Marta sui Tubi - Stop al Televoto Intervista

Foto di Simone Cecchetti - L'intervista di Rockit ai Marta sui Tubi dopo il Festival di SanremoFoto di Simone Cecchetti - L'intervista di Rockit ai Marta sui Tubi dopo il Festival di Sanremo
06/03/2013 di Sandro Giorello e Marco Villa

Dieci anni di carriera, la partecipazione al Festival di Sanremo, il nuovo disco in uscita. Il momento migliore per fare una chiacchierata con i Marta sui Tubi. Giovanni Gulino, Carmelo Pipitone e Mattia Boschi sono venuti a trovarci in redazione e ci hanno finito la scorta alcolica. 

 

Siete sopravvissuti al Festival?
Carmelo: alla fine abbiamo avuto un calo di tensione incredibile.
Giovanni: fino all'ultimo giorno a Sanremo eravamo tutti gasatissimi, appena tornati ci siamo presi la febbre.

È un altro mondo?
Carmelo: è la Las Vegas italiana.
Giovanni: per tutto il giorno sei preso e trasportato da un posto all'altro. Viaggiavamo al ritmo di quindici/venti interviste pianificate, poi capitava in continuazione che per strada ti fermasse la telecamera di TeleLiguria, per dirne una. Ti chiedevano chi fossi e poi ti intervistavano.
Carmelo: Anche la gente: "Mi fai un autografo?". E poi: "Ma chi sei?"... cose così.

La cosa più divertente del Festival?
Giovanni: stare tutti insieme. Eravamo più di venti persone e almeno una volta al giorno ci si trovava tutti al ristorante.
Carmelo: ci vedevano girare per le vie e non c'entravamo niente con Sanremo. Uno con la cresta, uno con i pantaloni strappati. Ci guardavano e dicevano: "ma chi cazzo sono questi?". Poi vedevano il pass: "allora questo deve essere per forza qualcuno". L'abbiamo presa alla leggera e ce la siamo gustata. Abbiamo fatto anche Domenica In, cose che non faremo più nella nostra vita.

Ma potevate rifiutarvi di andare a Domenica In?
Giovanni: Domenica In è nel contratto. Abbiamo detto ok, però suoniamo, invece ci hanno fatto fare il total playback. Allora siamo saliti sul palco usando uno scopettone come asta del microfono e facendo capire che effettivamente c'era un playback. Rifiutarci di fare Domenica In, però, avrebbe significato fare la parte di quelli con la puzza sotto il naso. Penso che si possa fare tutto, l'importante è rimanere se stessi. Se tu sei te stesso e rendi come sai fare, non hai niente di cui vergognarti.



Com'è il dietro le quinte?
Giovanni: l'organizzazione del Festival è mostruosa. Decine e decine di persone che vogliono avere tutto sotto controllo, anche a scapito della tua tranquillità. La prima sera ci chiamarono un'ora prima e andammo su con i vestiti di scena, gli strumenti in mano e gli auricolari già pronti e dovemmo aspettare che finisse il pezzo di Crozza, con tutti i problemi che ci sono stati.
Carmelo: a Sanremo devi essere nervoso. Se non sei nervoso, ti fanno innervosire. È pieno di gente che si avvicina e dice "oh, sei pronto? sei carico?". Cazzo, sì, è una cosa che faccio tutte le sere, perché me lo stai chiedendo?

Quindi c'era una grande tensione?
Carmelo: a dire il vero l'aria che si respirava nei camerini era rilassata.
Giovanni: nessuno pensava al risultato, tranne i soliti papabili.
Carmelo: ma quelli hanno un'altra impostazione. Se sei Mengoni non vai a Sanremo per farti vedere e poi iniziare un tour lunghissimo. Mengoni deve vendere il giorno stesso e deve vincere. Non può sbagliare una virgola.

Che differenza c'è tra suonare all'Ariston e in un concerto normale?
Giovanni: a parte la pressione psicologica di sapere che ti vedranno tutte le persone che hai conosciuto nel corso della tua vita, quando sali sul palco devi pensare a cose a cui non sei abituato. Ad esempio i presentatori, che magari ti tirano in mezzo e tu non sai cosa rispondere. Poi l'orchestra, il maestro, le telecamere - che devi cagare almeno un po', il pubblico in sala... il gobbo! C'è il gobbo che ti suggerisce le parole, ma finisce per distrarti, anche perché va a scatti, si blocca.

I pezzi per Sanremo li avevate già pronti?
Giovanni: verso la fine dell'estate avevamo registrato "Dispari", di cui eravamo molto contenti e che pensavamo sarebbe potuto essere il primo singolo del nuovo disco. Eravamo già stati a Sanremo nel 2011 per il duetto con Anna Oxa, ma non riuscimmo a cantare perché lei venne eliminata. Però quel giro all'Ariston ci fece capire che Sanremo non era quel mostro che pensavamo.
Carmelo: quest'anno poi c'erano Fazio e Pagani, quindi decidemmo di provare. Mandammo "Dispari" a Sanremo e ci dissero che gli era piaciuto, ma che ne serviva un altro perché quest'anno se ne portavano due. Minchia, mai la soddisfazione di poter dire subito: "siamo passati, ce l'abbiamo fatta"!
Giovanni: quindi ci siamo chiusi in studio e abbiamo tirato fuori "Vorrei", che però per noi era il lato b, la canzone che ci piaceva meno, la ruota di scorta. E invece è passata "Vorrei".



Cosa ne pensate del pezzo di Mengoni?
Mattia: è un pezzo ruffiano. La mattina dopo la prima serata, appena mi sono svegliato già avevo in testa la canzone, canticchiavo la melodia.
Carmelo: è gente che ragiona in un modo diverso da noi. Quando scriviamo, non abbiamo il problema di pensare se stia uscendo un pezzo che funzionerà o meno. Non ce ne frega un cazzo: ci piace suonarla, ci piace cantarla, se va bene, va bene. Chi scrive per gente come Mengoni e fa l'autore di mestiere ha quarant'anni di esperienza e sa quali sono i paletti che fanno sì che il pezzo funzioni. Magari non lo capisci quando la ascolti, ma poi il giorno dopo la canticchi.

Però dopo dieci di carriera sarete in grado anche voi di fare il pezzo pop, no?
Giovanni: non penso che saremo mai in grado di scrivere un pezzo a tavolino. Se anche dovessimo farlo, non sarebbe comunque un successo (ridono, NdR).
Carmelo: una volta abbiamo provato a fare un pezzo elettronico sputtanato, da discoteca. Siamo partiti con una cassa in quattro, tum tum tum tum, poi abbiamo iniziato ad aggiungerci un effettino e già era diventato strano.

Quanto vi ha fruttato Sanremo da un punto di vista mediatico?
Giovanni: ci sono stati aspetti positivi e negativi. La nostra presenza a Sanremo, ad esempio, ha cannibalizzato la promozione del disco. Forse abbiamo sbagliato a farlo uscire nella settimana del Festival, avremmo dovuto farlo uscire con un po' di distanza. Aspetti positivi, invece, l'aumento dei nostri fan su Facebook, che sono cresciuti del 20%. La quantità di visualizzazioni di "Vorrei" su YouTube. Abbiamo debuttato al 24esimo posto della classifica FIMI, mentre il nostro record precedente era il 98esimo posto. E poi il nome "Marta sui Tubi" adesso è su tutte le bocche, anche su quelle sbagliate.

I vostri fan come hanno reagito alla partecipazione a Sanremo?
Giovanni: alcuni avevano timore che ci volessimo svendere, spero che questi dubbi siano stati confutati, anche perché il nuovo disco contiene cose sperimentali e diverse come non avevamo mai fatto prima. Tutto si può dire, tranne che sia commerciale o che cerchi il successo.
Carmelo: un fan dei Marta sa che può aspettarsi un disco orchestrale come un disco di sole voci, perché sa che abbiamo fatto dischi sempre diversi e facciamo quello che ci pare e piace, senza nessun vincolo. Noi sappiamo che quelli che nel tempo sono diventati nostri fan rimarranno tali, perché stanno seguendo tutto il percorso dei Marta sui Tubi.
Giovanni: tante volte vengono ai concerti le famigliole con questi bambini di 4-5-6 anni, e dicono “ciao ragazzi, vi posso presentare mio figlio? Ma lo sapete che 6 anni fa noi ci siamo conosciuti a un vostro concerto?”. Io mi sento un po' loro zio e penso che magari se non fossero venuti al nostro concerto si sarebbero conosciuti a un concerto del Teatro degli Orrori, ma probabilmente avrebbero soltanto scopato.



Secondo voi "5 - La luna e le spine" è il vostro disco più bello?
Giovanni: senz'altro è una delle imprese che sono venute meglio. Parlo di impresa perché è un disco che abbiamo concepito e realizzato in meno di tre mesi.
Carmelo: siamo sempre arrivati in studio con una quindicina di pezzi tra cui scegliere. Questa volta, invece, abbiamo fatto una selezione sugli spunti, prima di iniziare a lavorarci. La cosa figa è che non ci sono esercizi di stile. Ci siamo rotti letteralmente i coglioni di dover dimostrare continuamente di sapere suonare o di dover sorprendere.
Giovanni: come quei calciatori famosi per le acrobazie e dai quali il pubblico si aspetta sempre quelle acrobazie. Ecco, stavolta i Marta sui Tubi non hanno fatto acrobazie.

Però immagino che le canzoni più cantate durante i concerti siano quelle meno sperimentali.
Carmelo: Quelli che cantano a squarciagola cantano anche "L'amaro amore" o "Dominique", che neppure noi sappiamo fare bene. Mentre suoni guardi il labiale e... porca puttana! La sanno! Meritano rispetto questi ragazzi.
Giovanni: a noi piace parlare all'animo con i pezzi più intimi, ma anche alla pancia con l'energia e la rabbia.
Carmelo: il modus operandi può essere criticato, ma già nel primo disco abbiamo impostato tutto in modo che ci fosse la follia, ma anche l'intellegibilità, il sentimento. Altrimenti ci mettiamo a fare prog, canzoni di venti minuti e la gente si rompe i coglioni, ma noi vogliamo suonare per la gente, non per noi stessi. L'importante però è non avere mai un disco piatto. Per questo, ogni volta che scriviamo i pezzi ci riferiamo al primo disco: "la "Vecchi difetti" di questo nuovo disco ce l'abbiamo, adesso ci vuole la "Muscoli e dei".

Quindi il primo disco è stata una cosa molto importante per voi?
Giovanni: "Muscoli e dei" ha alle spalle anni di lavoro, è fatto da spunti che io e Carmelo abbiamo sviluppato da soli e poi messo insieme. Tutti gli altri dischi, invece, sono frutto di meno tempo. In quei casi il tuo stile viene in qualche modo spremuto e finisce per avere meno succo. "Muscoli e dei" ha rappresentato una scoperta di noi stessi. Abbiamo capito che avremmo potuto cambiare vita, rendendo la musica un lavoro.

C'è un momento in particolare in cui avete pensato “Adesso è fatta”?
Giovanni: Non c'è mai stato un botto. È stata una lenta ascesa. In questi anni abbiamo visto molti colleghi musicisti che saltavano fuori dal nulla e ci sorpassavano nelle vendite, con ventate di popolarità impressionanti, però pian piano siamo sempre riusciti a raggiungerli. Il nostro cachet è aumentato tour dopo tour, in maniera costante e crescente, del 20-25%.



Voi cosa facevate prima?
Carmelo: io vari lavoretti.
Giovanni: io ho lavorato come formatore e direttore commerciale e ho rinunciato al mio lavoro sette anni fa.
Carmelo: molta gente fa il contrario, molla la musica.
Giovanni: le aziende sono piene di talenti musicali e artistici inespressi. La vita ha scelto per loro, perché magari hanno un bambino, una moglie, un mutuo e non possono permettersi di scegliere. Quando ho lasciato il mio lavoro ho rinunciato a uno stipendio importante, però per me era fondamentale alzarmi la mattina e sapere di essere un musicista. Sette anni dopo, continuo a guadagnare meno di allora, ma sono felice.

L'altro giorno ho intervistato Tommaso Colliva, che, parlando del disco dei Ministri, ha detto che ha un suono che è tornato ad avvicinarsi a quello live. È qualcosa che cercate anche voi?
Giovanni: è dai tempi di “Sushi e coca” che vogliamo fare un disco che catturi quell'energia che sappiamo di esprimere dal vivo. Alcune volte ci siamo riusciti, altre volte meno.
Carmelo: una parte di questo approccio ce l'ha insegnata il nostro maestro Fabio Magistrali: le cose che ti vengono male non le devi nascondere, le devi esaltare, se c'è un errore lo devi far vedere, e lo devi girare in positivo. C'è una parte stonata o scordata? La devi tirare su. La perfezione non fa parte del nostro mondo, vogliamo essere viscerali.

Vi siete sempre autogestiti, c'è stato qualche passo falso?
Giovanni: abbiamo fatto scelte che per noi erano felicissime dal punto di vista artistico, ma non hanno pagato dal punto di vista economico, come il dvd “Nudi e crudi” del 2008. Io quel dvd lo amo: ha catturato momenti irripetibili di quei primi anni e so che lo potrò far vedere un giorno ai miei figli, ma è stata un'operazione in perdita, che una casa discografica non ci avrebbe mai lasciato fare. Il fatto di esserci liberati della Eclectic Circus e aver proseguito fino a ieri con il nostro marchio Tamburi Usati ci ha garantito la libertà totale e il controllo totale di ogni aspetto. Non volevamo rotture di coglioni da nessuno.
Carmelo: e ora abbiamo deciso di lavorare con la BMG non perché ci danno i soldi e ci fanno vivere da dio, ma perché hanno capito qual è il nostro mondo e non vogliono assolutamente intaccarlo.
Giovanni: non ci hanno chiesto i singoli, non ci hanno chiesto un pezzo radiofonico. Con il disco precedente abbiamo firmato per BMG Rights, che è la sezione che si occupa delle edizioni per l'Italia di BMG. Con questo disco hanno deciso di investire qualcosa a livello di produzione, ma comunque il master è rimasto a noi.

Avete avuto da subito un'identità fortissima. Chi altri in Italia ha uno stile riconoscibile all'istante?
Mattia: uno che mi viene in mente è Moltheni. Anche quando ha fatto Pineda, si capiva che quello era comunque il gruppo strumentale di Moltheni.
Carmelo: Moltheni riesce ad essere se stesso in ogni situazione, lo riconosci, quell'accordo minore è LUI, maledetto bastardo. E poi è un maniaco della perfezione.
Giovanni: all'inizio ci fece aprire diversi concerti. Noi facevamo il soundcheck in due minuti, lui durante il soundcheck suonava il concerto intero. Noi pensavamo fosse pazzo, soprattutto perché mancava un'ora al concerto vero.
Carmelo: per noi stava perdendo tempo per bere!

Qual è la vostra canzone più bella?
Giovanni: sicuramente ci sono un paio di canzoni che mi danno più emozioni delle altre, tipo “Cromatica”, soprattutto nella versione con Lucio Dalla. Anche “Coincidenze” dell'ultimo disco è molto bella, anche “Grandine” di questo disco, o “Primo volo”.
Mattia: sì, ma se ce lo richiedi tra dieci giorni cambieranno.
Carmelo: ma il discorso di “Cromatica” è oggettivo, nel senso che mai avevamo avuto a che fare con una persona così grande come Dalla. A quel pezzo siamo tutti affezionati ed è forse il punto più alto della nostra produzione.



Come si scrive la canzone d'amore perfetta?
Giovanni: in realtà le canzoni dei Marta che parlano d'amore, se poi vai a leggere i testi, non parlano in maniera precisa dell'amore per una donna. Ad esempio “L'abbandono”, è una canzone che parla di un trasloco. L'amore per la donna che hai lasciato corrisponde all'amore per l'ambiente che stai lasciando, per il posto dove hai vissuto tanti anni e cui ti legano a mille ricordi. Non penso che scriveremo mai una canzone d'amore strappalacrime, non fa parte di noi.

Avete presentato "Dispari" come una canzone sui social network. Ma è solo quello?
Giovanni: 
È passata questa cosa per colpa delle mille interviste da due minuti che abbiamo fatto a Sanremo e nelle quali abbiamo dovuto semplificare per forza. Parla anche di social network, ovviamente. Oggi molti hanno problemi a relazionarsi con gli altri face to face, mentre sono molto sciolti on-line, per loro è molto più semplice conseguire un successo “social” piuttosto che un successo “sociale”. La solitudine di oggi è diversa da quella di vent'anni fa, perché vent'anni fa essere solo significava che qualcuno aveva scelto per te, relegandoti a una situazione di solitudine. Oggi invece sei tu che scegli di essere solo, perché chiunque ha la possibilità di relazionarsi con milioni di persone. Tutto questo, però ti fa sentire dispari, perché non sei più collocato in niente, conosci tante cose, ma non sei collocabile o abbinabile a qualcosa. Poi in questo modo abbiamo anche distrutto la noia, con la possibilità di prendere in mano un telefono e leggere e comunicare in ogni modo.

Vi sentite in qualche modo parte del boom siciliano? Mi riferisco ai vari Dimartino, Carnesi, Colapesce, Pan del Diavolo...
Carmelo: Tutta gente che spacca i culi.
Giovanni: Nei primi anni '90 si parlava di Catania come della Seattle italiana, ma si parlava solo di band che erano dall'altra parte dell'isola rispetto a noi. Io stavo in provincia di Trapani e gravitavo su Palermo: c'erano delle band che spaccavano il culo, tipo Kali Yuga, Airfish, noi che eravamo gli Use and Abuse. Ci rodeva parecchio il culo che tutta l'attenzione dei media fosse catalizzata su Catania, la Seattle italiana, questi grandi geni della musica. Adesso è più in luce quest'altra parte della Sicilia, la West Coast. Conosco tutti benissimo e sono molto fiero di loro, soprattutto di Dimartino e Colapesce, che secondo me sono dei talenti veri, autentici. Noi pensiamo in siciliano e spesso parliamo in siciliano, soprattutto quando ci girano i coglioni. Quindi ci sentiamo siciliani, ma forse siamo gli zii di questa scena, per motivi anagrafici.

Vi giriamo una domanda arrivata su Facebook: un nome di merda aiuta a diventare famosi o voi siete solo un'eccezione?
Giovanni: Che sia un nome di merda in effetti l'abbiamo pensato pure noi, è un nome stupido, anche volgare. Sarebbe dovuto essere provvisorio, ma abbiamo deciso di tenerlo dopo che aver fatto sold out al primo concerto. Non che ci volesse molto, erano cinque tavoli, però la gente era convinta che suonasse una certa Marta ed era incuriosita. Abbiamo giocato su questo fraintendimento e abbiamo iniziato a ricamarci su.

Il nuovo rap italiano lo ascoltate?
Giovanni: Uochi Toki, per il resto faccio fatica. Il rap italiano non mi convince. Il lessico mi sembra spesso da scuola elementare, non trovo spunti poetici o artistici che esprimono un vero disagio e non sopporto questo schiacciare l'occhio alla pronuncia pseudoanglofona. E poi obiettivamente la ricerca musicale di un rapper non è da paragonare alla ricerca musicale di un gruppo che fa musica vera, suonata con gli strumenti. Per assurdo, Caparezza, che è il miglior rapper in Italia, non è nemmeno considerato un rapper da chi segue quel genere.
Carmelo: a Napoli nel rap si parla di camorra e si rappa da dio, penso a uno come Clementino. Però sono cose che ti devi andare a cercare, come noi negli anni 90 siamo andati a cercare gli Alice in Chains. È così che funziona, perché il rap stupido, quello prettamente mainstream, ha concetti banali per quindicenni. 50 Cent è credibile perché è americano, Mondo Marcio è una copia di qualcosa che esiste. 50 Cent ha senso perché ti spara veramente, ha una pistola. Tu qui a chi spari? Bene, con questa ci siamo guadagnati la menzione in qualche disco rap.
 

Commenti (10)

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  • Michele Maraglino 07/03/2013 ore 03:11 @maraglinomichele

    dai il pezzo di mengoni fa cagare! grandi marta! bella intervista :D

  • frankkie 07/03/2013 ore 12:22 @frankkie

    la fan citata alla domanda 12 sono io ;-)! e mio figlio di 3 anni è già stato a un paio di concerti dei marta. i pezzi di sanremo (che orrore questa definizione) sono belli, non i più belli dell'album, però... comunque io già prenoto il prossimo concerto! bravi bravi!

  • iocero 07/03/2013 ore 17:11 @iocero

    Ragazzi simpatici (tranne il violoncellista), e un chitarrista della madonna! Vai Pipitone, god bless you....

  • bussiriot 08/03/2013 ore 07:44 @bussiriot

    pipitone santo subito. bella intervista. possono fare o aver fatto cose più o meno belle ma meritano sempre massimo rispetto.

  • LA Pucci 11/03/2013 ore 02:16 @la.pucci.733

    come si fa a dire che i due pezzi di sanremo sono "leggeri"? io trovo che dispari sia stupenda e profonda nella sua denuncia di una certa superficiale ignoranza che contraddistingue le nuove generazioni... e Vorrei mi ha letteralmente fulminata per l'enfasi, l'energia, la melodia, il testo, le assonanze delle parole,... piuttosto, ecco, direi al contrario di chi mi precede che sono i due pezzi migliori dell'album, la cui originalita' e' eguagliata solo da Maledettamente Bene... non sono rimasta folgorata dagli altri pezzi, acclamati, come Grandine o il Volo... e mi dispiace essere quella de "i dischi che non capirai" per cui mi mettero' piu' d'impegno nell'ascolto, ma finora e' cosi, per me, e un po' mi dispiaccio..

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