Massimo Zamboni / intervista

Massimo Zamboni: affinità e divergenze tra la Mongolia e noi

Il chitarrista di CCCP e CSI torna con un disco, un libro e un documentario sul viaggio in Oriente fatto con la figlia e si dice molto felice per la vittoria alle recenti elezioni in Emilia Romagna
03/02/2020 11:00

Vale la pena fare questo lavoro anche solo per avere l'opportunità di chiacchierare con Massimo Zamboni. L'ex chitarrista dei CCCPCSI è un raro esempio di fedeltà alla linea e di lucidità in mezzo al costante bla bla dei social o dei fenomeni da classifica. Torna con un progetto molto interessante e sentito in modo particolare, La macchia mongolica, che si sviluppa con tre diversi media: l'album, il libro e il documentario. Tutto parte da un viaggio nel 1996 fatto con la moglie e i CSI in Mongolia, una terra dalla quale si sente attratto quasi ancestralmente. Quella volta, i CSI tornarono in Italia con l'ispirazione per registrare Tabula Rasa Elettrificata, ma la Mongolia ispirò in Massimo e la moglie, per la prima volta, il desiderio di avere un figlio. Caterina Zamboni Russia nascerà un paio d'anni dopo con la macchia mongolica, un livido particolare che sparisce pochi giorni dopo la nascita e che portano quasi tutti i neonati mongoli.

Un segno, un simbolo che instilla dentro Caterina, la figlia di Massimo, la voglia di visitare quel Paese così lontano eppure tanto presente nella sua storia personale. Al compimento dei 18 viaggia verso la Mongolia con la famiglia e poi da sola. Questa esperienza alla ricerca dell'essenza ha toccato l'anima di Massimo Zamboni, che l'ha documentata nel film diretto da Piergiorgio Casotti, nel libro edito da Baldini+Castoldi scritto a quattro mani con la figlia Caterina e nell'album suonato con Cristiano Roversi e Simone Benvenuti che contiene 13 tracce: 12 strumentali e una cantata (da lui stesso). 

Per me, che sono spettatore , ascoltatore e lettore, è un'esperienza immersiva all'interno di un mondo che non conosco, ma anche una riflessione filosofica sul senso della vita per come sono abituato a viverla, nell'occidente del capitalismo e delle interazioni sociali virtuali. Ho un sacco di domande che mi frullano per la testa, fortunatamente dall'altro capo del telefono trovo un Massimo Zamboni gentilissimo nel fare chiarezza.

La macchia mongolica è un lavoro che unisce scrittura, musica e documento video. Sembra molto importante per te. Qual è il suo significato?

È un progetto molto complesso, che come vedi si è traformato in tutta una serie di supporti che si compensano tra loro: quando finisce la musica partono le parole, una volta finite iniziano le immagini. Se dovessi tirare una somma finale, il concetto è quello dell'identità, di andare a scavare all'interno di questa parola per capire esattamente cosa vuol dire, cioè niente. È la parola che ci costituisce, si cui si giocano gli impegni, le vendette, l'idea di Stato e la propria idea di figura individuale, ma se vai a fondo, scopri che è formata da una serie di concatenazioni e di casualità che non conosciamo in nessun modo. Così è capitato a noi, come piccola e insignificante famiglia di un piccolo puntino nel mondo, di scoprire che all'interno della nostra linea di sangue ce n'è una goccia che viene dalla Mongolia, per ragioni assolutamente imperscrutabili. Ci sono trantissime modalità per cui quel sangue possa essere arrivato nella pianura padana, dalle deportazioni dei romani nel 300 ai mongoli nel 1200, da qui il gioco di identificazione, di allargamento che ti fa capire cosa vuol dire confine, quando finiscono gli altri e cominci tu. 

Com'è stato il processo di lavoro con tre mezzi diversi?

Ormai mi sono fatto un po' d'esperienza con questa modalità di lavoro tripartita o pluripartita. Ho cominciato con la scrittura del libro, un mezzo a cui sono piuttosto abituato. Tutto nasce dagli appunti di viaggio, ma è stato molto utile il lavoro editoriale che ha fatto Caterina, mia figlia, severissima e molto competente, che mi ha condotto sulla strada giusta. La lavorazione del film ha richiesto la colonna sonora, che è una cosa che faccio abitualmente, però mi sono reso conto che queste musiche potevano stare in piedi anche da sole, senza immagini, quindi le ho riprese, arrangiate, per dare un'identità che senza immagini sarebbe stata tronca. Mi piacerebbe molto che qualcuno ascoltasse questa musica con gli occhi chiusi tentando di capire i luoghi che contiene, penso abbia una caratteristica paesaggistica molto forte. Il documentario ripercorre l'itinerario di pensiero del libro e il viaggio alla scoperta di cosa vuol dire macchia mongolica, ma non è stato fatto in maniera molto tradizionale, è più un documentario diciamo d'arte, con tutte le virgolette del caso. C'è molto spazio per i silenzi, per le immagini suggestive e per le parole che non spiegano troppo.

 

Caterina, tua figlia, è stata la chiave per il secondo viaggio in Mongolia

Lei ha portato la macchia mongolica alla nascita, che capita a una piccola percentuale di nati europei, dal 5 al 10%, ma scompare dopo alcuni mesi quindi non viene mai considerata se non dal punto di vista dell'evidenza medica. Invece dietro c'è qualcos'altro.

Il primo viaggio l'hai fatto con i C.S.I., il secondo con la famiglia. Posso solo immaginare le differenze

Certo, il primo viaggio l'ho fatto insieme a mia moglie e poi c'era Giovanni Ferretti, che non è una presenza indifferente chiaramente (ride). C'era una forte attenzione intorno ai C.S.I. e guardavamo le cose con occhi molto diversi, i miei occhi sono cambiati parecchio da allora, sono passati 25 anni. Prima avevo una freschezza rispetto al viaggio che non posso piùà avere ora, perché quella era la prima volta e il panorama mi si rivelava davanti agli occhi in maniera assolutamente inedita. Una volta masticato quello, si aprono gli altri sensi e riesci ad afferrare le cose con la vista un po' più dall'alto. L'idea di potersi permettere un racconto lungo 25 anni, oltre ad essere un gran privilegio e un grande lusso, è una forza attiva.

Il libro l'hai scritto con tua figlia. Come ti ha cambiato questa esperienza?

Noi siamo molto abituati a stare insieme, viaggiare insieme, ci frequentiamo normalmente. La vera sorpresa non è tanto il viaggio a cui siamo abbastanza abituati, ma è lo sviluppo del libro, la sua capacità di scrittura, il suo occhio che io ritengo assolutamente superiore al mio. La capacità di capire che cosa è l'essenziale e anche questa attitudine che mi sembra così poco giovanilistica, di privilegiare la permanenza al movimento, cioè di stare in stare ferma in un luogo e guardare, così come ha fatto lei nel monastero in cui è rimasta da sola per un mese a guardare accadere le cose, accadere la vita. Io faccio parte di una generazione molto più ansiosa, fratturata, che aveva l'esigenza di impadronirsi di sensazioni, di vite. Ho notato questo stacco, forte culturalmente, che mi ha molto colpito, aiutato e insegnato. 

Caterina Zamboni RussiaCaterina Zamboni Russia

Tu sei partito da Reggio Emilia con la febbre berlinese...

Tra la Mongolia e la Berlino punk c'è il mondo di mezzo; in realtà la parte di mondo che più mi coinvolge è proprio quella che va da Berlino verso est, quindi c'è una rispondenza tra le due. Mi viene da pensare che la maggior parte dei viaggi, non delle vacanze (perché comunque io amo anche andare in vacanza), mi serve per trovare gli occhi per guardare il mio quotidiano, la terra in cui vivo ogni giorno. Rimanere sempre nello stesso luogo, per quanto io lo ami profondamente, rischia di aggiungere appannamento, pesantezza, una velatura che quotidianamente si assomma e alla fine non ti fa più capire le cose; invece questo sguardo che viene da lontano è capace di dare una vita nuova anche alla tua vita, quella vera. Sia la Mongolia che Berlino sono state capaci di darmi questo sguardo.

Prima parlavamo di parole che non spiegano. Tu dici che in Mongolia, le parole conservano il loro vero significato. Qui sembra che abbiano perso la loro funzione

Hanno perso i connotati, sono confuse, urlate, piene di rimandi che hanno accumulato nei secoli ma anche nei giorni, che è ancora peggio. C'è questa stratificazione concitata, quindi non si fermano, scappano via e non vogliono dire più nulla. Facciamo moltissima fatica a capire cosa vuol dire padre, madre, famiglia, animali, cielo, terra, notte, giorno, son parole che per noi hanno perso l'origine. In Mongolia è ancora netta e precisa la sensazione dell'essenzialità: una famiglia senza un padre o madre è una famiglia morta, se non nascono i bambini l'umanità finisce, senza animali gli uomini muoiono, senza uomini gli animali muoiono. Il buio è solo buio, nero, totale. Il giorno è solo giorno, con una luce straordinaria. Non è un mondo di mediazioni. Non è così semplice tornare all'origine, perché tante volte è molto più facile accontentarsi di questa banalizzazione continua delle parole. C'è una complessità originaria che è quella del mondo ed è molto confortante riscoprirla.

Ad esempio, tu parli del viaggio e dell'essere viaggiato. Puoi spiegarmi questa differenza?

È un concetto che mi appartiene molto: viaggiare è un po' un impadronirsi per dare sfogo alla nostra avidità di sensazioni, di sapori, degli altri. Quando noi viaggiamo, vogliamo vedere la vita autentica degli altri, e mi chiedo: saremmo in grado di offrire il nostro quotidiano agli altri, la stessa forza che noi chiediamo a loro? Chiediamo agli altri di non mutare mai in modo che possiamo appagarci della loro differenza o di quanto sia interessante la loro vita lontano da noi, senza essere in grado di fare altrettanto. Se un intellettuale mongolo volesse viaggiare in Italia e volesse visitare le nostre case, le nostre famiglie, il nostro mondo, potrebbe trovare dei motivi d'interesse? Siamo sempre in auto, al telefono, al computer. Essere viaggiati vuol dire accettare il cambiamento, non l'esotismo del viaggio ma quello che ti insegna, la modifica profonda che entra nella tua vita. I viaggi in questo senso non sono così tanti nella vita, io penso di averne compiuti cinque o sei in tutto, anche se mi muovo sempre. È la disponibilità al cambiamento che qualifica il viaggio.

Del documentario mi ha colpito molto il fatto che tu dica di non guardarti allo specchio da tre giorni, di vedere te stesso dagli sguardi delle persone 

È una bella esperienza, perché siamo circondati dalla nostra immagine: che sia uno specchio, la vetrina di un negozio, il riflesso sul telefonino o il milione di selfie che ci facciamo, riportano sempre la nostra immagine e non c'è niente di più sfuggente, non è una concretezza che si può toccare con mano. Senza telefono la mia immagine svanisce, se rompo lo specchio non esisto più. L'idea di esistere negli occhi degli altri, di essere uno sguardo mi colpisce molto, mi chiedo i popoli che vivono lontano da una civilizzazione come la nostra, che idea hanno di se stessi senza potersi vedere. L'immagine riflessa in un fiume non è la stessa cosa, è sfuggente per definizione. La tua identità, la tua essenza, il tuo corpo è deputato al tocco degli altri, allo sguardo, alle parole che ti rivolgono, alla vicinanza che tu hai con loro. Nell'altro senso è esattamente il contrario: se l'altro è un nemico, non ti riconosce, sei una nullità ai suoi occhi, non hai possibilità di corpo, di parola, di nulla. Non per caso Primo Levi ci ricorda che gli internati per i tedeschi erano stüke: pezzi, cose, oggetti. 

Massimo Zamboni, foto di Paolo DeganMassimo Zamboni, foto di Paolo Degan

Nella nostra civiltà abbiamo la ricerca del feedback sempre più immediato, che deleghiamo ai social

È fondamentale perché tutto quello che facciamo, il nostro lavoro, la stima che gli altri hanno o non hanno nei nostri confronti, adesso queste cose si chiamano feedback ma è l'essenza dello stare assieme. Se non abbiamo un riscontro negli altri noi non esistiamo. In Mongolia, te ne rendi conto di più del valore che assume l'uomo agli occhi degli uomini. E enorme, se incontri un uomo a cavallo o una tenda dopo ore e ore di viaggio dove non c'è nient'altro che natura, ti rendi conto dell'importanza di quel presidio umano assolutamente fondante e fondamentale. Vieni accolto sempre con una porta aperta, una pecora che bolle, qualcosa da mangiare, immediatamente, senza bisogno di essere interrogato, senza sapere nulla di te, solo perché sei una presenza umana e confermi la vita degli altri, così come gli altri confermano la tua.

La nostra necessità di conferma è spesso più superficiale

È una versione un po' analizzata e molto più fragile di quella che viene attuata nei luoghi remoti, è molto più ansiosa e necessaria. Tanto più cade la nostra forza e la nostra identità, tanto più abbiamo bisogno di questa conferma continua, di fissare in una fotografia il fatto che esistiamo. Siamo diventati molto infantili in questo.

Hai paura per la salute del pianeta?

Sì, decisamente sì, ma non è un terrore, io sono disponibile ad accettare l'estinzione, lo dico anche nelle parole dell'unica canzone cantata dell'album, come dato inevitabile o ineliminabile, in un certo senso noi siamo ospiti e non padroni di questo pianeta, come di tutti gli altri. L'estinzione non sposterà di un millimetro l'umore di tutte le altre creature, anzi, forse ci sarà un sollievo generale. Questo non toglie che sia assolutamente innamorato della razza umana e dei suoi prodotti. Mi rendo conto che da solo posso fare veramente poco, anche se quel poco che faccio è quasi epocale, archetipico: non buttare una bottiglia di plastica fuori dal finestrino della macchina è un gesto assolutamente eroico nel contesto in cui viviamo, perché è un gesto di salvezza per tutti, benché mi renda conto che sia assolutamente vano, inutile e sciocco, ma va compiuto. Di deputare ai nostri governanti la capacità di trasformare il mondo, non lo credo, non li trovo capaci o adatti. La mobilitazione di tutti è l'unica chiave, ma finché non si riveste di un tornaconto economico o di un pericolo all'ultimo momento, quando siamo con un piede già nell'abisso, credo che sarà difficile poter dare il colpo di coda e cambiare le cose. Ci sono una serie di interessi che sono veramente molto forti dall'altra parte e c'è la nostra pigrizia estrema o incapacità culturale di pensarci diversi da quello che il pensiero unico reclama per noi: prodotti sempre più tecnologici, ricambio continuo delle nostre abitudini, case piene di oggetti; cosa della quale, peraltro, anch'io sono soggetto, questo deve essere chiaro.

A questo punto non posso non chiederti la tua sulle recenti elezioni in Emilia Romagna

Ah beh, lo riassumo velocemente: festa, tripudio, trionfo, orgoglio, ritorsione, gioia sfrenata! Primo per aver dato così fastidio all'altra parte, perché quando sento dire che Salvini è un bravo comunicatore mi vien da vomitare: non è un comunicatore e non è bravo. La bravura è un sostantivo che si riserva ad altri campi, non alle parole che lui dice o alle azioni che pratica. Sono felice di questo colpo di orgoglio, di spalle dritte che ha avuto la nostra regione, c'è voluta molta paura per arrivare a questo. Non so quanto durerà: non è la vittoria del PD, è la vittoria degli elettori del PD, che sono due creature assolutamente diverse tra loro. Vorrei augurarmi che il PD volesse diventare degno dei suoi elettori.

La copertina del libro La copertina del libro

In che rapporti sei con Giovanni Lindo Ferretti?

Diciamo che mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Ognuno verrà considerato come deve essere considerato, io mi sento assolutamente responsabile delle mie parole, dei miei sogni, delle mie azioni, di quello che cerco di far diventare un dominio pubblico in qualche modo, e lui spero sia responsabile delle sue. Non abbiamo contatti, sappiamo in qualche modo quello che fa l'altro, viviamo nello stesso Appennino, credo che siamo molto più simili di quanto siamo disponibili ad ammettere, ma non voglio forzare le cose in nessun senso. Giovanni per me è stato un regalo assolutamente superiore e fondamentale, quindi voglio continuare a pensare al regalo che ho ricevuto, che è stato veramente grande.

Parlando di vita quotidiana, nella musica leggera di questi tempi tiene banco l'argomento Sanremo e sono molto curioso di sapere la tua

Non è che abbia tanto da dire, accetto Sanremo da buon contadino quale sono come le piccole calamità naturali: un anno ci sono le cavallette, un anno c'è un po' di siccità, un capriolo ha mangiato tutti i miei cavoli, è caduto un albero e ha rotto uno steccato. È uno di quei fastidi naturali con i quali convivi. Decisamente non ho opinioni personali perché io faccio il musicista e Sanremo non ha nulla a che fare col mio mestiere.

Fine delle amenità, torniamo alle cose serie: cosa diventerà in futuro Macchia mongolica?

Sto cercando di organizzare un tour particolare: all'interno di una gher, la tenda mongola, 2 o 3 spettacoli al giorno per al massimo 25 persone a volta. Mi piacerebbe portarlo all'interno dei festival, anche se non sarà semplice. L'entrata della tenda è molto bassa, ci dobbiamo chinare per entrare al suo interno, che è una bella metafora.

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L'articolo Massimo Zamboni: affinità e divergenze tra la Mongolia e noi di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 03/02/2020 11:00

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