Marlene Kuntz - Mail, 20-09-2007 Intervista

24/09/2007 di

(foto di Riccardo Del Conte)

SIPARIO VARIO



Qual è la domanda che non ti hanno mai fatto e a cui avresti tanto voluto rispondere? Se dici "Questa" siamo appena diventati la nuova coppia comica del momento.
Se non avrò scritto altro dalle parole che stai leggendo vorrà dire che non mi è venuto in mente nulla da qui alla fine dell'intervista.

Cos'è per te l'ironia? In che misura pensi di possederla e, soprattutto, saperla usare?
L'ironia è un modo sottile di affrontare, deridendola, una certa situazione; con manifesto e più o meno intelligente distacco, e con l'utilizzo di parole all'apparenza di significato opposto rispetto a quello sottinteso. Non credo vi sia poi molta ironia nei miei testi, soprattutto quelli attuali. Quando brandivo le armi della frenesia giovanile, più che altro, tendevo a usare un linguaggio aspro e diretto. Anche nella vita per me è così: ho bisogno che la persona sappia per filo e per segno i motivi completi del mio sentimento. Cerco la comprensione letterale e senza fronzoli della diatriba e dell'alterco. Sono per la chiarezza e non per il sotterfugio, quand'anche utile alla “vittoria” finale. Perché voglio che lo “sconfitto” sappia di esserlo. Ecco: non sono scaltro e astuto, bensì passionale. Invece nelle amenità fra amici, nel chiacchiericcio divertito, nelle lepidezze, l'ironia (soprattutto di stampo inglese) mi (e ci) piace parecchio. Quante risate con Rob Ellis...

Quand'è per te il momento esatto del "Duende" col pubblico, la nascita dello spiritello che ti lega con chi hai di fronte?
Quando il silenzio in sala e la composta tensione si propagano in quasi tutti i presenti (tutti è mediamente impossibile, a meno che non si stia suonando nei teatri). Quello è il momento in cui, attraverso gli occhi sbarrati del pubblico, sento la potenza di quel che stiamo facendo. Ed è magia rara, preziosa e contagiosa. Da noi a loro e viceversa. Andata e ritorno.

Dal testo-canzone, che obbliga a sintetizzare un mondo in alcuni minuti con la musica che lo asseconda, al testo-racconto del libro. E' atteso per il nuovo anno il tuo libro edito da Rizzoli. Nuova esigenza creativa? E cosa scriveresti sulla nota di copertina per invogliarci a passare alla cassa?
Bravi più che altro quelli della Rizzoli a convincermi... Cosa scriverei? Non lo so per davvero e non sarò io ad occuparmene, ma qui, per convincere a mia volta voi, posso dire che in quegli scritti c'è un Cristiano Godano imprevedibile e qua e là divertente. O perlomeno mi auguro.

Cosa pensi dell'editoria libraria in Italia? Una volta hai detto che ci sono in giro molti libri mediocri che non valgono affatto i soldi spesi. Dipende dal proliferare delle piccole case editrici? Manca un'azione seria di filtro? Faresti un parallelo con la discografia?
Dissi quelle cose, credo, per motivare il mio rancore nei confronti della politica, che non abbassa l'Iva dei dischi portandola al livello dei libri. E siccome presumo lo faccia perché non considera cultura la musica e invece i libri sì, allora mi incazzo perché penso che un sacco di cose che si leggono sono merda e non cultura. Tutto qua. Per contro non ho opinioni interessanti sull'editoria italiana e non so valutare se le piccole case editrici facciano o meno danni.

E. Cioran affermava che "un libro deve scavare nelle ferite. Anzi, deve crearne di nuove". Quali ti piacerebbe aprire nel tuo lettore?
Non ho di queste velleità. Desidero una condivisione più variegata, che sappia tanto di ferite reali o metaforiche quanto di piacere intellettuale e strizzatine d'occhio.

Ci sono, come nell'amore, i libri di un'ora e quelli per sempre. Me ne citi uno per categoria?
Qualsiasi libro di Nabokov è per sempre; “Il mare” di John Banville è per una piacevolissima ora.

Il tuo look è studiato o casuale? Cioè per quanto ti pettini?
Mi pettino con scarsissima frequenza: lascio fare alle dita. Il mio modo di vestire invece è il contrario della casualità, come i miei testi, come le nostre canzoni.

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