Hogwash - mail, 20-01-2004 Intervista

27/01/2004 di Paolo Perini

Gli Hogwash, dopo aver pubblicato quel piccolo gioiellino di malinconia post-rock indolente chiamato “atombombproofheart”, sono pronti per partire verso un tour di supporto ai più famosi Verdena. Enrico ed Edoardo – rispettivamente voce e chitarra - ci parlano di questo e di tanto altro, in una interessante conversazione via mail. Buona lettura!



Ciao Enrico, parlaci degli Hogwash: come vi siete incontrati, quando avete iniziato a suonare insieme…
Enrico: La band si è formata nel 1994. Ci conoscevamo già da un bel po' di tempo e suonavamo in bands differenti. Io e Roberto (batterista) condividevamo un piccolo progetto casalingo sullo stile di Godflesh e Young Gods, e sempre Roberto si cimentava alla chitarra in una band con Max (ex bassista). Poi per un certo periodo ci siamo frequentati di più ed è stato naturale scoprire le nostre affinità elettive, da qui la voglia di fare qualcosa insieme e di formare una band.

Solitamente in un gruppo che si forma “ex novo” esistono tra i vari componenti delle preferenze musicali diverse. Per voi è stato così? Come siete riusciti a mixare queste preferenze all’interno delle vostre prime prove in studio?
Enrico: Sono passati dieci anni da quando ci siamo formati, e chi si ricorda più!?

Scherzi a parte, nella prima formazione le preferenze erano abbastanza omogenee ed è stato facile ingranare subito trovando un sound che soddisfacesse la nostra voglia di creare rumore organizzato. Crescendo si è manifestata una maggiore apertura mentale e la predisposizione a sperimentare sonorità per noi inedite. Quindi sono cambiati anche gli ascolti, senza contare che c'è nell'arco degli ultimi 3 anni ci sono stati cambiamenti importanti all'interno della band che hanno portato un nuovo bassista e l'aggiunta di un chitarrista. Ora più che mai le preferenze si ampliano e si spazia tranquillamente da Red House Painters a Xtc passando attraverso Grateful Dead e Jamiroquai.

Quali sono le vostre preferenze musicali, dagli anni sessanta fino ad oggi?
Enrico: Oh mamma... e qui ci vorrebbe un papiro per elencarle tutte. I nostri percorsi sono abbastanza diversi: c'è chi ha cominciato col punk, il trash metal anni 80, chi con il grunge... Esistono comunque nomi che ci accomunano, passando attraverso le ere posso provare a dire: Beatles, Nick drake, Motorpsycho, Yes, Radiohead, Mazzy Starr...

Si dice che un bravo musicista ami la musica a 360°: la Classica e l’Operistica che posto prendono nei vostri ascolti?
Enrico: devo avere una qualche edizione da edicola delle quattro stagioni di Vivaldi, sìsì è proprio quel cd impolverato sotto la pila di riviste...

Edoardo: Ho fatto un esame di storia della musica su Verdi, e devo dire che l’interesse provato è stato fortissimo, e questo vale anche per la musica classica. Però nella mia vita di tutti i giorni sono un fanatico di musica rock, ne compro e ne ascolto tantissima, e non ho tempo per coltivare altri ascolti. Lo giustifico con il mio bisogno di contemporaneità, e con il bisogno di sentire musica che parli di me, con me.

Quale è stato il vostro primo “pezzo” in assoluto e quali emozioni vi dava nel suonarlo insieme?
Enrico: Mmmmhh...boh...senz'altro qualche pezzo scartato che non ha mai visto la luce. C'era davvero la voglia di buttar fuori tutto quello che non avevamo mai avuto modo di esprimere in altre bands, una sorta di rumoroso sfogo delle nostre attitudini musicali. L'emozione principale era di entusiasmo e tanta voglia di migliorarsi.

Allora, parliamo della vostra ultima fatica: raccontateci un po’ come è nata l’idea di questo disco, che sembra avere toni decisamente più morbidi ed introspettivi rispetto alle vostre produzioni precedenti.
Edoardo: Non c’è stata nessuna idea. Circa tre anni fa, fatti legati alla nostra vita privata, ci hanno portato ad un umore decisamente umbratile ed a quel punto quando prendevamo in mano gli strumenti, le idee che ci venivano erano legate al bisogno di esprimere questo nuovo stato d’animo appunto più introspettivo. Non c’era più rabbia, non c’era più voglia di perdersi, prevaleva il bisogno di mettere a fuoco le cose, di essere sintetici, chiari, di guardare il mondo da un altro punto di vista per trovare nuovi approcci al nostro modo di vivere. La musica rispecchia tutto questo.

Sia nella produzione di un lavoro musicale sia nell’ascolto del pubblico, quale è la differenza tra un prodotto analogico e uno digitale?
Enrico: Sono due standards che portano a scelte diverse, l'analogico impone molte scelte "obbligate" e l'impossibilità di editing delle canzoni lo rende diverso dal digitale in cui le possibilità di manipolazione sono infinite. Non mi sentirei di fare dei distinguo, ovviamente ho delle preferenze ma più per una forma di feticismo che per altro. Tant'è che siamo dotati del nostro micro studio di registrazione che guarda caso è interamente analogico. Trovo che l'analogico sia perfetto per rendere al meglio le nostre atmosfere che - oramai scevre di orpelli - si affidano alla semplicità ed al calore di un nastro magnetico che fluttua e distorce.

Sembra che abbiate preso spesso ispirazione da vecchi lavori e sounds non proprio recenti… Alcuni riff e presenze sonore sembrano richiamare vecchi lavori di Page, Sex Pistols e Gilmour: in che modo siete riusciti a sviluppare un vostro linguaggio?
Enrico: Immagino tu ti riferisca ai nostri primi lavori dove le componenti hard rock e psichedeliche erano presenti massicciamente... Non credo esista un modo: ci siamo sempre affidati al buon gusto lasciando vibrare le corde che suonavano meglio, così oltre al linguaggio abbiamo sviluppato la consapevolezza di quello che possiamo fare. Ora, con la nuova formazione, c'è una rinnovata voglia di sperimentare e ho la sensazione che siamo davvero molto distanti dai nomi che citi.

Quale pezzo di questo “atombombproofheart” è stato il più sofferto, nella creazione?
Edoardo: Ogni pezzo è molto, non sofferto, ma diciamo lento nella sua evoluzione. Enrico è pazzesco, non è mai soddisfatto, monta e smonta i pezzi decine e decine di volte. Proprio “Better” So che è stato uno dei primi pezzi composti è stato il più laborioso anche perché la sua evoluzione è coincisa con la creazione del nostro nuovo stile.

In Italia, esiste un grande “sottobosco musicale”: molti gruppi fanno la scelta di scrivere i loro testi in Italiano. Voi cosa ne pensate?
Edoardo:Mi piacciano i gruppi che cantano in italiano e non è detto che anche noi prima o poi non ci si trovi a farlo, ma dipenderà esclusivamente dal fatto che la musica che stiamo suonando o i pensieri che ci frullano nella testa lo richiedano.

Enrico: Non è una pregiudiziale per i miei ascolti, adoro tantissime bands che cantano in italiano. Se funziona perchè no?

Chi di voi nel gruppo è il leader, chi di voi cura i testi, le musiche e le P.R.?
Edoardo: Si può dire che Enrico sia il leader, non perché è il cantante e principale compositore, ma perché nella sua testa vive l’anima della nostra musica. I testi sono invece prevalentemente del batterista Roberto, mentre le pubbliche relazioni cerchiamo di dividercele per evitare un peso eccessivo, che peraltro tende comunque ad accumularsi verso Enrico.

Enrico: Bravo Edoardo, ora lucidami la chitarra.

Rockit: Quali sono i vostri progetti per il futuro?
Edoardo: Nei progetti a breve termine ci stiamo preparando il meglio possibile ad una attività live che speriamo sia piena di soddisfazioni e sorprese positive. Presto annunceremo le date del tour che si svolgerà tra febbraio e aprile che ci vedrà spesso di supporto ai Verdena.

Enrico: Nel frattempo componiamo nuovo materiale e siamo già a buon punto. Contiamo di accumulare un bel po' di canzoni prima di scegliere quali andranno a costituire il prossimo disco.

Un’ultima domanda: cosa ne pensate dell’attuale discografia italiana e mondiale?
Edoardo: La musica , come ogni altra forma artistica, sta subendo le conseguenze dell’ignoranza che pervade i loschi figuri che ci governano, da quella grandissima testa di cazzo di Bush, al nostro fulgido esempio di coglioneria italica, Berlusconi. Loro e tutti i gruppi economici che li sostengono vogliono la nostra pelle, pregiudicano la nostra capacità di libero arbitrio e ci vogliono incapaci di senso del gusto, di ricerca di libertà che ancora deve essere lo spirito guida nella musica e in ogni gesto creativo. Le multinazionali del disco sono uno dei tentacoli di questa piovra gigante, e vogliono decidere per noi cosa ci piace e cosa non ci deve piacere. Così facendo si stanno suicidando, perché oramai prevale a tutti i livelli un senso di nausea e non si vendono più dischi. Riprendiamoci la musica, riprendiamoci la capacità di esprimerci liberamente, riprendiamoci la capacità di contagiare dal basso (per esempio con webzines come questa) e riinstillare il piacere di ascoltare musica che dia piacere e soddisfazione.

Enrico: A me l'insalata di piovra piace un sacco.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati