Marco Parente racconta il suo disco pubblico, che vive solo nei live e non sarà mai stampato Intervista

Disco pubblico marco parenteDisco pubblico marco parente
04/03/2016 di

Da qualche tempo Marco Parente sta eseguendo dal vivo le sue nuove 10 canzoni, ma senza averle prima messe su disco. Dopo lunghe riflessioni circa il modo di fruire la musica nel 2016, che vede il supporto fisico sempre meno centrale per la realizzazione dell'opera d'arte, ha deciso di non realizzare un cd o vinile, ma di lasciare che sia il pubblico, durante i live, a registrare le canzoni e postarle on line. Ci siamo fatti raccontare tutto di questa idea e di come il pubblico stia reagendo.

Raccontaci il “Disco pubblico”. Come e quando è nata l'idea?
Il concetto si è realizzato e conclamato strada facendo, ed è nato da due tipi di riflessione, una più personale e una da “esterno”, osservando ciò che mi circonda e come vanno le cose nel mio mestiere e nel mondo della musica. Il primo è personale perché l'idea dell'opera vivente, della pubblicazione vivente già mi era balenata qualche anno fa, quando avevo fatto lo spettacolo del Diavolaccio, e già mi ero reso conto del modo un po' liquido di fruire dell'opera e della musica in particolare. Mi stavo accorgendo che stava cambiando molto, e aveva sempre meno senso l'oggetto, si andava sempre più verso la smaterializzazione. Però, col Diavolaccio c'era l'idea dell'opera vivente che si compie mentre si fa, senza tramandarla con la riproduzione seriale e industriale. Era un lavoro autoreferenziale anche, perché ero io l'opera vivente.
Invece questo progetto è nato anche da alcune letture, tipo “Come funziona la musica” di David Byrne, che in certi capitoli affronta proprio il percorso che ha fatto la musica dal momento in cui ha iniziato a essere registrata e riprodotta, con l'avvento del digitale e di altri progressi che ha portato alla smaterializzazione: questo ha rimesso tutto in discussione e ha portato un po' tutti, anche il pubblico, a ritrovare la voglia di concreto, per esempio col ritorno del vinile da un lato, e dall'altro col rito collettivo del concerto. Questa è stata la svolta per me, ho iniziato a pensare di passare da un'opera autoreferenziale a un'opera che si compiva nella condivisione.
Quando ho capito che avevo le canzoni per un album sono anche entrato in studio per il normale iter, però ne uscivo abbastanza insoddisfatto e frustrato, mi sembrava che quella non fosse la forma giusta. Oltretutto c'è secondo me una certa massificazione anche nella realizzazione, che rende i dischi un po' tutti uguali, tutti compressi, tutti che devono passare tramite delle frequenze precise, e questo toglieva senso a quella canzone che tante volte mi ero suonato nella mia stanza, tante volte dicendomi “ma perché non c'era nessuno a sentirmi?”, quella era la versione che avrei voluto riprodurre, e siccome questo è abbastanza casuale e imprevedibile... dal punto di vista del disco è tutto scritto, è uno spartito vivente, e questo non cambia quando dico che c'è la pubblic-azione, il pubblicare che sta nell'azione. Bastano tre elementi: delle pareti, un gestore di locale, e il pubblico. L'ho detto ma mi ripeto: io sono le mie canzoni, i musicisti sono gli strumenti, il locale è lo studio di registrazione, ma soprattutto il pubblico è il registratore in persona.
E questo avviene in due modi: uno come l'opera che ogni volta che accade si compie, e questo lo fai solo immagazzinandolo dentro la tua testa, nei ricordi. Questo ha un valore quasi di tradizione, che sta nel tramandare quello che hai visto e sentito: l'ho chiamato heart disk. L'altro è l'uso della protesi digitale, che io concedo, e non dico che incoraggio, ma che prendo come un provare a non subire la tecnologia, di cui spesso si fa un uso passivo, basta sentire la pubblicità della Tim dive Pif dice “la tecnologia ti dà la libertà di non dover scegliere”. Questo invece potrebbe dare un senso di responsabilità: ora il mio punto di vista vale. Io lo considero sacro quel punto di vista, è come la copia di un disco, i produttori diventano le persone che vengono a vedere il disco che si compie. Non esisteranno versioni ufficiali però già si stanno accumulandole varie versioni, tutte le canzoni si possono sentire e io questo lo considero il disco, e spero che saranno sempre di più, fino a diventare un enorme archivio che non si può toccare e tenere in un cassetto o su uno scaffale, ma si può ricordare e guardare.



Non hai paura che il pubblico finisca per concentrarsi sullo smartphone più di quanto già non si faccia, perdendosi di fatto l'esperienza da “sigillare nella mente e nel cuore”?
È un rischio da correre. Io mi sento molto chiaro in quello che sto facendo e tutti gli sviluppi o le implicazioni che può avere questo esperimento, questo modo di fare un disco, le osservo con molta curiosità. Fino a oggi ce ne sono state 4, e ogni volta è successo qualcosa che non mi aspettavo, e ho visto due modi di partecipare: qualcuno si è dedicato semplicemente alla musica, e questo è come aver raggiunto il risultato, con la musica che torna al centro, il pubblico concentrato sull'ascoltare. Altri si sono concentrati sul riprendere, ma nessuno ha mai ripreso tutto. Di sicuro ho visto una concentrazione che non avevo mai visto, magari è un caso perché sono le prime date, però questo esperimento è passato, almeno dal punto di vista della concentrazione. Io l'ho detto da subito: l'opera già esiste, decidete voi come viverla e come farla vivere. Era sciocco impedire quello che già si fa, a questo punto diamogli un valore in più.

Da un certo punto di vista si può dire che sia anche un'opera di pop art?
Nel senso della riproducibilità, di cui parlava anche Benjamin prima di Warhol sì, però il senso della serialità è diverso, in questo senso la pop art criticava l'uguaglianza, le icone che si autoriproducono sempre uguali, in questo caso si va a finire nella liquidità della riproduzione. Da un certo punto di vista è vero, ognuno riprende da un punto di vista la stessa immagine, questo è vero nel caso dei video, soprattutto la prima data dava questa impressione, perché era sempre la stessa immagine che si riproduceva. Però si dà valore alla serialità, nel senso che il punto di vista che è sempre diverso, il punto di vista rende l'”icona” sempre diversa.

C'è un po' un ribaltamento di ruoli, il pubblico diventa in un certo senso l'artista.
Ci sono dei ruoli ben precisi, ma non è tanto diverso da quello che succede anche in una mostra: l'opera d'arte esiste nel momento in cui qualcuno la guarda. In questo caso il tuo punto di vista, le tue conclusioni sono l'opera in sé, ognuno è l'artefice di quello che ha visto.

Se ti trovassi dalla parte del pubblico faresti qualcosa di diverso?
No. Probabilmente, anche per una questione generazionale, non riprenderei e proverei a concentrarmi sul momento, sull'ascolto, e dopo ne parlerei a cena con gli amici per creare discussioni e far sedimentare il ricordo delle sensazioni, di quello che si è visto.



Un bilancio dopo queste prime date?
Per fare un bilancio è un po' presto, però gli input sono stati tanti, come anche le discussioni che ho avuto incontrando dopo le persone. Anche cose insospettabili, ragazzi anche molto giovani che vengono a dire “ho capito l'idea e sono venuto solo per questo”, hanno vissuto l'idea e magari si sono persi le canzoni. Mi sembra che stia incuriosendo e innescando forse anche una riflessione, che i segnali siano positivi. Una cosa che ti fa capire quanto le persone si possano ingegnare andando anche oltre la tua idea: una persona che non è potuta venire a Radio Popolare ha pensato di riprendere con l'iphone la radiosveglia dove andava in onda, e ha postato il video della radiosveglia poggiata su un tavolo, facendo ancora un corto circuito in più: ha ripreso la radio che stava riprendendo il disco pubblico che stava girando il disco.
Questa cosa viene eseguita proprio come un disco che gira, non c'è spettacolo, ci siamo noi che suoniamo e il pubblico si concentra, che magari a volte è titubante ad applaudire ma poi lo fa perché vuole far sapere che la cosa gli sta piacendo oppure no. Siamo molto concentrati e sentiamo l'energia, se c'è.
Se ne sta parlando anche a livello di media, e la cosa che mi fa piacere è che le poche cose che sono uscite sono state molto chiare, molto attente, hanno dedicato un approfondimento alla cosa e lo trovo molto sano, spero che se ne continui a parlare, anche per criticarlo, perché no.

Progetto “pubblico” a parte, come racconteresti il disco?
Penso di aver scritto le canzoni più canzoni che abbia mai scritto, forse anche per il metodo, visto che non ci si poteva concedere a sovrarrangiamenti, sovrastrutture e troppa estetica: ero solo io coi musicisti, potevo solo approfondire la canzone e la scrittura, che è molto più precisa e rotonda rispetto ai miei dischi precedenti, che sono più barbari nel divorare vari vestiti o estetiche messe al servizio. In questo caso è come se fosse un disco non prodotto, ma consapevolmente, come vedere uno spartito scritto però suonato. Era una conseguenza logica, perché se a questo progetto, che sembra piuttosto concettuale, si fosse associata una musica altrettanto concettuale, sarebbe diventato un esperimento, appunto, concettuale. Invece al centro c'è il disco, ci sono le canzoni che sono, ripeto, le più canzoni che abbia mai scritto, e sono anche le più terrene nei temi e nelle parole. L'unico riferimento che avevo chiaro in testa come modus operandi erano gli ultimi due dischi di Veloso, dischi crudi che sembrano riprese in sala prove senza troppo filtro: un microfono, quello che stai suonando è quello che sentirai, questo è avvenuto anche nella scrittura, c'è molta essenzialità. Un altro riferimento è John Lennon/Plastic Ono Band, dove non c'è nessuna maschera, o ti piace o non ti piace. Di sicuro non puoi dire “è una cosa di Parente, è difficile, non lo capisco”.

Tag: intervista

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