Three in one gentleman suit - mail, 24-05-2008 Intervista

29/05/2008 di

(I Three in one gentleman suit - Foto da internet)

Ad oggi, una delle migliori band italiane. Hanno fatto tre album: ognuno con una propria personalità, ognuno un piccolo capolavoro. L’ultimo, poi, è la quadratura del cerchio. Indie rock teso, tagliente, melodico. Ad ogni canzone è tutto un vibrare di passione. Per chi suona e per chi ascolta. I Three In One Gentleman Suit, insomma, meritano tanto. È ora che anche in Italia si cominci a parlare più spesso di loro. Anche se hanno un nome che non è preceduto dall’articolo “The”. E per di più così lungo che pare un rosario. Elementi che al supermarket dell’indie snob non sono apprezzati. Per fortuna.



“We Build Today”, il nuovo cd. Sin dal titolo pare un manifesto. Ciò che i Tiogs hanno costruito oggi. Ciò che voi siete oggi.
Paolo: Beh, per tutte le band gli album sono come una piccola costruzione. Questo titolo lo abbiamo scelto per marcare un punto di arrivo nei nostri cambiamenti, o meglio, un intermedio. Fin qui tutto bene. Fin qui tutto bene. E se proprio non bene, almeno possiamo dire che è COSI’ come si sente e come ce lo siamo sentito.

Sono tanti a dare un certo tipo di indie rock – quello che va dai June of 44 agli Unwound – ormai morto e sepolto. O, per dirla meglio, fuori moda. Eppure – e voi ne siete un esempio – questo linguaggio pare avere ancora molto da dire a chi ha orecchie per ascoltare. Qual è allora il problema? Il genere musicale o la creatività?
Giorgio: Probabilmente la creatività. Un genere, come tu stesso dici, morto e sepolto torna ad essere di moda in quel preciso istante in cui una band o una “scena” si propone al pubblico con una proposta valida, è proprio in quel momento che non conta più se il tuo suono è retrò, l’importante è che tu riesca a far vibrare le persone, che tu riesca a comunicare qualcosa.

P: Mi ricordo gli anni 90… parlare anche solo vagamente bene di una band del decennio precedente ti rendeva automaticamente uno sfigato e per di più polveroso. Oggi, negli anni 00 avviene l’esatta e prevedibile conseguenza. Poi ricordo i Dälek, che in una intervista hanno sottolineato la differenza tra la black music e la musica “bianca”: sostenevano che, mentre la prima si evolve progressivamente, la seconda è ciclica. Probabilmente abbiamo bisogno di “ripassi” per portare avanti la creatività. Normale che si finisca per ripassare gli argomenti più anneggiati, visto che gli altri sono ancora freschi. Reazioni per ricercare nuovi suoni. Poi c’è la musica bella: ogni tanto i più se ne dimenticano, poi ci si toglie il prosciutto dalle orecchie e si scopre che è sempre rimasta lì.

Voi peraltro siete partiti come gruppo post rock. Come mai questo cambio di registro? Come è stata la marcia di avvicinamento tra le armonie un po’ malinconiche del disco d’esordio e le melodie decisamente più energiche dell’ultimo lavoro?
P: Forse c’è stato un cambio di forma, non credo sia un cambio di contenuto. Quiete e tempesta è un contrasto che ci ha sempre affascinato, penso siano ancora presenti in “WBT”, come la geometria e il trasporto. Forse non c’è nessuna marcia, ma solo assestamenti e nuovi equilibri.

G: Credo che i tiogs vivano di concerti, di sudore, di km in furgone, di respiro sul collo dei ragazzi che vengono ai nostri concerti…Credo che sia tutto questo che plasma, scolpisce e modifica continuamente i tiogs. Il primo disco, è nato in 2 mesi di prove assidue e senza aver mai suonato in pubblico assieme, poi un po’ abbiamo suonato ed è venuto “Some new strategies”... Poi in Olanda due anni fa ai check-sound provavamo “Transition era”, o “Days”…poi è successo che tra le prese e i mix di “We build today” siamo stati in tour di nuovo per tutta la Francia…questa è l’unica spiegazione che posso suggerire. Suoniamo, per davvero, con tutte le gioie e i dolori che questo comporta, e questo fa si che tu possa emozionarti su certe cose piuttosto che su altre; giri e senti quel che succede al di fuori del localino che frequenti di solito, o al di fuori dell’ultima moda esaltata dalla rivista che compri sotto casa…
Sentire e suonare con altri gruppi, ti cambia decisamente, e cominci a fregartene un po’ di certi preconcetti e pregiudizi rispetto a cosa è figo e cosa non è figo

Nelle canzoni dei Tiogs che tipo di rapporto lega la dissonanza alla melodia? Come si gestiscono all’interno di un unico brano questi due elementi in forte contrasto fra loro?
P: Lubrificando il tutto con un po’ di buon lambrusco, no? A dire il vero non lo so precisamente. Probabilmente è proprio la ricerca di quell’equilibrio di cui sopra. In più metti la nostra intima convinzione che l’una esalti l’altra. Poi ci sono i momenti in cui vorresti far esplodere le finestre e dei momenti in cui un colpo di rullante ti sembra anche troppo fastidioso, solo che spesso si sovrappongono.

G: In realtà; credo fondamentalmente che la dissonanza sia una percezione, una sensazione. Un po’ come ascoltare gli U.S. Maple… dopo qualche ascolto è pop e quasi lo fischietti e allora diventa tutto più semplice e intuitivo, e con relativa semplicità risolvi l’armonia usando tutti i colori che hai nella scatola.

Poi devo dire che Paolo in questo è veramente sopra le righe, io non sarei capace di metter in fila una melodia sopra i nostri pezzi, e invece su questo disco era il nostro obbiettivo e ho insistito alla grande, e alla fine siam felici del risultato

Com’è nato l’arrangiamento di “Season”, una ballata robotica così diversa rispetto a quanto avete fatto finora?
P: Ci siamo detti: “Bella la loop-station! Cosa succede se ci mettiamo dentro una batteria intera e poi la distorciamo in un ampli come se fosse una chitarra?” Poi abbiamo cominciato a girarci attorno con tutti gli altri strumenti. Ecco fatto. Magari il trip-hop l’aveva codificato lustri fa. La cosa simpatica è che riusciamo a riproporlo dal vivo in tempo reale.

G: Si la riproponiamo anche dal vivo, risulta anche molto suggestivo a mio avviso, è una nuova frontiera in cui ci siamo avventurati per caso, ma che stiamo continuando a sperimentare in sala prove sulle idee nuove.

Se “Battlefields…” aveva come filo rosso la guerra e “Some New Strategies” pareva rimarcare le differenze stilistiche con il lavoro precedente, che tipo di lavoro c’è dietro a “We Built Today”, soprattutto a livello di testi?
P: La voglia di raccontare, anche se non si può dire che siano testi narrativi. La ricerca di un modo di raccontare attraverso le situazioni e le suggestioni. Storie introspettive, un po’ di politica di noi stessi. Ammetto che discutere dei testi mi mette in difficoltà: proprio perché sono piccoli frammenti che si spiegano da soli (a volte) o non si spiegano per niente. Il che non è per forza negativo, visto che ogni interpretazione è lecita. Per quel che riguarda la musica invece direi che abbiamo tentato di abbandonare il concetto di geometria (per noi sempre molto forte) fine a se stessa per metterla al servizio della “canzone” nel senso più stretto del termine, in maniera più “evolutiva”.

G: La musica di “We Build Today” ha come obbiettivo quello di essere estremamente diretta ma allo stesso tempo dare ad ogni ascolto qualche ingrediente in più che prima non era trapelato, che era rimasto nascosto, in modo da poter diventar sempre più comprensibile dopo un po’ di ascolti e non, per così dire, farsi “sgamare” al primo tentativo. I testi e le melodie della voce in questo senso aiutano al conseguimento di questo obbiettivo, poi… credo sia piuttosto difficile analizzare i propri testi…

Perché in giro si parla relativamente poco dei Tiogs? Colpa del nome della band, forse? La prossima volta magari scegliete qualcosa di più breve. Magari preceduto dall’articolo “The”.
P: Quindi “…and you will know us by the trail of dead” non sarebbero nemmeno mai dovuti uscire dalla loro sala prove. Per fortuna si può ancora dire che una band va soprattutto ascoltata e non chiacchierata. Magari non siamo abbastanza bravi ad imporci, ma alla fine a noi interessa suonare il più possibile, tutto il resto è optional. Specialmente adesso che la musica è diventata un bene molto più mobile e “portabile” delle parole. Poi, ovviamente, vedere che ci vengono dedicati spazi e giudizi non può che farci piacere. Da oggi però, per aiutare il pubblico, ci chiameremo THE Three In One blah blah blah…, che aggiunge un tocco sgraziato ad un nome già di per sé controproducente. Che dici?

G: Io mi devo astenere poiché sono io lo sfigato che ha proposto sto nome…

Siete tra i gruppi che partecipano al MI AMI. Che tipo di esperienza vi aspettate?
P: Ci auguriamo sia una situazione in cui fare sentire la nostra musica ad un pubblico più ampio. Gli ingredienti ci sono tutti: un carnet con tante buone band, una bella location, tanta gente (si spera), il tutto confezionato e promosso dalla webzine più cliccata dello stivale. Queste cose non possono che fare bene all’attività di band come noi. Metti in più la soddisfazione di venire convocati via mail in un inutile lunedì mattina che non sembrava proporre grandi cose; è un ottimo inizio.

G: Lo ho vissuto sulla mia pelle quello che penso sia stato il più bello e genuino festival di e per la musica indipendente di sempre. Musica nelle Valli organizzata da Fooltribe, chi ha partecipato sa di cosa parlo. E’ stato fondamentale per la mia crescita musicale. Sarebbe stupendo sapere che dopo il concerto dei Three in one gentleman suit almeno una persona possa tornar a casa arricchito di quella vibrazione che ti fa cambiare modo di percepire la musica.

Perché i gruppi indie hanno problemi a coltivare un progetto a lungo termine? La cosa strana è che mentre le band storiche sembrano aver consolidato la propria posizione e identità, lo stesso pare non possa dirsi per i gruppi odierni. Da cosa dipende?
P: Le band storiche di cui parli hanno cominciato in un periodo in cui, specialmente in Italia, si stava costruendo un nuovo modo di interpretare la musica. All’epoca c’erano meno band di buon livello, investimenti molto più consistenti, e spazi molto meno affollati. Oggi sembra essere calato l’interesse per la musica suonata. C’è piuttosto la ricerca del “fenomeno” momentaneo, che non aiuta a costruire un progetto prolungato nel tempo. E’ un complesso di cose che rende molto difficile raggiungere un “livello di sussistenza” sostenibile per molte band: più uscite discografiche, spazi più ridotti, meno dischi in giro ed una diffusa omologazione che rende tutti meno curiosi rispetto alle “cose nuove”.

G: Concordo con Paolo, ma devo dire che gran colpa non è solo delle strutture, ma proprio dei gruppi. Oggi chi si propone crede che tutto gli sia dovuto, vuole tutto e subito senza aver la minima idea delle cose, senza la minima percezione dello sbattimento necessario. Risultato? Suono in saletta, faccio un concerto, spedisco un disco all’unica etichetta che conosco. Nessuna risposta. Smetto. Questo è un lato della medaglia che ogni tanto riscontro parlando e confrontandomi con le persone, poi per fortuna ci sono ancora tante persone che si autoproducono e se ne fregano, e hanno una potenza e una voglia di fare che ti fa capire a volte che è davvero facile perder di vista cosa è importante e cosa non lo è. Questo vale sia per chi suona sia per chi organizza.

MySpace è la risposta ai mali della discografica o è l’oppio dei musicisti emergenti?
P: Se lo si usa con un minimo di logica, è una possibilità in più per comunicare, anche se parziale e limitata. Ne’ più ne’ meno. Noi, dal canto nostro, siamo riusciti a mettere in piedi due tour (uno in Francia l’anno scorso e uno in Inghilterra questo Giugno). L’abbiamo fatto allacciando rapporti con bands che abbiamo scoperto avere molte cose in comune con noi, ben oltre MySpace. Affinità elettive o semplice caso?

Anche se ultimamente sembra che le cose stiano andando meglio, circola un atteggiamento un po’ ambivalente nell’ambito musicale italiano. C’è una certa supponenza quando si rimane all’interno delle mura italiane, e c’è poi un persistente senso di inferiorità – tranne casi rari – quando si varca il confine. Come mai, secondo voi?
P: Perché fuori dall’Italia è molto difficile raggiungere i risultati esaltanti (per alcuni) che si hanno in casa propria. La supponenza purtroppo è una controindicazione dell’eccesso di promozione: il beneamato “darsi un tono” che non serve a molto. Uscire dall’Italia significa andare a scoprire situazioni nuove e mettersi in gioco. Le band che hanno la possibilità di andare ma non vanno, lo fanno o perché non sono interessate, o perché non vogliono rinunciare agli annessi e connessi di una certa popolarità che hanno guadagnato in patria. Questione di scelte. A noi piace, per esempio. Fino a che saremo in grado continueremo a provarci.

G: Suonare all’estero è anche un modo per misurarsi. Fuori dai confini nazionali sei semplicemente un gruppo italiano in tour, non sei il gruppo dell’etichetta “x” e non sei neanche quello che ha suonato “la” con i “the..”
Se hai poco da comunicare la gente se ne va, se invece c’è qualcosa che hai bisogno di dire finisci i dischi. La cosa credo che terrorizzi un po’.

All’estero i gruppi italiani sono conosciuti, peccato però che non coincidono sempre con i più blasonati qui, sembra esserci sempre più una scena parallela (reale).

Come vanno i vostri concerti all’estero? Che tipo di risposta ottenete dal pubblico?
P: Come si diceva, suonare all’estero è esaltante (almeno per noi). Partire per dei piccoli tour ci fa sentire dei privilegiati. Abbiamo suonato in posti ridotti ma molto caldi. Si conoscono altre band interessanti e tante persone. L’esperienza con gli Yelho in Francia (vedi Tour report) è stata molto coinvolgente da questo punto di vista. Poi torni a casa e trovi un quintale di mail da persone che hanno ascoltato il disco e lo hanno apprezzato. Qualcuno dice di aspettarti per la prossima data e ti risale la voglia di accendere il furgone. Siamo dei privilegiati.

G: Sono la benzina per il nostro motore, e sinceramente ci fanno tanto sentire fortunati e privilegiati e fanno in modo che ogni giorno ci teniamo stretto quel che abbiamo.

Sinceramente, come vi vedete tra dieci anni?
P: Difficile dirlo. Spero ancora con gli strumenti in mano. Di sicuro non afflosciati su un divano a guardare Bruno Vespa in TV. Giuro.

G: Ci diamo appuntamento per un’altra intervista? Ci proviamo?

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