Damien* - Mail, 18-04-2008 Intervista

18/04/2008 di

(I Damien - Foto da internet)

Saranno pure un gruppo punk, di certo non si limitano a fare canzoni da tre accordi e con testi ridotti ai minimi termini. Approfondiscono ogni aspetto della loro musica. Ironia, rabbia, cuore. Marco Verdi li ha intervistati in occasione dell'uscita dell'ultimo "Mart/Art".



Spero di prendervi in contropiede. Su internet avete inserito tutti i testi di “Mart/Art”: più che un accorato appello alla lettura, mi sembra una dichiarazione d’intenti. Difficile chiedere all’ascoltatore medio di soffermarsi sui testi di un disco rapido, tirato, frettoloso, ma evidentemente avete curato con grande attenzione questo aspetto: di cosa parlano le canzoni?
Enrico: Cerchiamo di sviscerare argomenti seri, utilizzando l'arma a doppio taglio dell'ironia e del punto di vista più controverso; quasi come se la voce narrante non credesse alle proprie parole, o le stesse pronunciando con un ghigno. Da fanatico del postmoderno mi è rimasto il desiderio di giocare con le parole: il significato non a tutti i costi deve essere costretto alla prigionia del significante.

E’ quasi spiazzante rendersi conto che anziché cantare di feste colorate, ragazze solecuoreamore e amenità di vario genere, affrontate tematiche difficili… Corpi e spazi vuoti in decadenza (“Hollow Bodies, Sir”), monotonia e dolore (“Bunburying”), omologazione (“Sleepy Mob”); i toni scuri dei testi sembrano cozzare contro il movimento e la velocità delle canzoni. Siete in grado di spiegare il connubio?
E: Già Pirandello costruiva le sue opere teatrali su questi “strappi nel cielo di carta”. Il senso di stridore spesso non viene colto da un’audience poco anglofona come quella italiana. Mi fa piacere che porti alla luce questo lato, è una cosa a cui tengo molto, da autore dei testi.

Damiano: Dal vivo il nostro lato spensierato e giocoso è innervato da una tensione latente, strisciante, positiva ma che dà all’esecuzione quella rabbia istintiva che non ti aspetteresti. Penso che i testi di Enrico siano rielaborati in maniera personale, toccano temi importanti, a volte scomodi. Oggi il 90% dei ragazzi non legge neanche un libro all’anno: questo ci fa soffrire e ci scuote, quasi come un imperativo morale.

Perché allora non osare la carta dell’italiano, magari solo parzialmente? Non “rischiereste” di arrivare prima agli orecchi meno attenti ed essere molto più comunicativi?
E: E' vero! In passato abbiamo provato a fare canzoni anche in italiano, e probabilmente ci ricapiterà di mescolare le due lingue. Però “Mart/Art” è nato in inglese, e una volta che un pezzo nasce non riesco a tradurlo o ad adattarlo pedissequamente in un'altra lingua: mi sembra di rubargli l'anima, calpestandone l'intimità fino a renderlo posticcio. Anche se i miei ascolti abituali sono esterofili, adoro il modo di scrivere in italiano di gruppi come Altro, Cosmetic, o Il Teatro degli Orrori!

“Occasionally Tomboy” è un pezzo d’amore, ma un amore finito, dove tutto parte già per il verso sbagliato…
E: Parla di quell'amore strappacapelli, che ai più oggi sembra così remoto. Quell'amore assassino e nobile che non si può cambiare come si fa con un taglio di capelli o una giacca. Nel pezzo c’è un gioco di detto e non detto, che pur lasciando intendere certe sensazioni cerca di far rimanere velato il nocciolo, la parte più vulnerabile di quei sentimenti.

Che cosa sono i “guanti magici” che state aspettando in “80’s Toons”?
E: Sono i guanti inattesi, assurdi, irreali, che possono trarci d'impaccio dalla noia apatica della vita di provincia, croce e delizia della nostra attività umana e artistica. Il tema si lega con la frase che apre la canzone successiva, “Street Fighter 2 Turbo”, una sfida fine a sé stessa come quella di un videogame, dove l'attesa per l'insolito e l'inaspettato può diventare durissima e allucinatoria.

You say: Punk not diet”; dove si trova nei Damien* il lato punk e dove invece un approccio attento, sperimentatore se non proprio sperimentale? C’è un equilibrio tra le due facce?
E: Direi che le due realtà sono per noi la stessa cosa; il lato punk consiste nello sperimentare soluzioni non scontate ma al contempo accessibili, senza cadere nel cerebrale o nello snobismo spinto: è una sfida costante con noi stessi e con il nostro modo di intendere la (buona) musica. Oltre ad essere un omaggio dovuto ai Giardini di Mirò, importantissimi nella mia vita come musicisti e persone.

Spero di punzecchiarvi: secondo voi l’indie-rock italiano riuscirà mai ad affrancarsi dall’influenza anglosassone ed extraeuropea? Viviamo e vivremo sempre di riflesso e un po’ in affanno?
E: Azzardo, spero che in futuro le scene musicali indipendenti europee e mondiali si compenetrino senza più egemonie palesi, in uno scambio reciproco di flussi e trends. Ci sono già utenti di Last.Fm che confermano la loro presenza ai concerti all’estero di My Awesome Mixtape o Canadians: questo non può che far bene alla minuscola scena italiana, alla faccia delle invidie da forum.

D: Sante parole! Facciamo di tutto per unire e mischiare a livello europeo, e poi si lanciano pietre se qualcuno riesce ad andare a suonare oltre Brennero. Il fatto è che l’Italia, culturalmente parlando, è indietro rispetto al pensiero e alle soluzioni già adottate da altri Paesi. Abbiamo tanti lati positivi, ma la strada verso la compenetrazione (che ci auguriamo avvenga) è ancora tortuosa.

Che peso date alle critiche di derivatività e rincorsa a un sound modaiolo riferite al vostro disco?
E: Mi pare che tu sia andato ben in profondità al nostro disco. Ti pare rincorrere seriamente qualche sound modaiolo? Derivatività, per carità, ci può stare: non ci siamo mai posti l'obiettivo di risultare originali a prescindere.

D: Esempio spicciolo ma chiarificatore: prendi le linee di batteria del primo disco dei Franz Ferdinand (per me esempio perfetto di sound modaiolo standardizzato) e quelle di “Mart/Art”. Ti sembrano proprio la stessa cosa?!

La vostra storia è legata a doppio filo con il palco e i concerti dal vivo. Avete qualche aneddoto buffo da raccontare, tra le miriadi di date fatte? Qualcosa di assurdo sarà pur successo…
E: Anni fa feci una verticale a fianco del mio amplificatore lasciando cadere la chitarra, per poi ruzzolare al suolo in pochi secondi. In un’altra occasione Damiano si è letteralmente sfondato una gamba suonando la batteria, davanti a trenta persone. Della serie: diamo il sangue (proprio) in ogni caso. Questo è vero, puro “punk”, non pose da rivista!

D: E come dimenticarsi di Enrico che a Roma, davanti a dieci persone, alla fine del concerto lanciò in aria la chitarra (distruggendola), andò in bagno, e dopo tanta pipì riuscì a constatare il danno che si era procurato da solo! Diamo il sangue (proprio) in ogni caso. Ma con il sangue le ragazze scapperebbero… se ci fossero!

Complicità, energia sono caratteristiche che si ritrovano anche su disco. Avete messo a soqquadro il Fiscerprais per trasferire l’andrenalina giusta su supporto fonografico o vi siete comportati “più a modo”?
D: Siamo andati con allegria, concentrazione, un po’ di cazzonaggine… Ma soprattutto voglia d’imparare. Registrare da soli come abbiamo fatto per anni aiuta a dare “sapore”, ma a volte si rischia di perdere la bussola! Rico è stato abile nel lavoro tecnico, restituendo in studio la spontaneità dell’esecuzione, ma soprattutto si è inserito quasi “dentro” di noi. Siamo un trio molto fiero del suo numero, ma adesso appena possiamo cerchiamo di portarcelo in tour!

E: Abbiamo evitato sovraincisioni e arrangiamenti per trasferire su disco l'idea che avevamo dei pezzi: nudi, nati in saletta e suonati dal vivo con foga e passione.

Lo studio di registrazione vi ha dato un modus operandi diverso nell’approccio alla composizione?
E: Ci siamo avvicinati allo studio con esaltazione e timore allo stesso tempo. Queste canzoni sono sbozzate a suon di batterie pestate e amplificatori belli saturi. Non sempre è stato così e non è detto che lo sia in futuro.

D: Sicuramente cercheremo di utilizzare molto di più la comodità che il computer offre in fase di mera composizione, ad esempio la possibilità di fissare immediatamente i pezzi mentre nascono.

Dopo tante autoproduzioni, come avete lottato per trovare un’etichetta che credesse in voi?
E: Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Monica Melissano di Suiteside al momento giusto e con i pezzi giusti. Dopo tante mezze verità abbiamo trovato finalmente una persona che crede in quello che fa.

D: Lei si stava guardando attorno, noi per puro caso le mandammo una mail per ascoltare i pezzi di “Flame thrower, April shower”, e da lì in poi è andato tutto per il meglio, quasi da non crederci.

C’è qualcosa che cambiereste del vostro percorso artistico, o nei vostri vecchi dischi?
E: Direi di no. Certo non credo che ora rifaremmo mai le cose di cinque anni fa, ma le trovo tappe naturali e necessarie.

D: Sbagliare, o fare scelte che a posteriori si rivelano improprie, è un’esperienza necessaria alla crescita. Desiderare di cambiare il passato vorrebbe dire voler cancellare l’errore, e insieme la propria maturazione. Siamo fieri del nostro percorso, e di quello che abbiamo fatto.

Se domani vi venisse proposto un tour… negli Stati Uniti ad esempio, che fareste?
E: Non so se saremmo maturi per un tour internazionale. Di sicuro partiremmo con quintali di buoni propositi e sana voglia di dimostrare. Mi auguro anzi possa accadere al più presto!

D: Per verificare se siamo da esportazione bisognerebbe prima suonare all’estero, e poi tirare le somme! Ovvio che ci andremo (in Europa, prossimamente), anche perché che senso ha cantare in inglese e rimanere a suonare in Italia, dove ti comprende a fondo solo lo 0,01% di chi ti ascolta?!

Tube or solid state”, valvolari o a transistors: come vi sentite e cosa scegliete?
E: Io dico valvolare, anche se adoro l'approccio elettronico. L'imperfezione sempre! Con la mia ragazza dicevo che l'analogico rappresenta il lato romantico e imperfetto delle cose, mentre il solid-state è più ragionato e stabile. Ma mi trovo molto bene pure con musica elettronica e computer. Del resto anche negli ascolti siamo variopinti: personalmente, dopo la sbandata iniziale per il Seattle sound '90, adoro Of Montreal, Nathahan Fake, Radiohead, Why?, Grandaddy, The Notwist.

D: Valvolare a vita, ma se è un Roland anni ’80 voto transistor (e l’elettronica fatta con le palle e con il gusto)! Diciamo che il valvolare è la “scaldata” per eccellenza, ha quel calore inconfondibile che ti violenta le orecchie senza nausearle (Dinosaur Jr, presente?). Ma poi amo l’electro da dancefloor, quella acida e cattiva (soprattutto francese, da Daft Punk a Digitalism), ma non disdegno l’indietronica lo-fi fatta di belle idee e arrangiamenti azzeccati. Attualmente ascolto Wire, Radiohead, CSS, Blonde Redhead, Klaxons, Arcade Fire, CCCP.

La copertina di “Mart/Art” è opera di Alessandro Baronciani. Bianco/nero, i vostri volti come un’icona pop. Vi sentite rappresentati da quel disegno?
D: Nell’essenzialità della copertina e dei colori ci sono le nostre caratteristiche: semplicità, schiettezza, gioia, tristezza, divertimento, irrequietezza, malinconia, amore, scatti di rabbia, baci, il pop, il punk, le luci, le ombre… Siamo Enrico, Ernesto e Damiano, cioè il mondo Damien*. Molto rappresentativa.

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