Go Down Moses - Mail, 29-10-2007 Intervista

23/11/2007 di

(I Go Down Moses - Foto da internet)

Benvenuti idioti. I Go Down Moses ci hanno stupito con un esordio post punk sporco e poco adatto alle classificazioni di genere. Suoni potenti, un'urgenza di fondo e tanta sfacciataggine. Mario Panzeri li ha intervistati: si parla di ricordi adolescienziali, di soul, di integrità morale, di tette e di sbronze.



Breve sussidiario illustrato dei Go Down Moses (compresi i primi strumenti di seconda mano, feste del liceo, corde rotte, gelosie, quella ragazza che vi guarda con insistenza dal fondo della sala al centro sociale) ...Insomma la vostra breve ma intensa biografia.
Abbiamo iniziato a suonare assieme quando avevamo tra i 15 e i 16 anni. Il gruppo aveva un altro nome e andavamo molto più veloce. Il primo concerto l'abbiamo fatto - guarda un po' - ad una festa del liceo (credo si chiamasse "Giornata dell'Arte"). I professori guardavano strano. Quando abbiamo deciso di smettere con l'altro gruppo è stato naturale andare avanti noi tre insieme sulle sonorità che al momento ci interessavano di più. Le ragazze purtroppo ci guardano poco, sul muro della saletta resiste appesa una corda rotta nel 2001.

Sono sincero, la prima cosa che mi colpisce di "Welcome Idiots" è il suono: avete registrato con Giulio Favero al Blocco A, raccontatemi, com'è andata? Quanto le sue scelte hanno influenzato il risultato finale?
Due anni fa avevamo registrato un demo che suonava bene ma troppo pulito e "fermo" per i nostri gusti. Nelle nostre rispettive collezioni c'era (c'è) più di un disco registrato da Giulio che ci piaceva sicché gli abbiamo scritto. Fortunatamente oltre a saperci fare con i suoni si è rivelato una persona estremamente diretta e sincera, ci è piaciuta molto. Anche se dovrebbe dormire un po' di più. Il disco è stato registrato in presa diretta, in analogico, poi abbiamo passato tutto in digitale per i pochi overdub e per il mix.

Riferimenti ad Al Green e il vostro nome riporta ad un pezzo di Louis Armstrong: jazz e soul, funk... Come questi universi sonori plasmano il vostro post punk?
Ossessività e ripetitività mutuate dall' hip hop, fluidità ritmica e movimenti pelvici del funk a fare da collante. Forse più l'approccio mentale alla composizione che l'esecuzione musicale in sé. Si possono trovare un sacco di rimandi ad elementi musicali propriamente neri, si possono avere un sacco di ragioni. Tra di noi, forse, è Fabrizio quello più attaccato ai suoni e all'immaginario funk (vorrebbe rinascere nero). E' anche riuscito a vedere il buon James Brown dal vivo prima che passasse a miglior vita. I Big Boys, perdio.

Spesso nell'ambito hard core o punk (ma anche garage, rock 'n' roll, eccetera) si parla di "integrità artistica" e "credibilità": non vi fa ridere la chiusura mentale di tanta gente? Mi pare non abbiate problemi a flirtare con certe traiettorie pop, mi sbaglio?
Infatti noi non siamo per nulla credibili. Più che di traiettorie pop, comunque, parlerei di "canzoni", di riuscire a trovare una melodia che eviti che il pezzo sia il solito ripetersi di ritmi già sentiti e riff fini a sé stessi. Diciamo che siamo più attratti dai catalizzatori di attenzione. Il concetto di popular nel nostro circuito musicale può rappresentare un buon esempio. La relatività resta sempre un buon moderatore sociale. Se poi il discorso trascende il piano prettamente musicale, credibilità e integrità sono valori umani di cui è del tutto inutile parlare. Meglio fare.

Il video di "My, What Big Teeth You Have" che compare sulla vostra pagina Myspace a mio parere si addice molto al pathos del pezzo: lo storyboard è una vostra idea? Com'è stato girato?
Con il concept non c'entriamo assolutamente nulla. Il video è stato pensato e scritto interamente da Francesco Peluso e girato da Francesco e Tommaso Vitali con l'aiuto di Alexandra. Per girarlo ci siamo chiusi per due giorni in un capannone semi abbandonato. Il primo abbiamo attaccato pezzi di cartone e sacchi della spazzatura su tutte le finestre. Il secondo abbiamo girato. Francesco ha ripreso ognuno di noi singolarmente spostando l'inquadratura ogni 15 secondi, poi ha montato tutto insieme. Il risultato è quello che vedete. Tutto sommato sembra che ci abbiano preso gusto, al momento sta scrivendo lo storyboard per il secondo video.

Secondo la recensione di Renzo Stefanel i testi sono il tasto dolente del vostro progetto: ma, qualcuno si curerà mai di ascoltare quello che dite finché sbraitate in inglese? Non sarebbe più semplice urlare in faccia a tutti in italiano?
Dunque. Premettendo che quando compriamo un disco la prima cosa che facciamo è leggere i testi, abbiamo trovato la recensione di Renzo Stefanel tutto sommato superficiale e banalotta. La coerenza non è una caratteristica umana (cit.) e nel leggere quel che scriviamo la modalità “ironia” dovrebbe sempre essere accesa. Oltre alle ragazze, i deliri di onnipotenza sono un ottimo argomento per i testi, così come i deliri pre-morte di un nonno o come lo squat che ha ospitato il nostro primo concerto durante una stagione che ricorderemo sempre, e che è stato raso al suolo nell'ambito del solito piano di ristrutturazione urbana. Senza stare a farci troppe seghe mentali, la musica è raramente fine a sé stessa. Forse è più interessante che scrivere solo di sbronze e di tette, quelle sono già un argomento naturale di conversazione e fonte di inestimabili aneddoti su tutti noi. Forse scriviamo anche di sbronze, però, può essere indicativo il fatto che sia stata messa in evidenza una citazione da Bowie che in fin dei conti sta lì solo perché suonava bene e non quelle dagli Adolescents o dai Germs, che stanno lì perché non potrebbe essere altrimenti. Troppo spesso poi si dimentica il valore musicale delle parole. Testo e voce fanno da strumento aggiunto al gruppo e contemporaneamente esprimono aspetti piuttosto condivisibili. Che poi sia difficile coglierne l'essenza siamo d'accordo, metafora e ironia ci sembrano un buon mediatico per raccontare la vita. Ognuno potrebbe tagliare frasi del disco e farle proprie dando loro un valore personale. Che poi coincida col nostro poco importa. Ascoltare italiano non equivale a capire italiano.

Quali sono stati i concerti o gli album che vi hanno cambiato la vita: non abbiate paura e siate sinceri... Periodi heavy metal ce ne sono stati?
Durante l'adolescenza, Washington anni '80 tutta, anni '90 in parte. L'hip hop, alle volte per fortuna, alle volte purtroppo. Dead Kennedys, Nomeansno, Refused, Blood Brothers, il signor Mike Patton. Il pezzo dei Cause For Alarm su una cassetta quasi inascoltabile in terza liceo. La discografia dei Minor Threat. Bad Brains, Fugazi, His Hero Is Gone. Più recentemente Björk, Radiohead, Clash e la musica house. “69 Love Songs” dei Magnetic Fields. Electric Wizard.

Commenti (1)

  • fake 26/11/2007 ore 14:25 @fake

    grandi cazzo!:)

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