Three Second Kiss - Mail, 23-03-2008 Intervista

26/03/2008 di

(I Three Second Kiss - Foto da internet)

Strano come in Italia alla fine se ne parli poco, dei Three Second Kiss. Una delle migliori band noise al mondo, assieme – ça va sans dire – ai catanesi Uzeda, che di rumore e dissonanza sono un po’ i capicorrente nel Belpaese. I Three Second Kiss hanno prodotto piccoli capolavori come “Everyday Everyman” e “Music Out Of Music”, che hanno suscitato l’entusiasmo internazionale e hanno portato all’estremo il già intransigente approccio dissonante al noise rock. La partecipazione all’All Tomorrow’s Parties e la collaborazione con la Dischord, d’altronde, parlano chiaro. “Long Distance” è il nuovo lavoro. Nuovo è anche il batterista Sacha Tilotta – figlio tra l’altro di Agostino Tilotta e Giovanna Cacciola degli Uzeda – che sostituisce il dimissionario Lorenzo Fortini. Steve Albini ancora al banco mixer. Il chitarrista Sergio Carlini racconta aneddoti e dietro le quinte del disco in uscita il prossimo 7 aprile per la African Tape.



Three Second Kiss, cinque anni dopo. Cosa vuol dire tornare in pista con un nuovo album dopo tutto questo tempo?
Siamo decisamente indisciplinati per quanto riguarda le cosiddette uscite discografiche. Questo perché seguiamo solo le esigenze del gruppo e il piacere di fare musica indipendentemente da un mercato e dai suoi tempi, non curandoci quindi minimamente dello standard. E le esigenze sono diventate complesse con l’avanzare degli anni. È anche vero che dal 2003 - da “Music Out Of Music” - ci si è messa in mezzo un bel po’ di roba. La Slowdime, la nostra vecchia etichetta, ha chiuso i battenti, sono arrivati dei figli, poi lavori persi e riacquistati, un batterista che se ne va. Be’, da quando Sacha è entrato nella band, agli inizi del 2006, con grande gioia non ci siamo fermati un attimo e la strada si è spianata. Quell’anno ha segnato un nuovo inizio per noi.

“Long Distance” esce per la African Tape. Com’è nata la collaborazione con questa nuova etichetta? African Tape si occuperà della distribuzione italiana o anche di quella internazionale?
Abbiamo mandato i nuovi pezzi in giro per Europa e Stati Uniti. Alla fine si è delineato un triangolo interessante, una sorta di intrico di persone e conoscenze incrociate che hanno stupito anche noi. Siamo stati contattati da Julien Fernandez tramite la Ruminance Records di Parigi. Contemporaneamente Mitch Chaney della Sickroom records di Chicago era interessato a fare qualcosa con noi. Ma Julien, che come batterista degli Chevreuil e dei Passe Montagne già conosceva Mitch, era da un po’ di tempo in combutta con lui e con la Sickroom per varare insieme una nuova label worldwide, cioè African Tape. I Three Second Kiss ci sono finiti in mezzo, visto che erano l’anello di congiunzione tra tutto questo. African Tape è una label con un raggio d’azione internazionale: Julien si occupa del lato europeo e Mitch di quello americano e canadese e “Long Distance” è il primo numero di catalogo dell’African Tape, che in Italia è distribuita da Goodfellas, in Giappone da Stiff Slack, in Usa e Canada da Southern… non so se c’hai capito qualcosa.

Ancora Steve Albini come produttore. Stavolta com’è andata in fase di registrazione? Ci sono differenze che notate – anche a livello di suono – con “Music Out Of Music”?
Ogni disco rispecchia la band e il suo suono in quel preciso momento, le differenze sono quindi inevitabili. “Long Distance” è un lavoro concepito per aumentare il livello di comunicazione con chi ti ascolta. Più estroverso e proteso verso l’esterno. Sintonizzato su un bisogno di apertura della band. “Music Out Of Music” aveva esaurito degnamente un ciclo introspettivo dei Three Second Kiss, rivolto verso l’interno del nostro nucleo. La registrazione con Steve, in entrambi i casi, non ha fatto altro che captare questi umori nel miglior modo possibile. È quello che Steve sa fare meglio.

Lo stile di Sacha Tilotta è decisamente più squadrato, potente e per certi versi meno jazzista di quello dell’ex batterista Lorenzo Fortini. Quanto ha influito questa novità nella composizione dei nuovi pezzi?
Nell’economia di una formazione a tre e con la nostra attitudine fortemente dialogante tra gli strumenti, il cambio di un elemento viene inevitabilmente a determinare un nuovo equilibrio. L’ingresso di Sacha e del suo stile più minimale è stato determinante nel modificare in parte l’approccio compositivo. I nuovi brani sono il frutto di un lavoro corale ma anche la realizzazione di un desiderio che stava nascendo nella band: riuscire a dire la stessa quantità di cose in meno tempo, con meno note, quindi con meno dispersione verbale ma con maggiore intensità ed asciuttezza. Sacha è stato una manna in questo senso: non so se ce l’avremmo fatta altrimenti.

Dopo gli squarci melodici dei primi lavori e l’approccio cerebrale e dissonante di “Music Out Of Music” sembra adesso che i Three Second Kiss in “Long Distance” siano a metà strada tra le due correnti e si siano stabilizzati in uno stile che è 100% TSK. Come la vedete?

Non la vediamo male. Ovviamente è solo l’inizio di una nuova fase. È quello “stabilizzati” che usi nella domanda che mi spaventa. Sarebbe un po’ la fine di tutto, una formula che si ripete. Riuscire a trovare una propria alchimia, una propria cifra stilistica è uno degli obiettivi. Cercare poi di partire da questa per rifuggirla di nuovo è un bisogno vitale.

La melodia – intesa come orecchiabilità – tornerà ad avere un proprio perché nel futuro dei Three Second Kiss?

Difficile trovarsi su un terreno comune per questa risposta. Il concetto di melodia ed orecchiabilità è tarato sul proprio personale immaginario musicale. Una questione troppo aleatoria, no? Quello che suona melodico per me può non esserlo per te e lo è in quel preciso momento. Differentemente la cosa cambia cambiando tempi, spazi e umori. “Long Distance” a nostro avviso abbonda di melodia, quella che sentiamo noi come tale. L’orecchiabilità intesa come refrain e tormentone non fa per noi, non ne saremmo neanche capaci.

Che cosa è rimasto, nel qui e ora del 2008, di quella stagione che negli anni Novanta aveva riscritto le regole del rumore in musica? Fa un certo effetto che manchi forse un ricambio generazionale tra chi suonava noise dieci anni fa e chi lo fa ora.

Gli anni Novanta sono stati un decennio importante. Una base imprescindibile in cui la musica punk è stata realmente circuito alternativo, sintassi di un nuovo linguaggio nel noise ma anche al di fuori di questo. Io credo che di buon noise ce ne sia tanto anche oggi, in America c’è una scena che sta crescendo in tal senso. Non è un ricambio in effetti, mi sembra un reagire per contrasto, ma si va comunque a parare ancora più addietro nella storia della musica. A volte è un ripescare la no-wave newyorkese, a volte ho sentito improvvisazioni caotiche più naif, o tipo primo industrial, anche se concepito con chitarre. Roba interessante. Poca invenzione comunque.

Sono quindici anni, se non sbaglio, che esistono i Three Second Kiss. Che cosa tiene unita una band per tutto questo tempo? C’è stato un momento in cui avete pensato di mollare? E quali sono stati invece i momenti in cui avete capito che i Three Second Kiss stavano ingranando?

Three Second Kiss è un progetto che fonde musica ed amicizia, nonostante l’inevitabile complicarsi della vita che in alcune sue fasi ci ha anche beffardamente allontanato. È per questo che, una volta venuto a mancare uno di noi, la band si è ricomposta con un amico di vecchia data, cioè Sacha. È stato quello un momento per così dire delicato, di riflessione su come e perché continuare. Alla fine è stato un sano momento di riflessione critica: ne siamo usciti più consapevoli, coerenti e determinati di prima. Sentiamo il fare musica come un’ispirazione imprescindibile. E il bisogno parimenti imprescindibile è di farla solo con una persona con cui è facile stabilire dell’empatia. Una persona con cui mangiare nello stesso piatto. Per quanto riguarda l’ingranare… dipende cosa intendi. Io lo vedo come un momento in cui senti di essere veramente allineato e coerente con quello che stai facendo. Credo quindi che ognuno di noi abbia avuto il suo personale e differente momento di appagamento. Personalmente ho vissuto questo momento su un palco a Detroit, un po’ di anni fa. Credo sia questa la nostra percezione di “star ingranando”, ma con se stessi, non rispetto al mercato o al vendere più copie di un cd. Che di per sé non ha nulla di male, per carità …è solo un’altra cosa.

Siete uno dei pochi gruppi italiani ad aver piantato delle radici solide in America. Quanto è importante e quanto è necessario secondo voi confrontarsi con realtà enormi e competitive come quella statunitense?

Per noi è stato un passo fondamentale. Una logica prosecuzione del nostro percorso. Non aveva senso mettere su un gruppo senza una relazione forte verso l’esterno, senza il confronto con altre realtà distanti geograficamente e quindi difficili da approcciare: realtà che nel nostro caso significavano ovviamente Stati Uniti. Dopo il primo tour degli Stati Uniti la band è cambiata: è diventata più consapevole delle proprie capacità. Lo considero quindi un passo determinante per crescere. Non so se oggi sia più così per un adolescente che muove i primi passi in un gruppo, che si mette su Myspace, che aspetta di conoscere gente nuova con cui confrontarsi, condividere dei concerti, formare il proprio background. Spero che lo sia. In teoria dovrebbe essere tutto più semplice perché tutto è più accessibile, meno difficile da conquistare. E questo può essere un bene. In pratica sono curioso, sinceramente curioso, di vederlo tra una decina di anni quell’adolescente. Lo dico così, senza critica, solo come studio antropologico.

Commenti (1)

  • psic 26/03/2008 ore 19:05 @psic

    sono moltissimo bravi!

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