Giuliano Dottori - Mail, 19-09-2007 Intervista

10/10/2007 di

(Giuliano Dottori - Foto di Davide Bez)

Non sarà trendy e non avrà la giusta dose di hype il buon Giuliano Dottori, ma poco importa. Quando le canzoni funzionano e rispondono ai canoni di una (apparente) semplicità, non c’è nulla da dire. “Lucida” (Ilrenonsidiverte), opera prima del cantautore milanese, è il classico disco di chi ha scelto di non fare troppo rumore, di dispensare attimi di delicatezza senza per questo scendere (quasi mai) nel melenso. E poi, oltre a Nick Drake e Paolo Benvegnù, c’è tutt’altro back-ground…



Dando un'occhiata alle recensioni relative a “Lucida”, mi sembra che il tuo primo disco abbia incontrato i favori della critica. Non ti suona strano, considerando che specie su web, se non sei sufficientemente trendy vali poco più di niente?
Bisognerebbe chiedersi chi o cosa rende trendy un artista… Dal mio punto di vista, “essere trendy” o “avere hype” sono concetti privi di interesse. Io ho cercato semplicemente di fare un grande disco, mettendoci dentro tutto quello che ho imparato in questi anni. È stato un lavoro di due anni e mezzo, a volte quasi maniacale nella ricerca della qualità, nel suono, negli arrangiamenti, nella scrittura. Credo che questo mi abbia messo al riparo da un certo tipo di critica: nel senso che il mio disco può anche non piacere – ovvio – però gli viene riconosciuto il grande dispendio di energie che mi è costato nel realizzarlo.

Le tue canzoni si sono evolute rispetto alle versioni demo. Qual è stato il processo che li ha portati alla versione finale?
Come ti dicevo, il processo è stato molto lungo. Il lavoro di scrittura era definito quasi interamente da subito. Da questo punto di vista mi sento un cantautore molto classico… Cioè, fino a quando il pezzo non è finito in ogni sua parte, difficilmente ne faccio dei provini. Dal demo, dunque, c’è stato un lungo processo, più che altro di stratificazione dei vari ingredienti sonori: le ritmiche, le chitarre elettriche, le tastiere, gli archi, i fiati e, da ultimo, le voci. Avendo la possibilità di lavorare da solo, quindi senza limiti di tempo imposti da una produzione, mi sono perso dietro ai dettagli. Ma sono felice di averlo fatto.

Il minimo comun denominatore delle tue canzoni è la delicatezza. Addirittura “Alibi”, in origine, era un pezzo rock: come mai hai cambiato idea? In nome dell'omogeneità del disco o ci sono altre ragioni?
La cosa è stata casuale, come spesso capita. Avevo tirato fuori questo arpeggio di chitarra acustica, molto semplice e molto dolce e, non so perché, mi è venuto in mente il testo di “Alibi”, che avevo fatto nel demo del 2003 in modo totalmente diverso (tra l’altro ci suonarono, oltre a Pasquale De Fina, che all’epoca mi aiutò davvero molto, Giorgio Prette alla batteria e Andrea Viti al basso, cosa che per me era quasi un sogno… Questo per farti capire che tipo di impatto poteva avere il pezzo). Il ritornello di quella versione, però, non ne voleva sapere di girare, così era rimasta nel cassetto. Insomma, ho fatto quest’associazione mentale e in un attimo mi sono reso conto che il testo andava a nozze con la nuova musica e così è stato.

Disagio, amori perduti, dolore: nelle liriche sei un po’ monotematico, come mai hai scelto di non ampliare le tematiche dei tuoi testi?
Mah, non saprei proprio. Non faccio delle gran riflessioni sui miei testi, cerco di prendere quello mi arriva. Voglio dire, non sono uno che a mente fredda pensa ad argomenti o storie da inserire nelle canzoni. Sicuramente è una critica che terrò presente per il prossimo disco.

Nel comunicato stampa della tua etichetta, spieghi di avere almeno quattro punti di riferimento: Beck, Nick Drake, Paolo Benvegnù ed Elliott Smith. In che modo ti hanno aiutato?
I quattro dischi che sono solito citare (“Sea change”, “Five leaves left”, “Piccoli fragilissimi film” e “Figure 8”) sono stati fondamentali per il mio “Lucida”, soprattutto a livello di atmosfere, di arrangiamento e di produzione artistica. In particolare i lavori di Robert Kirby per Nick Drake e di David Campbell per Beck sono stati alla base delle mie partiture orchestrali. In generale sono dischi che ho amato molto in questi ultimi anni, anche se non avranno mai la stessa importanza di quelli degli artisti con cui sono cresciuto… Penso ai Led Zeppelin, a Neil Young, a Bob Dylan, agli Stones, ai Counting Crows, a Jimi Hendrix.

Il tuo rapporto con Milano è migliorato nel frattempo?
A Milano si vive per lavorare. Anch’io quando non ho scadenze o l’agenda piena di appuntamenti mi sento vuoto e ci metto un attimo a entrare in uno stato di microdepressione, che passa non appena mi rimetto in moto. Questa cosa però è molto triste.

Non ami la tua città, eppure molti musicisti della tua età ambiscono a stabilirsi dove vivi tu…
Senza dubbio, Milano offre molto ai musicisti: concerti di ogni genere, scuole, studi di registrazione per tutte le tasche, sale prova, produttori, agenzie. Ma questo non semplifica le cose, al limite ti può arricchire come persona e come artista ma non rende Milano un luogo di opportunità. Forse lo è per una modella.

È cambiato qualcosa nella tua vita dopo la pubblicazione di “Lucida”?
In termini economici no, ovviamente. Ho la fortuna di essere un musicista professionista già da qualche anno, ma sono altre le attività che mi permettono di vivere. In termini artistici invece è stata una soddisfazione immensa, perché un discorso è lavorare conto terzi, un altro mettere la propria faccia e le proprie canzoni. Questo un po’ mi ha cambiato, mi ha reso più sicuro e più consapevole.

La leggerezza rimarrà il tuo credo anche nel prossimo futuro?
Non penso che il mio sia un disco leggero, anzi. È un disco di apparente semplicità, ma mi piace pensare che anche nei testi siano possibili altre letture. Io l’ho sempre considerato un disco denso, musicalmente molto stratificato, non facile. Diciamo semmai che il mio credo è realizzare delle cose belle… Mi piace molto il lato artigianale della musica, il saper comporre, il saper scrivere per i vari strumenti. Questa è un’epoca in cui è sufficiente mettere su Myspace un campione di Fruity Loops o registrare una chitarra scordata per “essere un artista”: combatto questa sorta di patetica e donchisciottesca battaglia in difesa delle nostre orecchie. In virtù dell’amore che nutro per l’oggetto disco e in difesa dell’idea che bisogna avere sommo rispetto per il pubblico, qualunque esso sia. Direi che è l’unica cosa che mi ha realmente spinto a unirmi ai milioni di artisti che si affacciano su questo non-mercato discografico. Ti dirò, anzi, che a un certo punto non volevo proprio farlo questo disco… Poi è successo che mi sono innamorato perdutamente di “When she believes” di Ben Harper e ho proprio pensato una cosa tipo: “Cazzo, ma allora si può ancora fare della buona musica”. Che poi ci sia riuscito non spetta a me dirlo.

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