Massimo Volume - Massimo volume sotto le due torri, 25-08-2010 Intervista

11/11/2010 di Michele Vaccari

Per intervistare i Massimo Volume e parlare del nuovo "Cattive Abitudini" ci siamo serviti di Michele Vaccari, l'autore dell'ottimo "Giovani, Nazisti e Disoccupati". Lui ed Emidio Clementi fanno un lunga chiacchierata. Parlano di poesia, di Capovila, di Cage e di Giletti, delle necessità di una nuova aristocrazia intellettuale. E, soprattutto, del presente: che da un gruppo nato nel '92 un po' di nostalgia sarebbe lecito aspettarsela, e invece.



Fin dalla prima telefonata, mi è stato confermato, per l'ennesima volta, che i grandi artisti di ogni tempo, luogo o età non hanno bisogno di fartelo pesare. Emidio Clementi mi parla come se ci conoscessimo dall'infanzia. Si sente nel tono che lo fa naturalmente, senza piaggeria, con la dolcezza sobria di chi non ha l'ansia da prestazione, con la maturità e la serenità che solo chi ha raggiunto il plauso unanime riesce a trasmettere. Solo il giorno dopo, però, ho capito che la sensazione uditiva vissuta poche ore prima, era una vera e propria manifestazione in anticamera di empatia brutale. Un'empatia che, d'istinto, chiamandomi fuori per qualche istante dal mio ruolo, definirei persino amicale.

Ci eravamo accordati per vederci nella sua Bologna, la città che da 26 anni Emidio ha scelto come patria d'adozione: il punto di ritrovo, su mia precisa richiesta, l'aveva proposto lui: la Feltrinelli delle due torri; credo che Emidio l'avesse proposto più per mia comodità che per la sua: la Feltrinelli delle due torri è come il Duomo per Milano: un posto di riferimento oggettivo per chiunque, bolognesi e non. Pur sapendo di azzardare, però, visto che comunque non è mai buona educazione chiedere dove si preferisce andare e poi dire :"perchè invece non andiamo...?", suggerii ad Emidio un posto che reputavo più consono per entrambi: Via Mascarella, esattamente dalle parti della libreria info modo shop, luogo simbolo per me, che, tra quegli scaffali ricolmi di romanzi degnissimi, ho ambientato buona parte del mio ultimo romanzo "Giovani, nazisti e disoccupati" e, fatto ben più importante, luogo fondamentale per il Movimento del '77 e per tutta una certa Bologna d'impegno e di alternativa sociale degli anni a seguire. Tra le mura di questa libreria indipendente del circuito Interno4, nel 1977, i ragazzi cercarono di soccorrere vanamente Francesco Lorusso, giovane militante di Lotta Continua, crivellato con coscienza dell'azione e infamia canonica la mattina del 11 marzo di quell'anno terribile da un carabiniere che forse si credeva nel Far West (poco prima aveva usato un fucile Winchester per fare piazza pulita dei compagni alla vecchia maniera) la cui pazzia venne armata dal mitico Cossiga, poliedrico ed enigmatico camaleonte e barone politico di un'Italia che incominciava a prendere le forme che, fin da Stanze, Emidio e compagni cercarono di raccontare.

In un clima di silenzio e crisi assoluta, di negozi mezzi vuoti, e precari che corrono verso il proprio inevitabile macello quotidiano, invasi come da una serena consapevolezza, ci siamo chiusi in questo piccolo rifugio con le sembianze del caffé, situato accanto alla libreria di cui sopra, l'Ortica se non erro, dove abbiamo potuto per un'ora fermare il tempo, concedendoci il pregio di parlare di libri, film, musica, come si faceva quando ancora si poteva respirare tra una corsa e l'altra per sopravvivere e sfuggire ai mostri, quando ancora non si vedeva tutto nero intorno, le città decadenti, i giovani che fuggono, gli anziani spaventati per il mondo che stanno lasciando; e, come in un omaggio strampalato alla passione per i grandi poeti d'oltreoceano che mi accomuna a Emidio, ci siamo messi a bere caffè americano e a discutere intorno all'ultimo lavoro dei Massimo Volume, "Cattive abitudini".

Undici anni d'attesa; e, ancora una volta, pubblicate un'opera alla fine di un decennio, come se voleste sempre aspettare una distanza congrua prima di raccontare quello che sta accadendo intorno a voi. E' stato un caso o la cosa era realmente calcolata? Ciò che mi stupisce è che, se da un lato prettamente cronologico avete, almeno in apparenza, atteso tanto prima di far uscire qualcosa di completamente nuovo come Massimo volume, escludendo quindi i progetti personali di ognuno, nel contempo, questo disco, lo dite spesso nei pezzi, persino in apertura al comunicato stampa per il lancio del disco, è come animato da un'urgenza, da una fretta personale, da una voglia di raccontare al più presto possibile il presente. Puoi spiegarmi?

Innanzitutto, questo disco è guidato dal santo caso. Le circostanze hanno influito molto sul percorso di questo lavoro che, se è uscito, è anche figlio delle coincidenze. Se le cose fossero dovute andare per una retta via, probabilmente "Cattive abitudini" non sarebbe mai uscito. E' vero, però, che, dopo il famoso, per chi ci segue ovviamente, concerto al Traffic di Torino, in cui ci siamo accorti che i vecchi pezzi che non suonavamo più da tempo, uscivano freschi, e ci veniva naturale farli, ci ricordavamo gli stacchi, ma lavorando soprattutto sulla rimusicazione di "caduta di Casa Usher", sul lavoro inedito insomma, ci siamo resi conto che avevamo ancora voglia di dire delle cose. E dirle subito, visto che poi in tre settimane abbiamo messo su 70 minuti di musica. E questa è stata la spinta maggiore che ci ha convinto a tornare insieme e a creare un nuovo album. Nello stesso tempo, è vero ciò che dici tu: da una parte è sì un disco fatto in fretta, in due blocchi, uno la primavera del 2009, l'altro, che ci ha portato in sala d'incisione, che è stato prima della primavera del 2010. Quindi c'è stata fretta, urgenza. Ho scritto i testi stando a casa, con mia figlia piccola, mia moglie non c'era, nei ritagli di tempo in cui non dovevo accudire lei. Nello stesso tempo, però, quasi senza accorgercene, avevamo accumulato dieci anni di esperienza, ma più che esperienza, che non è esatto, parlerei di osservazione, anche musicalmente. Poi, per gli altri può sembrare un disco come tutti gli altri dei Massimo Volume, per noi dentro ci sono molte più influenze che nel passato. Io ci sento la West Coast anni '60, ci sento Morton Feldman, Vic Chesnutt, ci sento noi stessi, perchè comunque ci siamo rifatti a quello che era il nostro stile; per dire, la batteria di Vittoria, per me, è molto Radiohead.

Ascoltando due cose molto distanti come Stanze e Cattive Abitudini, due mondi agli antipodi, la cosa che noto, nuova, che non c'era all'inizio e forse non c'è mai stata neanche dopo, non è tanto la rabbia, la voglia di rivoluzione, il senso di protesta, c'è più un disagio, un sentirsi quasi sospesi nel tempo, come a dire: non mi sento parte completa di questa umanità afflitta dal benessere materiale e, le storie che raccontiamo, sono la sua storia. C'è un romanzo che sembra che abbiate scritto insieme con il suo autore, L'ubicazione del bene, di Giorgio Falco, dove le microstorie che vengono raccontate ci mostrano una normalità straziata dall'accumulo di beni, da una rincorsa e un'ansia al prodotto. O anche un film, come "Il settimo continente" di Haneke. Certi brani di Cattive Abitudini potrebbero assolutamente esserne la colonna sonora. La storia di Fausto sembra solo l'altra faccia della medaglia della storia di Leo Mantovani. Sembra che raccontiate di uomini che si arrendono, che rischiano di omologarsi, che sono sull'orlo del precipizio e si bloccano, fermano il tempo rimandare il momento di affrontare la realtà, perché, là fuori, tra i normali, la loro splendida diversità, è snobbata, denigrata. Da dove parte questo nuovo percorso? Credi anche tu che il disagio sia la traccia sottile che anima "Cattive Abitudini"?

Dal punto di vista della scrittura, è sempre meglio non andare ad analizzare da dove parte un lavoro di questo tipo. Mi chiedo spesso come mai racconto di alcune persone e non di altre. La risposta che ti posso dare, senza entrare troppo dentro i meccanismi inconsci che non voglio toccare, è che mi piace la persona di fronte alla realtà nuda, sola, e infatti personaggi come Leo, Fausto mi sembrano personaggi di quel genere. Sicuramente c'è un disagio che, secondo me, anche se non così evidente, era già vivo in "Stanze"; in Stanze c'era certamente più rabbia. Io, però, a dire il vero, ciò che vorrei che questo disco stimolasse è anche un senso di solidiaretà umana. So che poi è molto pericoloso perché si rischia di finire omologati nella retorica cattolica, però io parteggio molto per l'uomo.

Nonostante però pezzi tipo "La bellezza violata" dove questa carica di ottimismo verso l'essere umano è quasi inesistente...

No, no certo. Però anche nella chiusa de "La Bellezza Violata" che tu citi, c'è una speranza, c'è un innamoramento, c'è una luce che, alla fine, per quanto tu sia partito pronto a vendicarti, è quello che conta. E' una cosa che mi porto dietro fin da piccolo. Io, a 3 anni, mi piaceva giocare con le macchinine di serie. Ho un attaccamento forsennato al realismo, ho un amore tale per l'invenzione umana, per gli uomini in quanto creatori di realtà, che non potrei mai non dare loro una speranza, essere totalmente uno che li disprezza, che prova disagio per loro, anche se abietti. Io rimango molto più stupito dalla meraviglia che l'uomo è in grado di costruire che dal male che arreca. Ha potenzialità incredibili, l'uomo, che mi abbagliano più del suo lato meschino, crudele.

Ed è per questo che, per quanto anacronistico ci vogliano far credere in questo paese sia parlare di poesia, e dare il senso giusto alle parole, i Massimo Volume tirano avanti e costruiscono un lavoro di altissimo profilo sintattico e lirico? E' perché credete nell'uomo, nella sua intelligenza, nella sua capacità di saper cogliere la bellezza e la verità?

Esatto. Noi siamo qui adesso, io e te non ci siamo mai conosciuti, e stiamo parlando di questo. Ci stiamo ascoltando, confrontando. Ci siamo dati fiducia. Non potrei non dare valore all'uomo quanto almeno ne do alla potenzialità delle parole. (Continua...)

Leggi la seconda parte

Ci racconta di Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Nick Cave, Pierpaolo Capovilla, Giletti e Domenica In, e che pensavano tornassero sul mercato le polaroid e invece no, e per questo hanno scelto una copertina che sembra disegnata nel 1996.

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