Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo - Mail, 21-03-2008 Intervista

26/03/2008 di

(I Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo - Foto da internet)

Collaborazioni prestigiose, musicali, artistiche e letterarie. Una serie di cortometraggi che inscenano macabre uccisioni. Una distribuzione esclusivamente su internet e non più nei negozi. Sono molti i punti di interesse per “Disconoir” , il nuovo album dei Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo pubblicato la scorsa settimana da 42 records. Senza dimenticarsi che il trio torinese sfiora i 10 anni di esperienza e che, ormai, ha maturato un personale modo di scrivere canzoni distinguendosi dalle solite proposte post rock. Ester Apa li ha intervistati.



Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo ritorna dopo quattro anni dall’ultima uscita discografica, “L'irréparable”, con “Disconoir”. Un album dalle tinte fosche a metà strada fra il giallo poliziesco e il pulp cannibale di Tarantino. Qual è il concept di questo quinto lavoro?
Max: E’ vero, 4 anni? Son volati! “L’irréparable” è stato un disco dal concept difficile, nella realizzazione e di conseguenza nella comprensione. Un lavoro necessario per capire come potevamo andare avanti, sul piano compositivo. Ci siamo presi un periodo e abbiamo realizzato progetti speciali che ci hanno molto coinvolto e fatti crescere professionalmente (mi riferisco al disco “Cuore” con Robertina). Quando eravamo pronti per il nuovo nostro disco, sebbene l’ideazione avvenisse parallelamente agli altri progetti, avevamo bene in mente di tornare ad un suono più “fisico” che etereo, volto principalmente alla voglia di esibirsi dal vivo in una situazione di impatto emotivo forte.

C’è un tema portante in questo album? Se si quale?
Fabio: Non c'è un unico tema portante, non si tratta di un concept album. Il “noir” a cui facciamo riferimento per noi è essenzialmente una suggestione, nata quando avevamo alcuni brani pronti ed altri in fase di composizione. Un utile pretesto per dare unità ad un lavoro che in realtà ha molte sfaccettature. L’aspetto noir è rappresentato in modo particolare dall’estetica, dai dipinti di Trucano e dai video “killer”. Il testo di Voltolini, pubblicato interamente solo all’interno dell’edizione speciale cd+vinile, indaga un aspetto di “noir” molto più intimista e costituisce probabilmente l’elemento di maggiore profondità dell'intero progetto.

Ad ogni album avete associato sempre un colore predominante. Giallo, blu, bianco, rosso e nero per quest’ultimo disco. Come questi elementi cromatici vengono scelti per ogni singolo lavoro e soprattutto esiste una chiave di lettura che li mette insieme?
M: Devo rivelarti che solo per l’ultimo è stato scelto più consapevolmente il colore. Gli altri colori sono stati attribuiti principalmente dai nostri ascoltatori. Tempo fa ho cercato attraverso un software p2p i nostri dischi, (è comodo avere gente che codifica i tuoi dischi in mp3, ti evita un sacco di lavoro!) e ho notato che erano classificati per colore…

Il racconto musicale che il Gatto ha da sempre privilegiato è quello esclusivamente strumentale. In questo disco però la narrazione passa anche per la voce. Ad essere utilizzate sono le parole di un racconto in prosa di Dario Voltolini da cui sono stati tratti due brani cantati e alcuni interventi vocali. L’incontro con lo scrittore vi ha reso meno riluttanti nei confronti di questa forma espressiva?
F: In realtà non è la prima volta che usiamo la voce, già in “#2” e ne “L’irréparable” avevamo inserito interventi vocali in alcuni brani. Con Voltolini, scrittore torinese che apprezziamo da sempre, abbiamo voluto fare qualcosa in più, gli abbiamo chiesto di scrivere un testo ispirato alle musiche di “Disconoir”, poi abbiamo scelto alcuni passaggi da inserire nei brani, e abbiamo lasciato che Moltheni e Pier dei Velvet, nei 2 pezzi cantati, facessero lo stesso.

Voltolini, Moltheni, i Velvet e aggiungo anche Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò. Come nascono queste collaborazioni?
F: Ciascuna in modo differente. L’idea di chiedere a Moltheni di cantare un brano nostro era nell’aria già da parecchio tempo. Corrado Nuccini ci è stato molto d’aiuto in una fase difficile di ricerca di un’etichetta e quindi la collaborazione è venuta in modo spontaneo. Invece Pier dei Velvet è stato lui per primo a contattarci, dicendoci che apprezzava Gatto Ciliegia fin dall’inizio e rendendosi disponibile a collaborare.

Siete stati sempre attratti dalla settima arte. Avete scritto una colonna sonora per un lungometraggio, sonorizzato documentari e anche questo lavoro richiama fortemente le suggestioni filmiche. Avevate in mente un immaginario preciso per questo “Disconoir”, dei riferimenti cinematografici a cui vi siete ispirati?
M: Credo sia naturale che un progetto musicale come il nostro, prevalentemente strumentale, sia attratto e venga attratto dalle immagini. Tutto ciò che abbiamo fatto per il cinema e anche per i documentari o la “tv dossier/reportage” nasce però per un’attrazione dei registi, non nostra. Anche quelle che tu chiami suggestioni filmiche, sono suggestioni che hai tu come ascoltatrice. Chiaro che se ci dicono che siamo bravi a creare suggestioni è uno dei complimenti più belli che possiamo ricevere, grazie. Resta il problema che non siamo registi anche se ci piacerebbe che tutti i registi (nessuno escluso) si accorgessero di queste nostre capacità e ci dessero lavoro, per Dio.

Che tipo di approccio compositivo avete utilizzato in questo album?
F: Il più spontaneo possibile, a netta differenza de “L’irréparable”, il nostro precedente disco. Questo ha fatto sì che ne uscisse un lavoro molto più adatto ad una situazione live. Tuttavia la gestazione di “Disconoir” non è stata affatto semplice. E’ durata quasi tre anni, con frequenti sospensioni e diversi brani abbandonati per strada.

L’elettronica è sempre stata presente e lo è anche in quest’ultima produzione, lascia però largo spazio ai suoni chitarristici. Quali strumenti sono stati privilegiati, quali atmosfere volevate ricreare e che tipo di sonorità avete utilizzato per farlo?
F: Protagonista assoluta è indubbiamente la chitarra elettrica, anche nei brani più morbidi. Peccato perché io e Max avevamo appena comprato due belle chitarre acustiche. Ci toccherà rivenderle. Scherzi a parte non ci sono dubbi sul fatto che è il nostro lavoro più rock, inteso in senso tradizionale. Tuttavia l’elettronica ha ancora un’importanza fondamentale, solo che questa volta non costituisce la base dei brani ma è stata utilizzata come un vero e proprio strumento aggiunto. Questo ci ha permesso di ricreare quell’elemento di spontaneità di cui parlavo prima.

Il disco è stato registrato e missato presso gli studi torinesi di Casasonica da Gianni Condina ed uscirà per la 42 records. Che cosa cercavate e cosa avete trovato in questa casa di produzione ed in questa neonata etichetta e soprattutto il suono che esce fuori dall’album era quello che volevate?
M: Il disco in realtà è stato registrato completamente da noi con la supervisione di Christian Alati (già produttore di “It is” e musicista in questo tour).

Poi avevamo bisogno di un “mixing engineer” (termine suggerito dallo stesso Condina, io non so cosa voglia dire) e di un produttore artistico (si è subito fatto avanti Ale Bavo) che potessero definire l’album. Dovevamo metterlo nella mani di persone capaci e soprattutto conoscitori del nostro modo di lavorare. Gli ultimi 4 anni abbiamo costantemente lavorato con Casasonica sotto il piano tecnico e produttivo. Loro erano il massimo delle nostre pretese.

Rispetto all’etichetta… sul perché sulla scelta ci sarebbe da scrivere un libro, sintetizzo in questo modo: forse, dopo anni di discografia indipendente e distribuzioni indie e major, alcuni gruppi, se non tutti, non avrebbero più bisogno di una discografica, perché nessuno crede più nei dischi. L’unica motivazione che ti spinge ad affiliarti ad una etichetta sono le persone che ne fanno parte e le loro attitudini. In 42 records abbiamo scoperto una realtà giovane ma già esperta (Colasanti e Fiorenza non sono proprio novellini) e soprattutto quella voglia ancora di “crederci”. Via dal dramma, basta piangersi addosso e torniamo a vendere i dischi porta a porta come faceva Vignola con la sua Beware, all’inizio della nostra storia.

Nel 2004 in “L’irréparable” dicevate che "C’era una volta il post". Sono passati quattro anni e intanto questo calderone del post rock continua a mietere vittime. I Gatto Ciliegia hanno sempre sentito stretta questa definizione di genere. C’è invece una direzione musicale oggi in cui vi sentite a vostro agio e che magari avete iniziato a percorrere con questo disco?
F: Naturalmente quel titolo era ironico, e non rappresentava per noi né una bandiera né una presa di posizione. Il problema che ribadiamo da sempre è che la definizione di post rock non può essere una definizione di genere, perché include tutto e il contrario di tutto. Per noi si è sempre trattato solo di affinità con un determinato approccio musicale, tipico di alcuni gruppi inglesi e americani. Ma abbiamo sempre seguito una nostra personale ricerca e continuiamo a farlo. Ora più che mai possiamo dire di non avere punti di riferimento precisi, ma credo che siamo una realtà solida proprio grazie al fatto che ci siamo costruiti negli anni una base stabile e completamente indipendente.

La promozione di questo lavoro si è mossa decisamente fuori dai soliti binari pubblicitari. La strada scelta dai Gatto Ciliegia è di tipo criminale. Tutti i collaboratori verranno eliminati entro la data d’uscita di “Disconoir”, i crimini sono videoripresi e presenti sul vostro sito e infine ogni video ha come colonna sonora un’anteprima dei nuovi brani. Ci spiegate il significato che ha per voi l’uccisione e, in particolare, perché avete iniziato proprio dalle persone che hanno contribuito alla realizzazione del disco?
M: Stemperare atmosfere molto cupe con l’ironia del paradosso. Siamo autoironici, lo dimostrano anche alcuni titoli o alcuni brani fin dal primo album. Crediamo nell’ironia del paradosso. Il paradosso è tipicamente italiano: o ci piangi sopra o ci ridi. Queste uccisioni sono evidentemente paradossali (ehi …i Gatto Ciliegia vanno in giro ad ammazzare gente, si dice) e vi dico che abbiamo riso moltissimo, sia vittime che carnefici, oltre ad essere lusingati da tutti per la forza dell’idea.

Poi c’è un significato anche di rabbia, nessuno pensa di uccidere i più stretti collaboratori se non per dare segnali di incazzature varie. E’ un messaggio che crea tensione e anche un po’ di magone, in un momento storico in cui c’è sconforto generale e inquietudine. Ci auguriamo che non ci si svegli male da questi piccoli incubi, come in Italia è già successo anni fa, anche se questa è una cosa che tendiamo spesso a dimenticare.

L’album non verrà distribuito nei soliti canali e soprattutto nei negozi. Avete scelto per veicolare questo lavoro principalmente la distribuzione in rete. E’ una presa di posizione forte nei confronti di un’industria discografica allo sfacelo. Che cosa vi ha spinto a farlo: una necessità o una scelta ponderata?
F: Necessità, in un primo tempo. Ma sono convinto che sia stata la scelta migliore e ne siamo assolutamente soddisfatti, al di là di come potrà funzionare la cosa commercialmente. Questo modo di veicolare l’album ci permette una totale autonomia, ed è davvero piacevole, anche se è stato molto faticoso, ritrovare questa sensazione di libertà.

Che tipo di live avete in mente per questo “Disconoir”?
F: Sarà un live di notevole impatto sonoro, grazie alla nuova formazione a 5 e ai brani del disco che funzionano alla grande. Siamo molto contenti di tornare a suonare dal vivo, è molto tempo che non lo facciamo.

In cantiere ci sono delle nuove colonne sonore? Avete mai pensato oltre che sonorizzare un lavoro filmico, di realizzarlo voi stessi?
F: No al momento non abbiamo progetti in quella direzione. Ma i film li stiamo realizzando davvero: i corti degli omicidi sul nostro sito. Siamo attori, registi e sceneggiatori (senza prenderci troppo sul serio, naturalmente).

Il vostro centro gravitazionale è Torino, una città da sempre ricca di grande fermento musicale. Tra gli artisti della scena piemontese in generale ci sono delle formazioni nuove che meritano considerazione e con cui vi piacerebbe presto collaborare?
M: E’ vero, è ricca di fermento musicale e poi negli ultimi anni Torino ha preso quel sapore squisitamente internazionale e i torinesi non erano abituati a vivere la propria città così. Gente con sotto il braccio la Lonely Planet di Turin… ma quando mai?

Rimane comunque una città ancora chiusa, con meno possibilità di altre città e questo dipende proprio dalla mancanza di abitudine alla trasversalità. Ma c’è un miglioramento. Ci sono nuove realtà che meritano molta considerazione (cito ad esempio i Duemanosinistra che apriranno il nostro live a Torino l’11 aprile) e ci sono le storiche realtà da cui trarre esperienza e aiuto. Così come per il locali: ce ne sono di storici e di nuovi che stanno creando alternative molto importanti e interessanti. E’ fondamentale che non si creino rivalità tra queste fazioni perché solo attraverso ad una rete fatta di persone capaci, si può fare di Torino la città delle possibilità, al pari di Milano e Roma.

Commenti (1)

  • enver 27/03/2008 ore 11:11 @enver

    grandissimi musicisti. e molto chiari. ottimo disco come sempre

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