Mannarino - Il viaggio sudamericano di Mannarino Intervista

Tutte le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi - Tutte le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi -
16/01/2017 di

In tempi di crisi, umore a terra e malcontento, Mannarino ha deciso di guardare a sud. Al sud di Mujica e a quello di Chico Buarque, un modo di pensare (e di suonare) che cerca una terza via, che non dimentichi i colori né la tristezza. Abbiamo incontrato il cantautore romano alla fine di una stressante giornata piena di interviste: abbiamo parlato di muratori, anarchia e musica brasiliana.

 

In molti ti definiscono un cantautore nazionalpopolare, nel senso che arrivi a tanta gente. Probabilmente è perché nella tua musica (e in questo disco in particolare) riesci a restituire un senso di “comunità”. È musica che pare dire “vi capisco, stiamo insieme su questa barca, su con la vita e andiamo avanti”
Non mi sono mai piaciuti i gruppi di appartenenza, li trovo sterili e autoreferenziali. Non credo che per fare cultura o musica con dei contenuti bisogna chiudersi in una nicchia. Sarebbe da scemi e anche da razzisti, ed è quello che ho visto fare spesso a molti intellettuali, che tra l’altro ormai sono rimasti in quattro, totalmente persi nei loro discorsi astratti. Invece a me piace metterci la pancia in quel che faccio, voglio guardare all’essere umano, non al fighetto o alla persona sempliciotta.
Una volta un muratore mi ha detto: “a Mannarì, so curioso de vedé che farai nel prossimo disco, perché l’ultimo che hai fatto ha messo d’accordo a noi, e a quelli col cravattino” (ride).
Insomma, stiamo tutti sulla stessa barca, e poi la mia musica piace pure ai vecchi, pure ai bambini. Che c’è di più bello di essere universali? Non potrei mai fare una musica settoriale, anche perché quello che c’è dietro a quello che scrivo è importante. Magari a comporre un pezzo ci metto anche solo 10 minuti, ma quello che c’è dietro ci vogliono anni a farlo sedimentare. Ricerca, letture, viaggi, cercare di comprendere, starci male. C’è talmente tanta roba dentro che per forza le canzoni parlano a tutti. Lo stile musicale può piacere o meno, però ci sono contenuti in cui tante persone si rispecchiano, c’è un modo di vedere la vita.

Ti senti schierato politicamente, a livello artistico? Mi è capitato in passato di sentire commenti su di te che ti definivano “de sinistra”.
(ride) Ma quale sinistra, la sinistra in Italia non esiste. A livello concettuale, sicuramente. Bisogna pensare con la propria testa, al di là dello schieramento politico. Ovviamente non sono conservatore, né reazionario. Ho una visione progressista dell’umanità, e so anche che tante volte viene spacciato per “sinistra” un pensiero che di sinistra non è. Un pensiero intellettuale, elitario che non ha niente a che fare con l’idea di uguaglianza. D’altra parte mi sono fatto le mie idee leggendo dei libri, cercando di farmi una cultura, un modo di pensare all’umanità tutto mio. È un periodo incasinato, ma quello che ti vorrei dire è che sto al di là pure della sinistra. Se dovessi risponderti sinceramente, il mio pensiero va più verso l’anarchia.

 

Con i primi lavori ti eri fatto conoscere come un cantautore “caciarone”, urlatore, ironico. Poi con “Al Monte” hai cercato di sterzare, puntare tutto sul messaggio, al costo di perdere qualche fan. Con questo nuovo disco sembra però che tu sia riuscito a trovare una sintesi perfetta.
Era proprio quello che cercavo. Ma devo fare un po’ di autocritica: anche se per me “Al monte” è stato un album necessario, un punto per cui volevo passare, sono stato un po’ sadico perché era un lavoro molto cupo. Però sentivo che in quel momento era quello che mi serviva. Negli ultimi anni mi sono guardato attorno: basta girare per strada, specialmente nella mia città, Roma, per percepire un umore che si abbassa sempre di più, si fa strada il pensiero che non ce la si può fare, c’è un po’ di pesantezza… allora io so’ andato a cercà i colori. Sentivo proprio di dover far questo.
E infatti se vedi la copertina parla da sola: ci sono tutte bandiere tagliuzzate, smembrate, che perdono di valore, di senso, rimangono solo i colori. Come dire: oggi giorno si costruiscono muri, si tracciano barriere, si alzano fili spinati… ma sopra ci sta un cielo che ci unisce tutti. Basta mettersi in cammino, questo è il senso. E il mio cammino ovviamente parte da Roma, che sta a pezzi. Poi c’è “Apriti cielo”, che è la seconda traccia e che parla di una fuga, che però lascia speranza. Perché non è la fuga di chi ha paura, ma di chi ha conservato quel grado di vitalità per riuscire a dire no, per rifiutare un modello che ci viene imposto. E nel mio cammino sono andato a cercare questo colore nel posto che per antonomasia ha incarnato il risorgere dalle ceneri: il Brasile, che poi è stato l’ultimo paese dell’America Latina ad abolire la schiavitù.

Ci sei stato?
Tante volte. L’ultima due anni fa, ho attraversato da solo il Brasile per due mesi con lo zaino in spalla. È stato strepitoso, mi sono trovato in situazioni che non avevo mai vissuto; ho suonato nei baretti, nel deserto. Ho preso tantissimo dall’incontro, che poi è quello che dice Vinicius De Moraes: “la musica è l’arte dell’incontro”. La musica brasiliana è questo, ha fatto incontrare ciò che era scontro e l’ha fatto diventare incontro. I bianchi e i neri, i padroni e gli schiavi. A un certo punto si è unita l’armonia della musica classica con i ritmi tribali africani ed è nata la musica più felice del mondo che è il samba, la musica che celebra la vita. “La gente trabalha o ano enteiro, por um momento de sonho pra fazer a fantasia, de rei ou de pirata ou de jardineira, e tudo se acabar na quarta-feira” (da “A felicidade” di Vinicius de Moraes, ndr). Questa è la vita, non è solo il carnevale. Tu lavori un anno intero per passare un momento di fantasia, per essere chi vuoi e celebrare la tua vita, ma poi arriverà per tutti un mercoledì delle ceneri. Però io non c’ho paura. È questo quel che dico nell’”Arca di Noè”. Io non ho paura, non mi serve il paradiso.
Sì, viaggiamo sperduti e alla deriva, viaggiamo nel tempo e nello spazio, non sappiamo da dove veniamo o dove andiamo. Ma se la vivo al 100% non so nemmeno cos’è la paura. È quando sei costretto a vivere una vita senza viverla veramente che hai bisogno del paradiso, perché ti dici che questa è una valle di lacrime, ma durerà poco perché ti aspetta un’eternità in cui tutto va bene, tutto è bello. Invece il carnevale mi insegna il contrario.



Questa sintesi è connaturata nella musica brasiliana, che è l’unione della tristezza e della gioia, “una tristezza che balla”. Come ti sei avvicinato a certi suoni?
Ho scoperto la musica brasiliana a 18 anni, quando ho cominciato a girare per i localini di Rione Monti, San Lorenzo e Termini. Facevo il dj di world music, e in quel periodo conobbi la mia prima band, che era formata da un percussionista e un chitarrista brasiliano molto più grandi di me. Un giorno mentre passavo un pezzo di Jobim si avvicinò questo chitarrista, ci presentammo e io in uno slancio di coraggio gli raccontai che suonavo. Dopo qualche sera eravamo in una saletta a suonare insieme. Questo è stato il mio primo impatto con questa musica. Piano piano l’ho esplorata: ho ascoltato l’olodum, il samba reggae, il samba delle origini, il forrò nordestino. Poi a un certo punto ho scoperto i tropicalisti. Avevo già ascoltato qualcosa di Caetano Veloso e altri, ma quando arrivai a Chico Buarque capii che ero di fronte a un genio, a una specie di dio. Si capisce non appena ascolti “Roda Viva”, una canzone che parla dell’arrivo di una dittatura e invece sembra che parli della fine di un amore, e poi “A pesar de você”, “Càlice”, “Construção”. Tutti capolavori. Lui è il mio maestro prediletto, il mio maestro più grande che mi ha influenzato di più, specialmente negli ultimi anni. Mi ha cambiato la scrittura, è diventata più metaforica. Perché la sua lezione è questa: la metafora. Buarque e gli altri cantautori del suo tempo per non farsi beccare dal dittatore dovevano nascondere le parole nelle storie. E io negli ultimi dischi sto facendo la stessa cosa, anzi ho affinato la tecnica e sono arrivato ad avere tre piani di lettura diversi usando le stesse parole. Mi sto divertendo a fare questo.

Come sei arrivato alla codificazione di una musica brasiliano-romanesca? Era un suono che avevi in mente sin dall’inizio, o è uscito tutto in maniera naturale?
Sono 10 anni che faccio ricerca musicale in questa direzione, e a forza di praticare questa confidenza con la musica brasiliana l’ho fatta mia. Sono cresciuto così, mentre imparavo lo stornello, imparavo anche la musica del Brasile. Quindi per me sono a pari livello, è tutto nello stesso calderone.



Però era un’influenza che, seppure fondamentale, finora nella tua musica non era ancora uscita.
No, l’ho sempre tenuta nascosta, più o meno. In questo disco invece sono stato più spudorato, mi serviva sta botta de vita (ride). Nel mio calderone delle ispirazioni puoi incontrare di tutto, da Cesària Évora ai griot africani, da Petrolini al Brasile. La critica chiama “world music” semplicemente tutto ciò che non è anglosassone. Se dici che fai world music sembra quasi che tu stia suonando qualcosa di nicchia, ma non è vero! Siamo più noi che gli americani. Solo che essendo provincia sperduta dell’impero americano, la musica che sento spesso uscire dai dischi degli europei o degli italiani è un semplice copiare la roba che arriva dall’America. Io si vede che sono bolivariano dentro, ma sono molto più appassionato al Sud America e alla ricerca che c’è in questo momento lì, anche politica, con tutti i fallimenti che questo comporta. Da Chavez a Maduro, Morales, l’Argentina...

Anche perché (e se sei un appassionato lo saprai) in Brasile la musica e la politica hanno un legame profondissimo che in Italia fatichiamo davvero a capire
Per me, cercare la gioia adesso, in questo paese, è fare politica. Dare un peso all’idea di possibilità e di colore. Perché altrimenti se ci facciamo andare bene questa realtà, così com’è, non andiamo da nessuna parte.
Sono andato a guardare al Sud America perché è il luogo del mondo in cui nell’ultimo secolo c’è stata una certa una ricerca politica, da Mujica a Morales. Una ricerca su quella che può essere una terza via, un “socialismo indigeno”, non so come chiamarlo... di certo è una realtà che mi interessa e mi dà più possibilità di un posto come il Nord America, dove se ti va bene ti prendi una pasticca per svegliarti e una per dormire. In Brasile invece la commistione con gli indigeni e con gli schiavi africani ha creato qualcosa di più, qualcosa di diverso. Una lotta per la liberazione più sanguigna e più forte. Noi occidentali siamo dei positivisti, nasciamo dal logos platonico, abbiamo una divisione perfetta tra mondo delle idee e la mera copia. La ragione è il nostro faro, la nostra massima espressione può essere solo il positivismo, quindi soggiogare la natura e diventare tecnologicamente “da paura” (ride). Però umanamente, s’è capito poco. E quindi ecco, io sto a guardà da un’altra parte.

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