Musetta - Mail, 19-03-2008 Intervista

27/03/2008 di

(I Musetta dal vivo - Foto da internet)

Dialogo a due con una delle band più promettenti del panorama musicale italiano - e presto ci auguriamo anche internazionale - che svela, almeno in parte, alcuni dei retroscena che animano il progetto Musetta, coppia composta da Matteo Curcio e Marinella Mastrosimone, entrambi protagonisti di questa intervista.



Sunscape, Transonia, Giobia e infine Musetta: puro caso o la trafila ha un senso logico?
Matteo: Il filo comune é la psichedelia, cresciuta in “set and settings” diversi. Il duo però abbatte i limiti imposti degli strumenti rock tradizionali: l’importante é non isolarsi troppo - e lavorare di networking - altrimenti ci si logora. Negli altri progetti abbiamo tentato di unire rock ed elettronica, ma quest’ultima ha una sua storia ed estetica che va coltivata e rispettata… e che prescinde dal rock.

Marinella: É stato un percorso naturale con qualche digressione nella musica etnica. Belle esperienze, perché essere in molti in un gruppo amplifica le possibili contaminazioni, ma riduce la possibilità di sintesi.

Matteo e Marinella insieme: bastano solo due teste per dare vita ad una band? Anche solo quando siete di due pareri diversi, come trovate la sintesi?
Matteo: Suoniamo insieme da così tanto tempo che i confini sono ormai sfumati, e le nostre discussioni hanno assunto la forma di un oscuro rituale creativo. Abbiamo due personalità opposte e complementari, istintiva da una parte, logica dall’altra - l’electronica gioca molto su questo contrasto uomo/macchina - che ci portano a lavorare sempre con una forte tensione, a tratti forse eccessiva. Non abbiamo un metodo di scrittura consolidato, ma probabilmente é meglio così.

Marinella: Quando non sono d’accordo Matteo mi picchia.

Quand’è che avete capito che stavate facendo “la cosa giusta”?
Matteo: É la prima volta che facciamo musica che sentiamo finalmente nostra - e che ci piace riascoltare. Essere in due ha l’enorme vantaggio di poter scrivere cose più dirette, meno mediate. With a little help from our friends, of course.

Marinella: Non sono mai soddisfatta appieno. Non so se quello che facciamo è giusto, abbiamo ancora un buon margine di crescita. Certo è che il “sound Musetta” è quello che ci piace fare.

Uscite su Irma records, etichetta che vanta un catalogo e una storia che con la vostra musica ha molte affinità. Era nelle vostre intenzioni approdare a loro oppure vi hanno cercato?
Matteo: Con il nostro primo demo abbiamo ricevuto diverse proposte, ma quella di Irma era la più interessante: una label consolidata, con un ottima reputazione all’estero e con un approccio e un mood molto easy. L’unico rischio era quello di essere etichettati a priori come lounge/cocktail - il nostro approccio é più dark se vuoi - sebbene rimanga il fascino per la ricchezza strumentale di certa exotica americana o la fantasia negli arrangiamenti e nelle melodie delle colonne sonore italiane anni ‘60.

Eppure ho come l’impressione che prima e meglio di molti altri avete capito che oggi la figura del musicista, grazie anche all’apporto della rete, dev’essere anche forte sul fronte promozionale. A voi viene spontaneo muovervi in quest’ambito?
Matteo: La promozione é parte integrante del nostro processo creativo - e non potrebbe essere altrimenti perché siamo due control-freak. Non abbiamo mai avuto un budget promozionale, ma oggi crediamo bastino le idee per arrivare a un pubblico non “di massa”. Abbiamo abbandonato da tempo l’approccio molto naive e un po’ superficiale della musica che “si fa scoprire da sola”. La band sta quindi diventando brand.

Marinella: La comunicazione nella musica è sempre stato un elemento indispensabile: il potere delle major esiste anche in funzione del capitale che possono destinare alla promozione dell’artista. Noi siamo in qualche modo dei pionieri, facciamo da soli, e questo provoca spesso una forma di diffidenza… Comunque, se ad una buona promozione non corrisponde un buon prodotto, la pubblicità non funziona!

Tutti gli ospiti presenti sul disco, a cominciare da Rob Ellis, sono amici, turnisti, vicini di casa oppure…?
Matteo: La ricerca é iniziata con i remix di “Ophelia’s song” - a oggi un centinaio - che ci ha permesso di scoprire altri musicisti con cui abbiamo lavorato al disco, o con cui lavoreremo in futuro. Tecnicamente ci si scambia le tracce via ftp - é come una partita a scacchi, dove ognuno aspetta la mossa dell’altro. A Rob Ellis abbiamo spedito del materiale ed é nata una collaborazione in remoto, ma ormai il disco era quasi finito e, non avendo un budget di produzione, il suo contributo si limita a un paio di canzoni. Ma il feeling é stato immediato e molto eccitante.

Marinella: É stato un piacere e una sorpresa trovare tanto interesse da parte di musicisti da ogni parte del mondo; il nord-Europa, ad esempio, ci è sembrato estremamente ricettivo e stimolante. La rivoluzione della rete è paragonabile alla rivoluzione industriale dei primi del ‘900, quando gli artisti hanno iniziato a confrontarsi per la prima volta grazie al più grande mezzo di comunicazione veloce: il treno. Ma con internet credo siamo solo all’inizio…

Il disco suona fortissimamente internazionale, eppure le note di copertina parlano solo di Milano, Italia. Scontato supporre che aspiravate a ciò, ma è chiaro che qui vi si chiede di svelare il segreto della ricetta ai più
Matteo: Abbiamo lavorato molto sui testi, scritti a sei mani con un poeta anglo-canadese, Gareth Gorst, e cercato di curare molto i dettagli, lavorando per sottrazione.

Ascoltando l’interpretazione vocale di Marinella, l’altra domanda scontata riguarda le muse che la ispirano… e se il suo è solo talento oppure anche tanto impegno a studiare come cantante
Marinella: Adoro le grandi voci del passato - a partire da Billie Holiday che è stata un riferimento importantissimo: mi piace il suo trascinare la voce e stare sempre un po’ indietro rispetto alla batteria; ho ascoltato molto Joni Mitchell, Janis Joplin… ma ho anche riferimenti italiani come Luigi Tenco - che non era “perfetto” ma resta un grande interprete - o anche voci importanti come David Bowie che non smettono mai di stupirmi… Lo studio è importante per la cura del suono e per imparare a non farsi male… ma la cosa più importante è la capacità di lasciar trasparire i sentimenti. E la malinconia è uno dei sentimenti più semplici da evocare, almeno per me.

Per chi si accosterà a voi per la prima volta, avete qualche consiglio particolare sul come e quando invitarlo ad ascoltare “Mice to meet you”?
Marinella: Con l’inizio della primavera… quando i rovi di rose iniziano a fiorire.

Matteo: Facendo l’amore. Ma anche il limone è ok.

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