Corde Oblique - Mail, 31-01-2008 Intervista

18/03/2008 di

(Corde Oblique - Foto da internet)

Già fondatore dei Lupercalia, il napoletano Riccardo Prencipe è uno dei punti di riferimento per una certa scena gotica/dark italiana. Con il progetto Corde Oblique spinge ancora di più la sua ricerca nella musica medievale e nelle sperimentazioni acustiche. Un artista poco conosciuto nel Bel Pease ma che - come spesso accade - nel resto dell'Europa ha ottenuto ampi riconoscimenti. Elisa Orlandotti l'ha intervistato.



Sei una nuova presenza su Rockit, ma non nel mondo della musica. Gli appassionati del mondo noir ti hanno già conosciuto come Lupercalia. Cos'è successo da allora? Come mai questo cambiamento?
Il cambio di nome è dovuto ad una ragione semplice: i Lupercalia avevano me come mente, ma come formazione sono mutati dal primo al secondo album e sarebbero mutati anche nel terzo; mi sono quindi reso conto che non aveva senso parlare di band ed era il momento di etichettare il lavoro come un mio progetto solista chiamando di volta in volta musicisti diversi.

Adesso ho trovato una forte stabilità e rilassatezza; con i miei ospiti , soprattutto con quelli che collaborano con me dal vivo, c’è molto affiatamento, ma ho capito che musicalmente sono fatto per essere single.

World Serpent, Equilibrium Music, Ark Records e Prikosnovenie: quattro etichette a cui corrispondono quattro Paesi (Inghilterra, Portogallo, Italia e Francia) per quattro dischi (due come Lupercalia e due come Corde Oblique). Sbaglio o sei, discograficamente parlando, un po' irrequieto!?
Non sbagli affatto, tuttavia la mia irrequietezza non è fine a se stessa; ho sempre firmato contratti per album singoli e non credo ci sia nulla di male nel cambiare etichetta. Ogni casa discografica ha i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza; un rapporto di continuità deve costruirsi solo se da entrambe le parti le aspettative sono realizzate al 100%.

Sono contento che i rapporti con le precedenti label siano tutt’oggi buoni, al di fuori della World Serpent, con cui non ho più contatti (la cosa non è dovuta a screzi, ma semplicemente al tempo), ma a cui sono davvero grato per aver creduto nella mia musica quando era ancora acerba. E' facile produrre grandi nomi che magari sfornano album in continuazione senza qualità; più complesso è puntare su un diciannovenne perché si crede in lui. Il vero merito sta nel fare scommesse difficili, e a suo tempo la World Serpent la fece.

Hai notato diversità nel modo in cui è stata accolta la tua musica in base alle caratteristiche del Paese in cui è uscita?
La distribuzione è sempre andata al di là del paese che ha prodotto il singolo album, quindi non saprei rispondere a questa domanda. So che il popolo francese sta accogliendo molto bene l’ultimo album, e, lo scorso settembre, ci ha anche ospitati con entusiasmo al festival della Prikosnovenie. L’ultimo disco mi sta dando molte soddisfazioni in questo senso; per fortuna so che sta piacendo non solo alla critica musicale, ma soprattutto alla gente; la cosa che mi dà più soddisfazione è che percepisco, dalle e-mail che ricevo, di avere un pubblico musicalmente molto colto che non esiterei a definire “competente”.

Il nome del progetto “Corde Oblique” richiama lo strumento chitarra (=sei corde) che, abbracciato, diventa obliquo rispetto al corpo del suonatore. Come mai hai scelto questo nome?
Credo, e spero, che la vita del progetto sia lunga e quindi ci saranno tanti contenuti diversi a cui mi sentirò vicino nel corso del tempo, ma, al di là dei vari significati, l’unico punto veramente fisso resterà il mio strumento; per questo ho cercato un nome che si legasse alla chitarra classica.

Il disco prende spunto da un vocabolo tedesco “Kunstwollen”, il quale rimanda alla teoria dello storico dell'arte Alois Riegel secondo la quale ogni epoca ha una sua volontà d'arte. Tu, con questo disco, attingi a piene mani a sonorità medioevali; ma se dovessi individuare nell'oggi (ovviamente in base ai tuoi gusti e alla tua cultura) un canone, chi ci indicheresti?
Se è vero che in parte la musica che scrivo è profondamente legata alla mia passione verso le sonorità del Due e Trecento, è altrettanto vero che non “attingo a piene mani”, ma lascio riaffiorare una memoria che in me è inesorabilmente presente in quanto la mia formazione musico-culturale è copiosamente imbevuta di tardo medioevo.

Parlare di canone oggi è difficile, arduo, e soprattutto si rischia di scivolare... qualsiasi passo si faccia! Anche i miei gusti variano abbastanza, ovviamente si tratta per lo più di oscillazioni, non di svolte radicali eh; i musicisti che attualmente vibrano in sintonia con le mie “corde” sono gli Anathema, Lisa Gerrard e Yann Tiersen.

In "Volontà d'arte" ti accompagnano voci femminili bellissime: in primis quella di Floriana Cangiano, ma anche quella di Caterina Pontrandolfo; come le hai scelte?
Gli incontri con le voci e con i musicisti sono come i legami che si stabiliscono tra tanti atomi in un calderone: casualità fortuite, o incontri predestinati... chi può dirlo.

I due nomi che hai fatto hanno dato e danno moltissimo alla mia musica. Floriana proviene dalla musica popolare; credo che chi si affacci a questo contesto musicale con orecchio vergine riesca a dare anche di più rispetto a chi lo conosce già. Io stesso mi sono avvicinato a questo genere in modo molto ingenuo, senza conoscerlo più di tanto; forse in questo modo non avevo grandi miti da imitare e credo che questo sia stato solo un bene. Con Floriana sto inoltre trovando molta sincronia nei live, la stessa sincronia che ho con gli ospiti con cui lavoro da tempo dal vivo: Alfredo Notarloberti, Luigi Rubino, Francesco Manna; tutti musicisti che stimo da morire, sia personalmente che musicalmente.

Di Caterina Pontrandolfo apprezzo moltissimo il timbro vocale, è un tipo di voce calda ed avvolgente che deriva anche dalla sua attività di attrice.

Hai suonato con gruppi come Bauhaus, KT Tunistall, Ataraxia, Kirlian Camera e Spiritual Front. Ci vuoi raccontare di qualcosa che ti ha colpito nel suonare con questi artisti?
Sarò laconico: ho notato che i musicisti di qualità sono sempre umili e semplici; i più incapaci invece sono quasi sempre presuntuosi.

Un disco come “Volontà d'arte” come viene presentato dal vivo? Faccio fatica a immaginarlo in una situazione diversa che la solitudine di una notte illuminata da una candela profumata...
Cerco l’impatto nei brani, le versioni live sono sempre più energiche. Il contesto ovviamente è importante. Tra i luoghi più belli non posso non ricordare che è sempre bellissimo suonare al Castello medievale di Itri; l’atmosfera di quel posto si intona perfettamente ai miei brani e suonare lì è sempre un piacere.

Altro posto dove spesso ho suonato è l’Olanda, probabilmente ci torneremo il prossimo maggio. Di recente ho inoltre partecipato al festival della mia etichetta, la Prikosnovenie, ed è stata una bellissima esperienza; devo dire che non posso che essere orgoglioso di far parte di un contesto così carico di ottimi musicisti quale quello dell’entourage francese.

Napoli è una città assolutamente feconda per quando la musica; giusto per fare qualche nome di artista attivo in ordine rigorosamente sparso e senza guardare al genere (mi perdonino gli omessi!): Planet Funk, i due Bennato, Gragnaniello, gli ex 99posse (Mag-Jovine-Messina-O'Zulù), gli Almamegretta, 24 grana, Polina, Co'Sang, Teresa De Sio, E Zezi, A67, Daniele Sepe, Beppe Barra, Pino Daniele, Blessed Child Opera ed Epo. Quanto ti senti parte di questa comunità?
La comunità di cui musicalmente mi sento parte è una realtà che la città di Napoli non riconosce ed è fatta da questi nomi: Argine, Ashram, Gor. Purtroppo Napoli è lenta e so che il riconoscimento per noi arriverà molto tardi (se mai arriverà). Il solo fatto che io abbia suonato più volte in Olanda che a Napoli la dice lunga.

Di tutte le persone che hai citato conosco solo Meg, pur essendo un genere molto diverso dal mio apprezzo molto la svolta che ha avuto e credo che il suo album solista sia davvero un bel disco; inoltre la stimo anche come persona. Altri nomi che musicalmente ammiro, pur se inseriti in un contesto diverso dal mio, sono Spakka-neapolis 55 e Discanto Ensamble, ma l'artista a cui tutti noi dobbiamo molto, secondo il mio parere, è Roberto de Simone: attualmente l’espressione più alta della cultura musicale di Napoli.

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