’aria fresca, nella nuova Europa Unita dalle Banche. E anche la resistenza, l’idealismo applicato di certe persone amate.

Ed ora, qualche idea sui prossimi vostri spostamenti (musicali, geografici, etc.), oppure la tabella di marcia è su base rigorosamente quotidiana ?
No, la tabella non è su base rigorosamente quotidiana, tutto il contrario. Siamo indipendenti ed di sinistra extra-parlamentare, due cose che suppongono un’organizzazione ferrea, e a lungo termine. Siamo costretti a definire e pianificare le tournée almeno 8 mesi in anticipo. Ora siamo finendo il booking del nostro prossimo tour europeo: più di 120 date in buone condizioni (logistica + cachet) dalla Spagna alla Svezia, fino al luglio prossimo. Abbiamo appena firmato con una delle più grosse agenzie francese, la Soyouz. Suoniamo da 7 anni nei locali europei più importanti e nei più grossi festival europei come Dour (Belgio, 350.000 persone) e la fortuna non c’entra niente, ma l’organizzazione e l’alzare il culo. L’Italia è solo una piccola base e di per sé non può essere e non sarà mai un mercato unico. La resistenza non si può improvvisare. In Italia, proporrei di fare, tutti e ora, la sua prima rivoluzione.

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