Marlene Kuntz - Mail, 20-09-2007 Intervista

24/09/2007 di

(foto di Riccardo Del Conte)

SIPARIO MONDO



La semplicità, quando è vera, non smette di spaventare e stupire. E' densa senza essere pesante. Dove la ravvisi attorno a te, oggi?
Nel gesto leale di un amico vero che nutre sentimenti disinteressati, nello sguardo fiducioso di mio figlio quando si abbandona alle mie tenerezze, nella dedizione commovente e insostituibile di una madre, nell'afflato amoroso, e in tutti i sentimenti analoghi. Non credo di aver risposto con esattezza alla tua domanda, che forse si riferiva all'arte (non mi spiegherei altrimenti lo “spavento”, che non può avere a che fare con gli esempi da me fatti) ma è l'unico tipo di (apparente) semplicità da cui sono davvero toccato. Nell'arte, invece, l'unica semplicità che mi interessa è quella a posteriori, non quella intenzionale, a priori.

Nel frattempo, hai dato risposta alla domanda "E' meglio dire che l'arte è generosa fontana o ritenere per giusto che sia come una spugna, che assorbe e s'imbeve di tutte le cose con la curiosità e l'estasi della bontà?"
Per me l'arte è come una spugna.

Da "Una tortura deliziosa. Pagine sull'arte di scrivere" di Henry Miller: "Il politico, il soldato, l'industriale, il tecnico, insomma tutti coloro che rispondono al bisogno immediato di comfort, a passioni, a pregiudizi transitori e illusori, avranno la precedenza sull'artista. Le invenzioni più poetiche saranno quelle che potranno servire ai fini più distruttivi." L'arte, nelle mani di Cristiano Godano, è arma, difesa o seme di fiore da piantare?
Arma quand'ero più giovane, seme di fiore da piantare ora che sono quarantenne (un fiore che sappia crescere anche fra la gramigna, se del caso, perché noi cerchiamo la bellezza ovunque). E mai strumento di difesa, se non quando sarò vecchio, perché con essa mi potrò difendere dalla corrosione del tempo. Condizione ideale e molto difficilmente raggiungibile.

Una volta hai affermato: "I giornalisti musicali della stampa dai grandi numeri, quotidiani e settimanali che vendono centinaia di migliaia di copie, avrebbero da andare a lezioni di adeguatezza e competenza (e dire che la competenza in ambito rock è cosa veramente da poco: basta una sana passione), occupando spazi importanti in maniera non proprio ammirevole. D'altronde rispecchiano fedelmente il paese in cui vivono, che non ha rispetto per il rock in quanto fenomeno culturale. [...] Gente che non ha la capacità di arrivare prima di qualcun altro a dire la sua in maniera artistica e autorevole (l'unico motivo sensato di vanto di un giornalista musicale); dunque gente che non sa predire nulla a riguardo di nessun gruppo o suono, perché soltanto in grado di riportare sensazioni già verificate e collaudate dai prodromi di un gusto pronto a diffondersi." Hai notato qualche segnale di miglioramento in merito?
Temo di aver leggermente esagerato. O meglio: di aver espresso in modo un po' troppo irruento e livoroso un argomento difficile da definire. In ogni caso: se avevo ragione allora... ce l'ho tuttora. Il fatto è che a quelle considerazioni, attualmente, mi sento di aderire al settanta per cento o poco più... Ergo non avevo ragione del tutto. (E questo per tagliare corto, perché ad addentrarmici ne uscirei con una risposta sproporzionatamente lunga e troppo densa di riflessioni, fra cui quella che il parlare di musica è forse velleitario e impossibile; e fra cui l'altra che la situazione non migliora a priori coi giornalisti underground). Insomma: meglio tagliare corto e assumermi la responsabilità dell'irruenza.

Legandomi alla domanda precedente, secondo Oscar Wilde il lavoro critico non è, se ben interpretato, solo un commento esplicativo dell’opera d’arte. Deve trascenderla, trattarla come un punto di partenza per creare a sua volta. Insomma, non deve star solo lì ad analizzarne contenuti e implicazioni. "La critica più alta è la sola forma civile di autobiografia poiché tratta non degli episodi ma dei pensieri di una vita", conclude Wilde. Sei d'accordo? Critico-artista o critico-etichettatore che si basa su meri dati di fatto? Te lo chiedo pur sapendo che, come diceva Christopher Hampton, chiedere ad uno scrittore in attività cosa ne pensa dei critici è come chiedere a un lampione cosa ne pensa dei cani.
Solo l'ammiratore vero di un certo progetto artistico, secondo me, può permettersi di rendere creativo il suo lavoro di critico-recensore. Un ammiratore, intendo, che prenda a cura il percorso dell'artista e affronti le sue opere con la stessa dedizione del fan. Solo così, secondo me, ci si può eventualmente auspicare un lavoro di “estensione” dell'opera analizzata e non una “semplice” analisi di contenuti e implicazioni, perché le probabili competenze “tecnico-creative” in quel caso si innestano e ben compenetrano con la pazienza e l'amore necessari a sviscerare le preziosità nascoste (pensa al critico musicale: non ascolta di certo un disco dieci-quindici volte, prima di recensirlo... A meno che, giustappunto, non sia un fan). Credo che quanto affermo avvalori (o meglio: esemplifichi) le parole di Wilde quando ci parlano di “pensieri di una vita” in contrapposizione a “episodi”. Il critico che invece si avvicini a un autore con spocchia, o estraneità, o discreta freddezza, o senso di sfida, o altezzosità, o anche soltanto scarsa cura e premura, rischia per davvero di tramutarsi in un lampione per cani (cambio i soggetti della metafora, non il senso dell'immagine finale). Ma i Marlene Kuntz hanno alzato davvero pochissime volte la zampa (una? Due? Forse tre?), perché la carta stampata ci dedica da sempre attenzioni speciali e franche, rendendoci felici e molto riconoscenti. Non posso dire la stessa cosa per la rete, dove spesso si perde di vista lo stile e la, come altro chiamarla?, deontologia professionale a causa di forme eccessive di vanità e “fighettume”. E non parlo pensando solo alla nostra esperienza professionale...

"Il meno che si possa chiedere ad una scultura è che stia ferma" diceva Salvador Dalí. Qual è il meno che si può chiedere alla musica italiana?
Non ho domande particolari da fare alla musica italiana. E nemmeno alla musica in genere. Ce n'è talmente tanta (contemporanea o passata, pop o classica) che ho di che soddisfare le mie esigenze sempre.

Un suggerimento che ti senti di dare al pubblico italiano -almeno a quella parte che passerà di qua a leggere. Te lo chiedo perché ho ancora in mente una tua affermazione, quando dicesti che è vergognoso che il pubblico italiano critichi gli sforzi -es. degli Afterhours, ma immagino anche vostri- di tradursi in inglese e tentare l'assalto alle orecchie estere.
Beh, in riferimento a quell'esempio concreto non posso che sperare che il pubblico smetta di discriminare a tutti i costi le cose che fanno gli italiani, sentendole comunque inferiori in partenza a quelle straniere. E' un argomento delicato, perché io ascolto poca musica italiana (ma solo perché per me sono davvero pochi coloro che mi danno un certo tipo di emozioni o piaceri profondi, in Italia e nel mondo). Certo però che un pubblico maturo deve sapersi slegare dalle dipendenze esterofile, riconoscendo il giusto valore laddove vi sia. Per me, per fare il mio veloce esempio personale, De Andrè, Paolo Conte, Lucio Dalla sono musicisti dalla fortissima personalità, con nulla da invidiare a nessuno. Ecco: il pubblico italiano deve saper rintracciare la personalità dell'artista, e saper capire che non sono necessari a tutti i costi i confronti con le musiche straniere e i loro suoni. Il fascino di un esperimento alla Radiohead dell'ultimo periodo è di indubbia potenza nei confronti del ventenne alternativo, ma lo stesso ventenne alternativo, che si ritiene depositario delle VERITA' intorno alla buona musica, si deve attrezzare a saper riconoscere altri valori che non siano il semplice suono a la page dell'ultimo trend sbandierato dal giornaletto cool. In De Andrè si ammira l'insieme di spessore, la poetica, la forza vocale, il lirismo dei testi, l'italianità mai banale delle musiche... E poi... In Italia per tutto il ventesimo secolo abbiamo sfornato musicisti clamorosi nell'area classica: Berio, Maderna, Dallapiccola, Scelsi, Nono, etc etc... Gente venerata all'estero dagli ambienti più raffinati e creativi della musica colta. Solo per essi l'Iva sui dischi dovrebbe piombare di colpo al 4%. Ma che ne sanno le nostre istituzioni di questi grandi? E tornando agli Afterhours e al loro progetto in inglese: secondo i detrattori, un gruppo come i Deus (belga) è forse contestato in casa propria perché canta in Inglese ovunque?

Quando si è maturi si cade dall'albero -e marcisce- o si viene mangiati?
Mah... forse non riesco a immaginare la maturazione come una mela in stato avanzato di un albero. Non so rispondere. E ricordo che lessi una frase di Shakespeare da qualche parte, il cui senso era: la maturità è tutto.

Hai già sviscerato molte volte percorsi creativi, dinamiche ed opinioni relative a "S-Low", "Bianco Sporco", ammorbidimenti di linea e presunte accuse di svendimenti vari in onore del dio commercio e sorella showbiz. Conosciamo bene quindi il punto di vista tuo e dei Marlene Kuntz in merito. E' rimasto qualcosa da sottolineare in merito e che tieni particolarmente a dire?
Nulla se non sottolineare ancora una volta che le accuse di commercialità e il liquidarci frettolosamente ci offendono. Sempre e comunque. Soprattutto se a farlo sono i nostri (sedicenti) fans. Sapessero quanto si guadagna a fare i musicisti rock in Italia si auto-coprirebbero di onta per il resto dei loro anni per averci ingiustamente accusati e derisi.

"Si può apprendere un'arte solo nelle botteghe di coloro che con quella si guadagnano la vita", Samuel Butler. Leggendola, ho pensato ai laboratori di scrittura che tieni -e con ottimi riscontri- da tempo. Di arte si dovrebbe poter vivere dignitosamente, proprio per aver modo e tempo di affinarla ulteriormente. Cosa ti piace e cosa ti spaventa di più di quell'esperienza?
Mi piace tantissimo aver scoperto in me qualità affabulatorie, sostanzialmente insospettabili. Grazie a esse e a quelle esperienze, che mi permettono di vivificarle ogni tanto, sento di migliorare giorno dopo giorno le mie facoltà comunicative. E in una società come l'attuale questo valore è molto importante. Mi spaventa, per contro, la responsabilità che mi devo prendere ogni volta che accetto di farne uno (di laboratorio): affronto argomenti molto impegnativi, e temo di imbattermi in chi ne sa molto più di me avendo studiato in corsi di laurea e specializzazioni. Anche se poi mi faccio forza pensando che il punto di vista dell'artista è più interessante di quello accademico.

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