Marlene Kuntz - Mail, 20-09-2007 Intervista

24/09/2007 di

(foto di Riccardo Del Conte)

SIPARIO UNO



Per me "Uno" rappresenta il compimento della vostra forma-canzone, il vertice della parabola melodica, la furia sonora domata senza aver perso l'attitudine rock. Vi trovo sviluppati tutti gli input e i tentativi precedenti. A tuo avviso il risultato corrisponde all'idea che hai di "canzone marlenica"? La configurazione insomma è la migliore possibile?
Non c'è mai fine alla crescita: la quale dipende dalla voglia di applicazione, dagli stimoli, dalla lucidità intellettuale, dal desiderio di volersi superare sempre. Allo stato attuale vedi giusto: "Uno" è il risultato più vicino all'idea che posso avere di "canzone marlenica", e oggi come oggi ne sono splendidamente soddisfatto. Perché so che tutti noi abbiamo dato il nostro massimo, prendendoci ben più di un anno di tempo per portarlo a termine, in un'epoca dove i dischi (che si vendono sempre meno) conviene farli nel minor tempo possibile.

La forma-canzone dei Marlene è rotonda, non punge di spigoli e attenua gli attacchi morbidamente?
Adoro le morbidezze. D'altronde gli spigoli di certa musica underground oggigiorno mi tediano. Sono cliché risaputi che non mi stupiscono e che mi comunicano appartenenza a un genere piuttosto che a un altro. Dai generi e dalle conventicole tendo per davvero a starne lontano, perché in esse vi è mediamente poca propensione a un ascolto creativo e sereno della musica. Piacerà pochissimo al giovane voglioso di sperimentazioni rock quello che sto per dire, così come non sarebbe piaciuto a me, da ventenne, sentirmi dire certe cose da un musicista quarantenne: eppure posso tranquillamente affermare che la buona musica è ovunque, e la cattiva pure. Chi ha voglia di darmi credito prima o poi farà belle scoperte sturandosi le orecchie dalle fodere cartilaginose del pregiudizio. Chi non ha voglia... beh, ne ha tutto il diritto

Fosse un 45 giri lo saprei già. Ma, se me lo permetti, uso te come macchina del tempo musicale. Qual è la migliore B-Side di "Uno", secondo te?
Pensando all'amore puro per le nostre composizioni, all'affetto senza i calcoli di opportunità e i bilanciamenti delle atmosfere e quant'altro... Insomma: "Canzone sensuale". E' il mio pezzo preferito per molti motivi, e mi piace pensarlo (perché così lo sento) come un affascinante incrocio tra le cose docili e dolci dei Velvet Underground e le sinfonie melodiche di Burt Bacharach. Oppure “Negli abissi fra i palpiti”, secondo mio pezzo preferito. Di esso adoro la cadenza di bossa nova e il magnifico contrabbasso di Greg Cohen, che mi conduce nelle paludi e nelle surreali prigioni di “Daunbailò”, il divertente film di Jim Jarmusch. E poi, a pari merito, “Musa”, delicata, densa e raffinata.

Per estensione, quale la B-Side dell'intero album? Il lato che non si vede, oltre le linee principali e le dichiarazioni ufficiali?
Oltre alle dichiarazioni ufficiali non v'è altro. Invece, oltre le linee principali e intorno a esse, pullulano tutti i dettagli che, con il loro lento germogliare, renderanno poco per volta "Uno" disco di affascinante completezza.

In molti definiscono "Uno" progetto. Ma un progetto non è l'opera conclusa. E' il percorso composito che precede qualcosa la cui vera essenza al momento sfugge, semplicimente perché potrà definirisi solo a posteriori, a conclusione ed "uso" avvenuti. Ora, secondo me che il palazzo "Uno" regge bene si vede da subito. Cosa vorresti intuisse la coralità del pubblico?
Mi fa molto piacere la tua precisazione sul significato del termine “progetto” (e del suo concetto). E' molto appropriata e istruttiva. Qualsiasi opera artistica di valore è l'esito di una progettualità che si fa arte poco per volta. Tant'è che nei casi in cui il risultato finale è da considerare “brutto”, si parla di fallimento di un progetto artistico. Per risponderti: per ora mi basterebbe che si percepisse - come tu fai - la saldezza del palazzo e delle sue fondamenta. E che per ammirarlo fin da subito, pur se in modo superficiale, si levassero via le lenti troppo scure del pregiudizio e delle etichette. Con questa buona dose di fiducia (che un fan dovrebbe garantire automaticamente, come spesso purtroppo non accade) si verrebbe/verrà presi per mano dalla onestà dei nostri intenti artistici; perché, come dicono spesso gli ottimi scrittori, i Marlene hanno terribilmente a cuore il loro pubblico, e cercano di non tradirlo mai offrendogli il massimo possibile della loro arte, che non bluffa e che, pur richiedendo pazienza e buona volontà, lo ripaga di una costruzione finale (il palazzo) solida. In cui vivere a proprio agio.

Qual è il senso di una Marlene corale?
E' l'esito inevitabile del nostro essere estroversi e aperti al mondo. Ciascuno di noi sta facendo le sue proprie esperienze in altri ambiti o progetti, e questo ci rende disponibili e curiosi. Tanto quanto "Bianco sporco" testimoniava del mood opposto e monocorde (malinconia, ombrosità, introversione, chiusura, non per questo meno stimolanti) così "Uno" accoglie la varietà delle emozioni e dei sentimenti, i nostri personali e quelli di chi abbiamo invitato a collaborare.

L'anagramma "Ann Relke Mutz" di Marlene Kuntz che si legge nel booklet quale desiderio nasconde?
Nasconde la necessità angosciosa di porre rimedio in 4 ore (non è una esagerazione, è la pura verità) a una distrazione dei nostri discografici. Avrebbe dovuto essere Sebastian Knight l'undicesimo autore ospite, insieme ai vari Scarpa, Brizzi, Benni... (e avrebbe dovuto essere il chiosatore del singolo, tramite una citazione tratta dal suo "Proprietà perduta"), ma all'ultimo momento non è arrivato un permesso che ci ha impedito di usare quel nome. Se non ci fosse stato quel problema, ora, fra i dettagli da scoprire poco per volta nel graduale processo di assimilazione del nostro lavoro, ve ne sarebbe uno di godibilissimo valore. Chi leggerà il libro capirà (sto parlando de "La vera vita di Sebastian Knight" di Vladimir Nabokov, da cui è stato tratto il titolo del nostro disco). Devo dire che questa necessità ha permesso però di inventare un terzo nome tedesco. Così si scopre che ci sono Marlene Kuntz, E.Kurt Zelmann e Ann Relke Mutz, entrambi fantomatici autori tedeschi i cui nomi e cognomi si compongono delle stesse lettere... Bartezzaghi sorriderebbe compiaciuto, o perlomeno divertito.

Tre gli umori che avverto in giro dopo i primi ascolti di "Uno": gradimento totale, confusione e poco coinvolgimento emotivo. Ovvero, un ventaglio aperto. Cosa ti stuzzica di più, che Marlene spiazzi e confonda o che diventi fruibile a 360°?
Che diventi fruibile a 250 gradi.

Se io fossi Darwin ti chiederei: "Uno" è il passo ulteriore nell'evoluzione marlenica o è il primo passo su tutt'altra strada?
La prima delle due, senz'altro.

Col presupposto che ogni creazione, inevitabilmente, è sporcata dal vissuto di chi la crea, ascolto "Fantasmi". E mi viene da chiederti: l'indifferenza, nata magari dal disgusto, secondo te è un sentimento da vivere in silenzio o piuttosto sbandierare? Perché l'indifferenza vera non ha bisogno di parole o astio: è e basta e si accompagna alla serenità.
Eh sì, è arguta questa tua precisazione. Mi sa che quel testo denuncia tutti i miei limiti e evidenzia un desiderio/anelito (raggiungere la forma suprema di indifferenza) che forse non soddisferò mai in modo compiuto. Non è un caso, perlomeno, che vi sia una dose di (auto)ironica consapevolezza all'atto stesso della creazione (più che sporcato dal vissuto, amo pensare che l'atto creativo ne sia generalmente impreziosito), dal momento che i fantasmi di cui si parla sono sia miei che del destinatario delle invettive. A ognuno il suo, si potrebbe dire...

Ti stai Ferrettizzando? Domanda casta e neutra di una che ha apprezzato la title track.
So che si dice questa cosa del mio cantato sul singolo “Uno”, ovvero che è simile a quello di Giovanni Lindo Ferretti (voce dei CSI e PGR, NdR). Ma vedi: la linea melodica del mio ritornello è l'esatta, identica riproduzione di ciò che Riccardo Tesio (chitarrista dei Marlene) aveva immaginato in un primo momento. Quando infatti mi presentò per la prima volta il pezzo strumentale vi era, sullo sfogo che ora è diventato il ritornello, una chitarra solitaria che tracciava una melodia ficcante e vincente. Poi - non so bene come mai - in una seconda versione quella chitarra solitaria se ne andò... In me però si era nel frattempo sedimentata assai bene, e in modo del tutto subliminale è diventata il mio cantato. Dunque Ferretti non c'entra nulla, neanche a livello idealmente e inconsciamente ispirativo.

Sta cambiando l'uso che fai della voce. Ci giochi maggiormente, sperimenti gli effetti. Ne sei soddisfatto?
Ho cantato tutti i pezzi di “Uno” nella mia stanza, con tutta la calma del caso, potendo così dare alle interpretazioni le sfumature che il mio lasciarmi andare disinteressato proponeva. A volte erano così persuasive che non sono riuscito a riprodurne di altrettanto valide in studio, a distanza di mesi. E non sapendo ri-catturare la magia di certe tinte, si è deciso in quei casi di lasciare le registrazioni originali.

Lavorare a strati è un modo per assaporare la lentezza creativa che sedimenta?
Lavorare a strati è un modo per riflettere con calma su ciò che si sta facendo, prendendosi tutto il tempo per, eventualmente, cambiare rotta sul singolo pezzo. Le versioni attuali di “Canto” e “Negli abissi fra i palpiti”, ad esempio, sono il risultato di decine di tentennamenti e ripensamenti, passando attraverso cadenze e atmosfere a volte anche molto diverse da quelle attuali.

Curiosità personale: immagineresti per noi, sintetizzando in un paio di righe, quei minuti in cui Paolo Conte premendo play ha ascoltato "Musa", si è seduto al piano ed ha mischiato il sangue con voi?
Quando Paolo Conte è giunto in studio per la registrazione (nelle colline astigiane) il pezzo lo aveva già ascoltato e apprezzato per conto suo nei giorni precedenti. Dopo i saluti e la chiacchiere introduttive si è messo di fronte alle casse per riascoltarlo. Io al suo fianco. Verso la metà, poco dopo il primo ritornello, si gira verso di me, a sei sette centimetri dal mio naso, e con occhi ammirati e socchiusi nel suo modo sornione mi dice a chiare lettere “Certo che questo è proprio un gran pezzo!”. Una affermazione di questo tipo vale più o meno un migliaio di critiche subite da chi non ci vuole capire o apprezzare.

Come immagini la prima data dell'"Uno-Tour"? Come sarà possibile rendere al meglio le sonorità? Esperimenti alla Radiohead sul palco? Tu come Thom?
Spero tanto di poter riuscire qua e là a cantare senza chitarra, sgravandomi di un peso e di una di due responsabilità: cantare e suonare insieme a volte è decisamente arduo. Il resto non lo so preventivare: ci prenderemo molte settimane prima di uscire allo scoperto: il disco è difficile, e vogliamo suonarlo al meglio.

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