Marta De Pascalis / intervista

Marta De Pascalis: "L'elettronica italiana è ricca e varia, ma c'è molta invidia"

Dall’IDM e il glitch alla sintesi analogica, da Roma a Berlino: la musicista e sound designer racconta un genere musicale che in Italia è abbastanza di nicchia – o forse no – e ripercorre lo otto tracce del suo nuovo album “Sonus Ruinae”, un omaggio alla città natìa
16/09/2020 13:30

Marta De Pascalis è una ragazza romana che vive e lavora a Berlino da nove anni. Musicista e sound designer, si serve prevalentemente di sintetizzatori e nastri per comporre la sua musica elettronica pazza e sofisticata, che impasta elementi sonori liberi in schemi ripetitivi, con il risultato di una melodia ipnotica, che si forma e si deforma continuamente, viaggiando all'interno del mondo della sintesi analogica.

Sonus Ruinae, uscito il 7 settembre, è il suo ultimo album e il primo firmato Morphine Records: otto tracce che si ispirano e rendono in musica l’immagine di Roma, la città natìa dell’artista, parlandone come "uno spazio disseminato di rovine con il quale si è costretti quotidianamente a rapportarsi […], cui noi stessi andiamo incontro trascinati dall’inesorabile scorrere del tempo", spiega Marta.

TRACKLIST

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La giovane musicista incontra la musica quando era piccola, un po' come capita a tutti: "Ho una sorella dieci anni più grande di me, una pianista molto talentuosa. Da piccole cantavamo e suonavamo insieme tutto il tempo", racconta: "Crescendo e prendendo coscienza dei miei interessi ho deciso di studiare teoria musicale e armonia. Successivamente ho intrapreso gli studi di fonia e programmazione MIDI". Poi, l'approdo a Berlino nel 2011, quando aveva 24 anni, guidata da nessuna specifica ambizione, ma piuttosto spinta dalla voglia di crescere al di fuori dell’ambiente che l’aveva forgiata fino a quel momento e spinta dalla curiosità di fare nuove esperienze, dopo l’anno a Londra.

Marta De Pascalis - foto di Miriam MarleneMarta De Pascalis - foto di Miriam Marlene

Nella Alexanderplatz’s city, si inserisce nella compila dei talenti italiani all'estero e si connette a quella cerchia di artisti che osano e sperimentano altrove un genere musicale che in Italia, è abbastanza di nicchia. O forse no. Capiamo con lei cosa significa veramente "parlare di elettronica" in Italia, e a Berlino:

Davvero questo tipo di elettronica non attecchisce in Italia?

A dir la verità non ho la percezione che non attecchisca. E vedo l’Italia come un terreno ricco di progetti interessantissimi, a volte più che a Berlino, dove molto spesso si sente la stessa solfa omologata di synth modulari, dark ambient e deconstructed club music, eccetera: molti artisti finiscono per suonare l’uno uguale all’altro. È vero che di progetti di artist* italian* residenti a Berlino che ne sono tantissimi. Ad esempio, Rainbow Island, Polysick, Eva Geist, Trapcoustic, Heroin in Tahiti, Bellows, Laura Agnusdei, Lorenzo Senni, Caterina Barbieri, Mana, Vipra, le label Boring Machines, Artetetra, 901 Editions, Senufo Editions, Haunter Records, Canti Magnetici, Presto?!, Hunderbiss, Second Sleep, Communion, e sicuramente altri.

Perché proprio a Berlino?

A Berlino in particolare, ma anche generalmente nel Nord Europa, credo ci sia innanzitutto un giro di artisti più grande e un conseguente numero maggiore di situazioni musicali. Per via soprattutto della presenza di una politica sociale che permette ai giovani di lavorare nella cultura venendo riconosciuti, supportati e tutelati dalle istituzioni. C’è molto rispetto e un naturale interesse verso queste istanze e anche per questo si è creata una cerchia di artisti che orbita intorno a varie città, Berlino compresa.

Marta De Pascalis – foto di Miriam MarleneMarta De Pascalis – foto di Miriam Marlene

C’è collaborazione oppure rivalità tra gli/le artisti/e che lavorano a Berlino?

Ne conosco tanti e devo dire che c’è grande solidarietà tra i musicisti e i producer: ci si aiuta, ci si scambia feedback, opinioni, contatti. Molto più a Berlino che in Italia, devo ammettere, dove mi sembra che appena qualcuno comincia a imboccare la strada del cosiddetto successo, subito si vada giù con critiche e i giudizi. Che francamente mi sembrano pregne di invidia, piuttosto che costruttive.

Che differenze hai trovato tra un set italiano e gli altri paesi?

Ho suonato un po' ovunque: dallo Spazio Anarchico 76A di Napoli al Berghain di Berlino, fino al Dal Verme di Roma al Cafè Oto di Londra. Il set è d’ascolto e può essere inserito in contesti diversi. I feedback dipendono dai contesti in cui si suona e da quanto è curioso ed espansivo il pubblico che ascolta. Sicuramente non mi lamento dei feedback italiani, anche se devo dire che quando suono a Londra, specialmente al Cafè Oto, si instaura un tipo di magia con il pubblico piuttosto unico e speciale. Lì credo di avere ricevuto i migliori feedback di sempre anche in termini di specificità delle domande, curiosità ed interesse da parte del pubblico. Mi ricordo che un tipo, dopo aver suonato, mi chiese addirittura che scala avevo scelto per un determinato pezzo e perché, cosa che mai avrei immaginato potesse scaturire l’interesse di qualcuno del pubblico.

Cosa hai sperimentato prima di arrivare a Sonus Ruinae?

Ho iniziato a suonare musica elettronica intorno al 2006, con le drum machines che rubavo ai ragazzi che suonavano ai rave. Più che la tecno, già allora mi piaceva la musica psichedelica, l’elettronica inglese e tedesca, gli Autechre tra tutti, e così inizialmente da quelle drum machines e successivamente con il computer è nato il mio primo progetto, Maesia, di stampo idm e glitch. Ogni tanto suonavo in giro, finchè un giorno, durante un live – in quello che oggi è diventato il club OHM di Berlino –, ho sentito che suonare con il computer mi annoiava terribilmente e che, quindi, non aveva più senso per me. Mi sono fermata per un paio d’anni, durante i quali sia scoprendo musica sia strumenti nuovi, mi sono lentamente avvicinata al mondo della sintesi analogica.

Genesi dell'album?

L’album nasce nel maggio del 2019, durante una residenza al WORM Sound Studio di Rotterdam. Poi, sono andata a Milano in residenza da Standards a riascoltare, selezionare ed editare il materiale registrato, che ha cominciato piano piano ad assumere la forma di un potenziale album. Ho finito di lavorarci su a febbraio 2020, mi sembra. È nato durante un periodo di ricerca grazie al quale ho scoperto strumenti e, dunque, suoni nuovi che abbracciavano la mia idea di estetica musicale e che sentivo potevano essere veicoli idonei per ciò che volevo esprimere. A dir la verità, non sono entrata in studio con l’idea di fare un disco, ma il processo è avvenuto gradualmente e spontaneamente, finchè non ho trovato un filo conduttore tra alcuni pezzi registrati che fossero in grado di dare voce e narrativa alle mie esigenze comunicative e artistiche.

Lato A di Sonus Ruinae. Cover artwork di Lorenzo Mason Studio – Rabih Beaini, della Morphine RecordsLato A di Sonus Ruinae. Cover artwork di Lorenzo Mason Studio – Rabih Beaini, della Morphine Records

Qual è il significato dell'opera complessiva e del titolo: Sonus Ruinae?

Sonus Ruinae significa letteralmente "Suono Rovine". Il suono del genitivo – ruinarum, letteralmente "delle rovine" – non mi convinceva, quindi ho deciso di lasciarlo così, in ae. Il lavoro è ispirato alla mia città natìa e le tracce ripercorrono umilmente i suoi spazi, le sue strade, le sue piazze. È un omaggio a Roma: non parlo della Roma trafficata e caciarona, arrogante e corrotta che si dipinge semplicisticamente tra le stanche chiacchiere qualunquiste da bar, ma del modo in cui io personalmente la vedo e la vivo, ovvero come uno spazio disseminato di rovine con il quale si è costretti quotidianamente a rapportarsi. Rovine severe e imponenti, testimoni onnipresenti della decadenza dei suoi spazi e allo stesso tempo di noi stessi, che li viviamo, e andiamo incontro trascinati dall’inesorabile scorrere del tempo. In qualche modo volevo donare un canto a questi luoghi ed al senso di straniamento, sopraffazione e fascino che si può provare, o che almeno io provo, attraversandoli. Alcuni dei titoli sono ispirati a versi di poeti inglesi romantici che l’hanno vissuta ed erano ammaliati dalle sue rovine – come Byron, Shelley e Keats – e la tracklist si dispiega in un ipotetico ingresso nella città rovina, attraverso i resti di un elemento architettonico – Volta –, sino all’uscita posta sulle sponde del suo mare – On The Echoing Shore –.

Qual è stata la difficoltà maggiore nella realizzazione di questo album?

È stata e continua ad essere parlare del disco. È un lavoro molto personale e temo di fare fatica a rendere il mio immaginario tangibile con le parole, o comunque più accessibile di quanto non lo sia che con i suoni. D'altronde è la musica a raggiungere quello che le parole non riescono: ciò che è custodito nella sfera dell’incomunicabile.

E ora, cosa ti aspetta?

Difficile azzardare progetti futuri in questo 2020 disastroso! Sto lavorando a un altro disco, un’installazione sonora, nuove collaborazioni con musicisti e artisti visivi. Nonostante la botta ricevuta dalla situazione pandemica e il conseguente fermo imposto alle situazioni concertistiche, non ho smesso di essere ispirata e di continuare a fare musica. Non smetterò mai.

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L'articolo Marta De Pascalis: "L'elettronica italiana è ricca e varia, ma c'è molta invidia" di Claudia Mazziotta è apparso su Rockit.it il 16/09/2020 13:30

Tag: album

Commenti (2)
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  • danil 8 giorni fa

    un po noioso

    > rispondi a @danil
  • juliansaints 4 giorni fa

    in bocca al lupo Marta

    > rispondi a @juliansaints
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